Il futuro di Di Maio nei paradigmi della conservazione politica

Il potere logora. Sempre. Inevitabilmente. Soprattutto chi ce l’ha e l’ha sperimentato più e più volte dopo una fulminea carriera politica che lo ha portato ad essere ministro in...

Il potere logora. Sempre. Inevitabilmente. Soprattutto chi ce l’ha e l’ha sperimentato più e più volte dopo una fulminea carriera politica che lo ha portato ad essere ministro in diversi governi di questa legislatura. Si dirà che, alla fine, aderendo ad un sano pragmatismo istituzionale, la ragione del compromesso dovrebbe evitare l’insanità delle compromissioni ma, purtroppo, avviene esattamente il contrario.

La nobile arte della valutazione dei pro e dei contro, dentro il perimetro del rispetto dei propri valori e delle proprie idee, finisce col cedere il passo alla sopravvivenza di sé stessi rispetto al proprio partito o movimento, mettendo in subordine alla Ragion di Stato (presa a pretesto fin troppe volte come comodo alibi, come schermatura per le critiche ovvie che piovono addosso) qualunque obiezione si possa cogliere e qualunque altra valutazione si possa inanellare su discorsi perentori per far cambiare idea a chi se ne va dalla casa madre.

Quando la motivazione politica cambia in motivazione esclusivamente personale, ogni altra analisi si ferma sull’uscio dell’opportunità: non serve andare a cercare i “veri motivi” per cui Luigi Di Maio ha abbandonato i Cinquestelle.

Nemmeno serve scandagliare gli anfratti di ciò che rimane di una forza politica smarrita tra governismo e ritorno al populismo, sotto la guida rinnovata di Giuseppe Conte.

Ognuno dei contendenti avrebbe pronta la risposta sul merito della scissione e, molto probabilmente, allontanandosi sempre di più dall’anti-stile delle origini, quello dei “vaffanculo” urlati dalle piazze per “aprire come scatolette di tonno” il Parlamento della Repubblica, ci servirebbe come pietanza tanti riferimenti a nemesi storiche che dimostrerebbero l’inadeguatezza di una presunta nuova classe politica ad occuparsi proprio della politica stessa.

Vale anche per Mario Draghi che, da Re Mida delle banche e solutore di ogni enigma finanziario continentale e transnazionale, è passato ad interpretare una delle più bassamente arzigogolate e barocche forme di tecnicismo antidemocratico che si sia mai visto.

Poco prima che Di Maio lasciasse i Cinquestelle, le veline di Palazzo Chigi raccontavano di un Presidente del Consiglio poco propenso a tornare alle Camere per avere il via libera sull’invio delle armi in Ucraina. Un atteggiamento a dir poco irrispettoso tanto delle forme quanto della sostanza costituzionale in merito alla centralità del Parlamento nella vita della Repubblica.

Il governo della maggioranza di unità nazionale sa di non avere la maggioranza della popolazione dalla sua parte: soprattutto quando tratta della vicinanza dell’Italia alla linea nord-atlantica sull’interventismo per procura nella lunga guerra del Donbass. Sa che tutti i sondaggi dicono che almeno sei italiani su dieci sono contrari o critici sulle spedizioni di obici e armamenti di ogni tipo. Peggio ancora quelli pesanti che stiamo mandando nel nome della democrazia apparente di Kiev e della buona battaglia dell’Occidente imperialista contro l’imperialismo putiniano.

Ma la guerra, che fa da sfondo all’ennesima crisi strutturale del Movimento 5 Stelle, è solo un epifenomeno, un retroscena utile per giustificare certe prese di posizione che interessano quasi tutta la rappresentanza governativa che i pentastellati avevano e che ora Giuseppe Conte non ha più.

Una delle caratteristiche di queste operazioni di riposizionamento interno alle maggioranze di governo è proprio la transumanza delle delegazioni che stanno a Palazzo Chigi, nei ministeri e nei sottosegretariati dal partito che recalcitra, che è critico, a posizioni nettamente governiste.

L’attività di governo sostituisce l’ideologia di partito e di movimento. O, quanto meno, ne sostituisce le peculiarità che riguardano un atteggiamento critico nei confronti di decisioni che devono e possono essere sindacate e non sempre accettate in blocco, solo per il fatto di far parte di una maggioranza parlamentare a sostegno di un esecutivo. Il tutto rientrerebbe nella normale dialettica istituzionale e persino in quella del rapporto tra gli eletti e gli elettori.

Alla lunga la vittoria è dell’arrivismo che riemerge, che prevale sulla bontà o meno di certe infatuazioni giovanili contro un sistema di corruttele generato da una economia che il Movimento 5 Stelle non ha mai veramente voluto combattere e superare. Tentare, provandoci dall’alto di quel 33% che ottenne alle elezioni politiche e che capitalizzò malamente alleandosi con la Lega prima e con un finto centrosinistra poi.

Gli italiani avevano, dopo le esperienze della sinistra comunista e di alternativa venute meno con una politica delle alleanze indotta da costrizioni elettoralistiche più che da serie e convinte condivisioni programmatiche, scelto di fare del proprio voto un’arma civile contro quella che veniva chiamata “la casta” e che pareva inamovibile dalle stanze del potere.

Nessuna parte politica parlamentare ne era esclusa. Senza una nuova cultura civile e sociale, senza più chiari punti di riferimento, quindi senza più i grandi partiti di massa, affidare il proprio consenso ad una rivoluzione che iniziava dall’irriverenza parolaia grillina, pareva essere la sfida diretta al cuore dello Stato, al potere costituito e ossidato.

Quella dei Cinquestelle è stata, dunque, l’ultimo tentativo di massa di modificare determinati rapporti di forza.

Ma, privi di una chiara matrice ideologica per scelta, dichiarandosi estranei a qualunque categoria politica del passato e del presente, proponendosi come innovatori a tutto tondo, i grillini hanno rappresentato quella alterità che i ceti popolari e il mondo del lavoro e dell’indigenza avevano trovato per lungo tempo in Rifondazione Comunista dopo la fine del PCI e la transizione dalla cosiddetta “prima repubblica” ad una seconda mai veramente individuata come tale.

Adesso si fa fatica a pensare a Di Maio e Di Battista insieme nello stesso movimento. Se questo è oggi possibile, significa che quel trasversalismo antideologico, antipolitico, populista e qualunquista che è stato il brodo di coltura del consenso grillino, dai meet up fino alla fondazione del M5S vero e proprio, non è più il collante adatto a tenere unite tendenze tanto differenti che si erano incontrate nel nome dell’avversione al resto del mondo piuttosto che per la vera condivisione di valori e princìpi (anche morali) messi al servizio della cosa pubblica.

Con troppa faciloneria e acredine quasi personale, oggi contiani e “dimaiani” (ebbene sì… le categorie politiche ad personam non avranno mai fine…) si rinfacciano mesi, anni di convivenza in un movimento che ha smarrito l’identità originaria, che è irriconoscibile rispetto anche soltanto a cinque anni fa.

E si attribuiscono vicendevolmente accuse sul deterioramento del progetto politico, sulla sua alienazione rispetto alle masse che sapeva intercettare e la cui attenzione politica sapeva catalizzare dietro parole d’ordine legate quasi sempre al sentimento “di pancia” della gente stessa.

L’onestà come programma politico ha funzionato per qualche tempo e poi, non tanto per chissà quale caso di corruzione mai veramente spuntato tra le fila grilline, quanto per la progressiva vicinanza alle stanze del potere governativo, la pietra angolare dell’edificio grillino è stata erosa progressivamente dalle intemperie della comoda teorizzazione dell’utilità partitico-movimentista legata essenzialmente all’internità istituzionale.

E’ l’effetto di un male antico che si è preso gioco anche della sinistra cosiddetta “radicale” e che l’ha consumata facendole credere che in una grande ammucchiata tra centristi ex democristiani e socialdemocratici ben poco convinti di esserlo e tutti protesi verso gli approdi liberisti, lì e proprio lì, obbedendo alla legge della ragionevolezza esclusiva del pragmatismo, avrebbe avuto un ruolo fondamentale per esercitare il proprio riformismo progressista.

Invece è accaduto il contrario: la prevalenza numerica delle forze di centro ha reso ininfluente la partecipazione dei comunisti alla coalizione e ne ha piegato le peculiarità storiche davanti all’esigenza di mostrare al Paese quella disciplinata consapevolezza della antica massima: «Ubi maior minor cessat».

Nella maggioranza draghiana di unità nazionale è oggi del tutto evidente che il ruolo dei Cinquestelle, come forza critica e dal sapore un po’ ribelle degli albori, viene non solo ad essere notevolmente ridimensionato numericamente ma anche sul piano della qualità politica: la presenza di una partito in un governo consiste non solo nella partecipazione alla maggioranza parlamentare, bensì ugualmente nella condivisione dell’operato del governo. Senza quasi più ministri e sottosegretari, il M5S può avere forse più margine di manovra nelle Camere ma avrà molta meno voce in seno all’esecutivo.

Di contro, come si è spesso potuto prendere atto nella bislaccheria della politica italiana fatta di piccoli e mediocri tatticismi piuttosto che di grandi strategie, il ruolo di Di Maio e dei suoi “futuristi” rischia per davvero di essere sovrastimato da un lato da chi intende blandirne l’appoggio per scenari di tenuta politica nell’oggi e nei prossimi mesi, dall’altro da chi vi intravede l’unica scialuppa di salvataggio tanto per una operazione di palazzo che tenga salda la maggioranza quanto per il ricongiungimento di un centro tutto, davvero, in grande fermento.

L’ennesima scissione nelle grandi forze politiche italiane avviene, pertanto, non per l’affermazione di valori, princìpi e ideali ma, invece, per aprire l’ennesimo varco della disperazione ad una casta che i pentastellati dovevano missionariamente smantellare e che hanno finito, molto pateticamente, per malamente interpretare.

MARCO SFERINI

23 giugno 2022

foto: screenshot

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