Marco Sferini
Il Libano nella contesa mediorientale tra Israele, Iran e Turchia
Il livello del confronto tra gli Stati nel corso di una guerra (ma qui sarebbe meglio scrivere di una molteplicità di conflitti di livello tanto regionale quanto globale) non è mai stato, almeno negli ultimi decenni, così caotico e imprevedibile come quello che sta riguardando nello specifico l’Iran e gli Stati Uniti d’America. Le continue bizze di Donald Trump sono dettate un po’ dalla senescenza incedente, un po’ dal carattere megalomane del soggetto e parecchio dalla concretezza dei fatti: ossia che l’amministrazione a stelle e strisce si è cacciata in un vero e proprio groviglio, in un pasticciaccio brutto da cui non sa come venirne fuori.
Netanyahu, dal canto suo, accelera i tempi dell’agressione imperialista al Libano, visto che proprio quest’ultimo è, sul tavolo delle trattative (non si sa bene a che punto), uno dei punti cardine su cui la Repubblica islamica non intende derogare: la fine della guerra di aggressione contro Beirut (divenuta proprio tale dopo l’attacco alla capitale del Paese dei cedri da parte dell’IDF), la questione dell’arricchimento dell’uranio, la ormai celeberrima chiusura (e quindi il controllo) dello Stretto di Hormuz. Ciò nonostante, il presidentissimo americano canta al mattino vittoria e alla sera minaccia di spazzare via, oltre all’Iran, anche l’Oman se non farà quello che lui pretende. Cosa pretende?
La riapertura di Hormuz, si intende. Perché lo stretto, per ragioni non solo geopolitiche ma anche geografiche è appunto sotto il controllo di Teheran e del sultano di Mascate Haytham bin Tariq Al Sa’id. Il lato meridionale della penisola arabica è così ora completamente nell’occhio del ciclone delle guerre in corso: da un lato gli Houthi yemeniti e dall’altro la monarchia. Gli uni attaccati tanto da Israele quanto dagli Stati Uniti, il secondo minacciato, al momento, “solo” dal presidente americano. La faciloneria da gradasso, esibita quotidianamente dal capo della Casa Bianca, non è una novità e fa parte di quelle presunte bislaccherie che invece, a ben vedere, sono una tattica ormai consolidata di prepotenza.
Messa in atto per mostrare una potenza che, nei fatti, non riesce a piegare il regime iraniano: il prolungamento dei tempi della chiusura di Hormuz era probabilmente qualcosa di non previsto. Nemmeno da Netanyahu nel momento in cui ha spinto Trump a muovere guerra unitamente a lui contro Teheran. Da un lato Washington, tenendo impegnato l’Iran nel conflitto, doveva consentire a Tel Aviv di procedere con il suo espansionismo politico e militare nell’area regionale che gli è limitrofa: le ultime disposizioni del governo israeliano sono piuttosto evidenti perché letteralmente chiare. Occupare quasi tutta la Striscia di Gaza, devastata dalle bombe, dalla fame, percorsa dal genocidio che non ha fine; superare la linea di demarcazione meridionale libanese entro cui lo Stato ebraico era sino ad oggi rimasto.
L’obiettivo è tutto tranne che una novità sul campo: eliminare ciò che rimane di Hezbollah. Forse nello stesso modo in cui governo e forze armate israeliane non sono riuscite (o non hanno apertamente voluto) farla completamente finita con i residui di Hamas nella Striscia. Dopo la tragica data del 7 ottobre 2023, il Partito di Dio, che aveva per qualche tempo dismesso l’idea dell’annientamento dell'”entità sionista” in Palestina, ha sostanzialmente ripreso il suo progetto originario. Tuttavia, per quanto si possa essere ri-radicalizzato in questo senso, gli attacchi israeliani, che hanno aperto un varco anche oltre le alture del Golan già occupate da decenni, avevano ridimensionato di molto tanto i comandi militari quanto quelli più prettamente politici di Hezbollah.
C’era dunque bisogno di questo attacco a tutto spiano contro il Libano e, nello specifico, contro la capitale di un paese socialmente eterogeneo e molto composito? Qui si scontrano due evidenze che, tuttavia, pur essendo tali non appaiono nella loro oggettività: Israele punta all’ampliamento della sua sfera di influenza imperialista fino alle storiche regioni bibliche della Mezzaluna fertile (quindi va sempre verso l’obiettivo dell’ingigantimento di sé stesso come previsto nei piani del secondo dopo guerra dalle frange più nazionaliste come l’IRGUN e il LEHI (questi ultimi detti anche “Banda Stern“, dal nome del loro comandante Avraham); l’Iran degli ayatollah va invece nella direzione opposta, cercando di ampliare il suo di impero verso le regioni più occidentali del Medio Oriente.
La conflittualità è inevitabile, si potrebbe candidamente affermare. Ma è pur vero che, almeno ogni ultimo fronte aperto in questi anni, è stato voluto quasi esclusivamente da Israele: compresa l’aggressione genocidiaria nei confronti di Gaza e dei palestinesi tutti con l’obiettivo di mettere fine una volta per tutte alla “convivenza” (quando mai lo è davvero stata…) con gazawi e cisgiordani e a qualunque ipotesi di creazione di uno Stato di Palestina. Non di meno, osservando il versante nord della regione, ormai è possibile affermare che la politica di Recep Tayyip Erdoğan ha portato la Turchia fuori dalla sfera del controllo statunitense ed atlantico e l’ha messa nella condizione di relazionarsi – seppure guardingamente – con l’Iran da un lato e con la Russia dall’altro.
Non si è trattato più di una percezione per le destre nazionaliste israeliane, ma di un dato oggettivo inconfutabile: Ankara è un avversario da non sottovalutare perché è divenuto, oggi più di ieri, uno dei paesi più ostili nei confronti dello Stato ebraico che, anche questo è palesemente un dato di fatto, ha mosso nella direzione di una sfida al rialzo contro la Turchia del sogno neo-ottomano del presidente – padrone della nazione. Nessun mistero sul fatto che Erdoğan abbia ripensato più e più volte ad un espansionismo territoriale oltre che economico e finanziario per il suo paese. Il 13 dicembre del 2024 dichiarò: «Se la prima guerra mondiale fosse finita in modo diverso, oggi città come Raqqa, Aleppo Idlib e Damasco sarebbero nostre province».
C’è, quindi, nell’area mediorientale una triangolazione di potenze che si contendono spazi, risorse, canali di comunicazione e nuove vie della seta da un lato, del petrolio e del gas dall’altro: Iran, Israele e Turchia. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno scelto da che parte stare: quella di Tel Aviv, anche se sembra sempre più incomprensibile la totale dedizione messa dal magnate-presidente in questo conflitto, l’essersi fatto trascinare in un ginepraio da cui – se ne faceva cenno poco sopra – è sempre più difficile uscire senza conseguenze economiche disastrose e senza ripercussioni politiche. Le prime a lungo termine, le seconde anche a breve, visto che le elezioni di medio termine si avvicinano e la popolarità di Trump è ai minimi storici.
Se poi vogliamo interpretare anche simbolicamente gli eventi, allora possiamo qui evidenziare che Israele sta cercando di decomporre un Libano che, proprio pochi giorni fa (il 23 maggio) ha festeggiato i primi cento anni della sua Costituzione. Tre giorni dopo questo genetliaco si erano tenute nel paese manifestazioni in ricordo dell’anniversario della liberazione del sud dall’occupazione israeliana. Nemmeno quarantotto ore fa Tel Aviv ha ripreso la sua guerra, la sua avanzata e ha bombardato Beirut sostenendo di cercare dei capi militari di Hezbollah. Intanto tutto quello che è oltre la Linea Blu viene completamente devastato, raso al suolo: campi, villaggi, piccole città. Al pari dei palestinesi, che secondo Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich sarebbero tutti dei terroristi, i libanesi altro non sarebbero se non tutti affiliati al Partito di Dio.
I pretesti israeliani ormai sono più che noti. La questione della coesione libanese, della strutturazione di uno Stato libero, indipendente e sovrano, così come era parso doversi dare seguito dopo la fine della colonizzazione francese, rischia oggi di ritornare alle premesse iniziali di un secolo fa, perché l’attacco di Tel Aviv non sembra avere limiti nella penetrazione territoriale e non limitarsi “solo” (le virgolette sono sempre terribilmente d’obbligo…) alla creazione di una “fascia di sicurezza” al di qua del fiume Leonte (in arabo “Nahr al-Līṭānī“) ma spingersi fino al centro, al cuore dello Stato. Una mira che difficilmente sarà tollerata tanto da Teheran quanto da Ankara.
Nella sua virulenta marcia verso il centro-nord del Libano, l’esercito israeliano ha attaccato i villaggi e i campi profughi palestinesi di al-Nāqūra e di Tiro, desertificando tutto, facendo praticamente terra bruciata, anche nella valle della Bekaa e colpendo la zona in cui si trova la diga di Qaraoun, la più grande riserva idrica della regione. La conquista di questo settore ancora meridionale diventa fondamentale proprio per il controllo delle acque: perché la guerra si fa, nella logica criminale del governo di Netanyahu, anche con mezzi assolutamente non convenzionali. Affamando, assetando, creando le condizioni perché le peggiori malattie si diffondano e facciano loro il restante lavoro sporco di eliminazione di esseri umani classificati come “inferiori” e come nemici di Israele. Tutti, senza distinzione alcuna.
La pretesa ipocrita che qualcuno dei paesi che confinano con lo Stato ebraico possa riscontrare, nei rispettivi popoli, una sorta di benevola amicizia verso Tel Aviv è davvero incredibile visti tutti i fronti aperti, le carneficine perpetrate, il genocidio in corso a Gaza e la negazione dei diritti umani nei confronti di chi compie gesti che possono apparire simbolici, come le spedizioni della Global Sumud Flotilla e che, invece, proprio perché i simboli hanno una loro fervida potenza (in questo caso politica nella sua espressione più bella, l’umanitarismo e la solidarietà col popolo palestinese) intimoriscono il peggiore dei nemici di Israele: il suo governo. Non ci sono conclusioni cui affidarsi al momento in questo scenario di molteplice guerra in Medio Oriente.
Non fosse altro perché la triangolazione competitiva delle rispettive potenze regionali è tutt’ora in atto, mentre Donald Trump cerca una via d’uscita dal caotico pandemonio in cui è stato trascinato. Se, quindi, da un lato le forze dell’asse filo-iraniano sono state indebolite, dall’altro lato anche la tenuta di Israele è messa a dura prova dallo sfidare così tanti nemici in una volta sola: Hamas e palestinesi (distinguiamoli, perché non sono una cosa sola…), Houthi, Hezbollah, turchi e siriani più indirettamente e, infine, gli iraniani. Ogni strategia sul campo ha dei limiti: immaginare lo Stato ebraico come una sorta di onnipotenza invincibile sarebbe una sopravvalutazione imperdonabile se si vuole conservare un punto di vista critico su vasta scala.
Certo è che la crisi globale che ne sta venendo fuori risulta sempre più incontrollabile e ha ripercussioni su un multipolarismo in cui Russia, Cina e India sono pronte ad avvantaggiarsi dalle debolezze dei loro diretti competitori. L’Europa, in questa tragedia mondiale, è apatica, afona, volutamente incapace di applicare sanzioni e interrompere relazioni con Israele. Due pesi e due misure rispetto a quanto invece praticato nei confronti della regime putiniano. Ed è anche per questo, per una compiacenza verso lo Stato ebraico (che vorrebbe nascondere), che il l’Unione dei Ventisette è non credibile sul piano della politica internazionale, oltre ad essere relativamente competitiva su quello economico e finanziario. Un vero capolavoro di ingegneria istituzionale e politica. Tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto essere…
MARCO SFERINI
29 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















