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Marco Sferini

Il fallimento a tutto tondo del governo più pericoloso

Il pericolo rappresentato dal governo Meloni per la democrazia repubblicana, per la stabilità dei poteri istituzionali e, quindi, per la tenuta complessiva di quello che si chiama “sistema-Paese” non è solamente determinato dagli intenti repressivi, dalle minacce di contenimento dei diritti umani e delle libertà civili, ma lo si riscontra più strutturalmente nel continuo addomesticamento delle leggi di bilancio ad una logica privatissima, ad una economia prettamente di guerra, ad una residualità cui si condanna la spesa sociale.

Trionfalmente la NATO ci fa sapere che tutti i paesi aderenti all’alleanza tutt’altro che difensiva hanno raggiunto nel corso dell’anno il tetto di impiego delle loro risorse al 2% del rispettivo Prodotto Interno Lordo nazionale. Il che va a significare che, per compensazione, sono stati tolti ampi margini di spesa in altri capitoli di bilancio che riguardavano –  nemmeno a dirlo! – i principali settori di tutela delle più ampie fasce delle popolazioni europee: scuola pubblica, sanità pubblica, infrastrutture e reti di collegamento, beni culturali e paesaggio, comunità locali… Sono tutte voci cui è stato tagliato molto in questi anni.

Oltre la metà del suo disgraziato cammino, il governo Meloni può essere oggi oggetto di un primo bilancio, di una analisi di legislatura per quanto concerne anche la maggioranza che lo sostiene: sebbene l’inflazione tenda a diminuire (molto, molto esiguamente…) il cosiddetto “carrello della spesa” dell’ISTAT non accenna invece a salire in quanto a costi per le famiglie che devono rincorrere affannosamente il livello minimo di sopravvivenza. Tra il 2014 e il 2025 – dati dell’Alleanza Atlantica medesima – l’Italia ha aumentato la sua spesa militare dai 19.576 milioni di dollari agli attuali 48.800.

Una cifra esorbitante: praticamente il 97% in più in un decennio, con una variazione della spesa dall’1,02% del PIL nel 2014 all’attuale 2%. Rispetto ad un anno fa, il governo di Giorgia Meloni ha aumentato il gettito per l’economia di guerra di ben 7 miliardi di dollari. Il 43% di queste risorse va a finanziare il personale, il 26% in equipaggiamento, quasi il 2% in infrastrutture e il resto in armamenti e altre attività relative ad addestramenti, mantenimento delle strutture (le tanto famigerate basi…).

Se si osservano i diagrammi che riportano le tendenze della spesa dei vari paesi europei, si può evincere che l’Italia non è certamente il paese che spende di più in merito, ma l’aumento della sua spesa è tra quelle che più impattano nel contesto dell’economia nazionale e che, quindi, ha un risvolto più che negativo sui conti pubblici riguardanti quello che un tempo si poteva chiamare “stato-sociale“. Il rapporto dell’ISTAT è piuttosto impietoso in merito: nel secondo  trimestre di quest’anno il PIL ha registrato una franta piuttosto negativa, passando dal segno positivo +0,3% di inizio 2025 all’attuale segno negativo -0,1%.

L’istituto di statistica nazionale attribuisce tutto questo alla compressione dei salari: i «contributi nulli dei consumi delle famiglie, delle Istituzioni sociali private e della spesa pubblica» sono ciò che sta determinando questa brusca frenata nell’economia nazionale. Tradotto in termini più semplici, vuol dire che ognuno di noi ha sempre meno potere di acquisto nei portafogli, mentre i prezzi salgono, soprattutto quelli dei generi di prima necessità. I prodotti non lavorati e processati, quelli che arrivano direttamente dalle coltivazioni, sono i più colpiti dai rincari.

Nonostante le belle parole di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini di “Comunione e Liberazione“, l’Italia, dopo tre anni del suo governo, non ha avviato una svolta sociale, non ha creato le basi per un compromesso tra capitale e lavoro a favore del secondo, ma ha fatto esattamente il contrario: ha favorito le imprese su tutta la linea, ha disertato i tavoli con i sindacati, ha creato le premesse per un nuovo impoverimento salariale su vasta scala e ha impostato il bilancio dello Stato su una economia di guerra cui non ha obiettato nulla, al pari del Patto di Stabilità accettato senza colpo ferire.

Il mito delle destre sociali si è completamente infranto sul muro della dura realtà delle compromissioni necessarie per mantenere pervicacemente il potere, oberando le famiglie italiane di costi che potevano in qualche misura essere contenuti, calmierati: iniziando dal costo dei carburanti, dalle tanto famose accise che Meloni prometteva di eliminare, in quanto vergogna nazionale dei precedenti governi, e che, invece, sono vive e vegete e si fanno sentire ogni volta che facciamo benzina al distributore. Il paradosso sulla spesa per la difesa sta nel fatto che, decrescendo il numero degli effettivi impiegati nell’esercito, non diminuiscono i costi.

Abbiamo meno uomini e donne nel comparto della difesa, ma abbiamo più spese in merito: la spiegazione è l’assoluta fedeltà al neoatlantismo imperialista di oggi, così come di ieri. I salari delle lavoratrici e dei lavoratori non solo restano al palo, bensì scendono rapidamente e ci parlando di un aumento soltanto del cosiddetto “lavoro povero“, di quello sempre più precario, di una parcellizzazione che non accenna a diminuire. Cosa fa il governo per fronteggiare tutto questo? Non mette in campo una complessa, eppure necessaria, riforma del mercato del lavoro che coinvolga tutte le parti sociali. No… Introduce dei blandi correttivi che hanno la durata di un semestre, al massimo di un anno.

Di questa citata complessità del mondo del lavoro e delle imprese fa parte non solo l’aspetto quantitativo della faccenda ma anche quello qualitativo: non basta aumentare i salari di qualche decina di euro per aver risolto il problema di una povertà che invece è diventata endemica e si diffonde perché ogni tipo di produzione si è impoverita e, con essa, ogni altro standard di misurazione della possibilità di sbarcare il lunario per i moderni proletari. Il governo punta – dicono Giorgetti e altri ministri – a garantire maggiormente il ceto medio-alto, quello che, nella logica di questo populismo liberista, dovrebbe trainare l’economia al meglio.

Non una parola viene spesa per l’aumento dei salari in un contesto di riqualificazione delle strutture produttive, di tutela della sicurezza sul lavoro stesso: ciò che conta per Meloni e i suoi è la protezione dei privilegi del mondo imprenditoriale, della grande finanza che, alla fine, è quella che vive dell’economia di guerra in tempi in cui i conflitti pullulano e vengono trascinati oltre ogni misura temporale proprio per permettere lo smisurato arricchimento di aziende che, altrimenti, stagnerebbero in un confronto multipolare dai processi evolutivi di più lungo raggio.

Siamo alla vigilia dell’inizio del nuovo anno scolastico e, come volevasi dimostrare, si partirà grazie all’impiego dei docenti precarissimi soprattutto al Nord dove non si riuscirà a coprire tutte le nomine (sono oltre 48.000 in tutta Italia) con un costo altissimo per lo Stato e con un costo per le famiglie, per singolo alunno, di circa 1.200 euro annui. Sono un salasso i corredi scolastici e non di meno i libri: il calcolo fatto dalla CGIL segnala circa 540 euro per i testi, dizionari compresi, per le scuole primarie, mentre per le superiori si sale fino a 600 euro.

Mediamente il costo per affrontare un anno nelle scuole superiori di II livello si aggira sugli 800 euro, facendo registrare un +13% rispetto al 2024. Non male per un governo che sostiene di avere a cuore il valore della famiglia e dei figli… Anche qui la semplice e diretta domanda su come mai non venga messo dall’esecutivo un tetto al costo massimo di libri e necessità di corredo per gli studenti, si scontra con l’impianto più generale del bilancio statale pensato in questi anni da Meloni, Giorgetti, Tajani, Salvini e, in questo frangente, anche da Valditara. Prima viene il profitto privato, poi tutto il resto. Se rimane qualcosa…

La legge di bilancio è ormai alle porte e, nonostante l’esecutivo magnifichi l’aumento dei posti lavoro e una economia in espansione, come si è potuto constatare da questa breve e certamente parziale analisi, la linea di tendenza è tutt’altro che indirizzata su prospettive rosee. La famosa “coperta corta” sembra accorciarsi ancora di più in conseguenza del fatto che i consumi sono praticamente fermi, il PIL è in calo e solo il settore del turismo sembra l’ultimo baluardo del traino economico dell’intero Paese. Un po’ poco per potersi ergere a patriottissimi difensori del benessere sociale nazionale.

L’impianto complessivo della manovra finanziaria si fonderà su un sistema-Paese in cui l’accesso al lavoro è dato dai contratti precari, quindi dalla temporaneità dell’occupazione che non garantisce un modello di sviluppo certo: né per chi è forza-lavoro né per chi è imprenditore, né per chi investe nelle avventure liberiste delle grandi e medie aziende. Il governo dovrebbe impostare la sua visione strategica in economia partendo dalla rivalutazione salariale come presupposto del rilancio più generale di una società che oggi patisce tutte le conseguenze di una guerra europea di lungo corso, di un impegno in questa pressoché totalizzante.

Siamo, del resto, in una fase di espansione iperliberista che non ammette le contraddizioni su cui si regge e che, anzi, fa della reazione conservatrice il suo baluardo politico consentendo alle peggiori destre di ogni grande paese e potenza di affermarsi come punto di compromesso e di compromissione rispetto alle dinamiche sociali e ai rapporti di forza esistenti. Il governo Meloni si muove in questo perimetro di obsolescenza dei diritti umani, sociali e civili. In una retrodimensione di anticulturalismo che si nutre di semplificazionismi, di ossessioni identitarie, di xenofobie e razzismi di ogni tipo.

La pericolosità di questo governo è multilivello: il governo Meloni erode la democrazia repubblicana nell’erodere i diritti fondamentali di ognuno e di tutte e tutti. Più si restringe la vivibilità dell’esistenza e più si espande la possibilità dei ricchi e ricchissimi italiani di farla franca in una competizione economica continentale e mondiale in cui, senza approfittarsi del mondo del lavoro e del non-lavoro, sarebbero praticamente spacciati. Noi siamo davvero, oggi più che mai, come diceva Rosa Luxemburg, i milioni del cui lavoro vivono questi parassiti, protetti da un governo che ha dell’eversivo e che è per conformazione politica autoritario.

Mettere da parte questo governo è un imperativo categorico che non conosce confini: è un dovere civile, morale, sociale. Chi vuole rimettere in primo piano il benessere comune deve fare tutto il possibile per creare una alternativa efficace a tutto questo. Partendo da un punto di vista soltanto: quello del mondo del lavoro, quello di chi è sfruttato oltre ogni limite pensabile.

MARCO SFERINI

30 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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