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Il dottor Živago
Esiste un dibattito tutt’ora attuale sulla precedenza che si debba dare alle opere letterarie che vengono trasposte in sede cinematografica: non fosse altro per il fatto che viene, quasi sempre, prima il romanzo rispetto al film, si dovrebbe leggere anzitutto e quindi affidarsi anche alle immagini della Settima Arte che scorrono su grandi e piccoli schermi per approfondire quello che può o non può essere un capolavoro. O, più semplicemente, per farsi una idea diversa, più aperta o più chiusa a seconda dei casi, del romanzo stesso o della pellicola proiettata.
Tanti sono i casi in questione, ma uno fra tutti spicca – è davvero doveroso sottolinearlo – per algida cristallinità, proprio per durezza posturale complessiva che, tuttavia, contiene un nucleo di teneri sentimenti che si dipanano lungo tutta la storia; anche quando sembra che la forza prevalga sulla ragione e questa su un rilassamento delle opportunità che si possono dare a tutti quanti per poter finalmente vivere una vita migliore, tolta alla crudele, medievale divisione tra aristocrazia superbenestante e proletariato miserrimo.
La critica al potere, più che al sovietismo in quanto tale, è per Boris Pasternak qualcosa di connaturato proprio alla sua esperienza esistenziale: non siamo nell’anarchismo, nel biasimo della sovrastruttura autoritaria del kράτος (“cràtos“) in quanto corruttore della genuina ispirazione umana alla socializzazione e al collettivismo che pure il bolscevismo non riesce del tutto ad interpretare, ma che perverte nella dimensione istituzionale come contrappeso tra il mondo che lo assedia e le speranza di un immenso popolo affamato e diseredato. Ci troviamo semmai nella insoddisfazione dell’autore per l’impossibilità di coniugare la bellezza della vita con la durezza del doverla interpretare.
Tutto questo, non certo per espressa intenzione di Pasternak, ebbe un riflesso sulle vicende che seguirono alla prima pubblicazione del romanzo in Italia, quando ancora non era stato editato in Unione Sovietica. Giangiacomo Feltrinelli, all’epoca iscritto al Partito Comunista Italiano, decise di non attendere quell’imprimatur propriamente politico e mise mano al manoscritto portato alla casa editrice dal giornalista Sergio D’Angelo (redattore di “Radio Mosca” e collaboratore della casa editrice milanese). Ne venne fuori un accesissimo scontro frutto di un dibattito politico tuttavia apprezzabile: era o non era Jurij Živago un controrivoluzionario? Questa la domanda divisivissima di quel momento.
Una cosa è certa: il giovane dottore di Pasternak tutto poteva apparire ed essere tranne un bolscevico. La sua propensione poetica lo conduce indubbiamente alle soglie di un individualismo che, però, l’effetto rivoluzionario dell’epoca esaspera e vede in qualunque forma di pensiero, scrittura, attitudine volta ad interpretare singolarmente la realtà e, quindi, a trascendere il senso collettivo, l’interesse altrettanto tale e tutti i risvolti conseguenti. Nel capitolo XIV si fa riferimento alla poesia come ad un medicamento, come ad un lenitivo per le sofferenze esistenziali, per gli amori invivibili, per gli ostacoli letteralmente burocratici che si frappongono o che invece esaltano giovani passioni.
Si pensi a quella del marito di Lara, Pavel Antipov, che, in virtù della sua fervente esaltazione rivoluzionaria diverrà, dopo l’Ottobre, il famigerato comandante Strel’nikov: algido, impettito, non tradisce un’emozione. Si potrebbe addirittura leggere in questa definizione stilistica del personaggio una critica del sovietismo delle origini. Il glaciale aspetto di un uomo che si è votato alla causa e che ha espunto dalla sua vita qualunque sentimento, qualunque empatia verso i suoi simili che non siano quelli che riguardano l’azione sociale, politica e civile: il proletariato.
Il mondo di Živago e di Lara è, effettivamente, un altro: non sono respingenti nei confronti dei princìpi rivoluzionari; anzi ne apprezzano lo slancio propositivo, la voglia di mutare l’incrostazione plurisecolare dell’ingiustizia. Ma la loro personale voglia di un mondo più giusto non va oltre: non c’è impegno politico e, per questo, c’è una estraneazione che ha tanto del metafisico di una ragione poetica che eleva oltre le asperità del presente, per viverlo differentemente, come nel ritiro di Varykino dove il tempo sembra sospeso e soltanto le alte colonne di fumo dei villaggi incendiati ricorda che anche là, tutto intorno, la guerra civile tra bianchi e rossi divampa e la linea del fronte si sposta sempre più ad est.
Feltrinelli, dopo aver pubblicato l’opera di Pasternak, uscì dal PCI, visto che le critiche piovutegli addosso erano tante e tali, soprattutto provenienti dalla dirigenza massima del Partito, da rendere praticamente incompatibile il rapporto col corpo propriamente politico e culturale della maggiore forza della sinistra italiana dell’epoca. Il dibattito su Živago continuerà, mentre se ne stamperanno oltre trenta riedizioni e il successo diverrà mondiale (celebre è il film di David Lean con il medico interpretato da Omar Sharif, diviso tra Tonija Gromeko-Geraldine Chaplin e Lara Antipova-Julie Christie).
Pasternak un po’ a torto è stato platealmente accusato di antibolscevismo: inizialmente sposò la causa rivoluzionaria ma, col passare dei decenni, si allontanò dall’irregimentazione che ne seguì, dallo Stato autoritario che ne venne fuori nel contesto di una Guerra fredda in cui, dall’altra parte, stava la porzione di mondo che pretendeva di dettare non solo i princìpi economici con cui vivere ma anche la morale, il punto etico considerato superiore rispetto al resto del pianeta che mostrava di pensarla molto diversamente. In realtà, Živago è la raffigurazione dei tormenti dell’autore che ha a cuore la giustizia sociale ma che la vede finire tra le maglie di un potere che si perverte e che si trasforma e si rende difforme dai suoi valori originari.
Le vicende ungheresi del 1956 inasprirono ancora di più quello che ormai poteva definirsi “il caso Pasternak” e finirono col dividere draconianamente i sostenitori della linea sovietica, che continuava a parlare di divergenza manifesta nei confronti del Partito e dello Stato da parte dello scrittore, da quelli invece che parteggiavano per una nuova idea di socialismo applicato che si rifacesse ai princìpi teorici del marxismo ma, come si sarebbe detto qualche anno più tardi, inseriti in un contesto istituzionale “dal volto umano“. Il romanzo, così, visse di un successo mondiale per molto tempo e tenne banco più che altro la trattazione meramente politica, lasciando un po’ indietro quella più marcatamente sentimentale.
La vite tormentate, che facevano dell’opera un misto di romanticismo e di idealismo, non furono poste dietro le quinte di una teatralità che aveva ceduto il proscenio alla ribalta di una platea che era piuttosto politicamente divisa nei primi decenni del secondo dopoguerra. Tuttavia finirono con l’esserlo per lungo tempo, ma poi le vicende di Jurij, Tonia e Lara tornarono ad essere il cuore di un racconto che aveva, ed ha tutt’oggi, un fascino incredibile proprio perché si situa nella tormenta rivoluzionaria. Pasternak non è reticente nel descrivere le ingiustizie sotto l’impero degli zar. Non è reticente nemmeno nel metterne a nudo la corruzione aristocratico-borghese.
Ma non è reticente neppure quando si tratta di confermare che, alla fine, il potere rischia di corrompere chi lo detiene, allontanandolo anche dai più nobili istinti e dalle più genuine e pure aspirazioni sociali. Chi sembra imperturbabilmente insensibile a questa levigatura introspettiva, fatta di desideri che non siano soltanto le ambizioni personali, anche se dettate dallo spirito rivoluzionario, è il comandante Strel’nikov. In lui, più che nel fratellastro di Jurij, il generale bolscevico Evgraf, si sostanzia la compostezza ieratica di un regime a cui del comunismo rimane soltanto il lontano ricordo leninista e trotzkjsta. Lo stalinismo ha epurato prima di tutto le premesse libertarie che sono state sacrificate sull’altare della contingenza.
La rivoluzione non è diventata internazionale e il capitalismo di Stato si è impadronito del sovietismo, facendolo diventare la caricatura di sé stesso: anarchici e comunisti dissidenti sono trattati dal governo di Mosca come i peggiori tra i ribelli. Offrono alla gente una rimembranza sbiadita di ciò che poteva essere l’impeto dell’Ottobre e di come sia invece stato tradito dalla voglia di potere di un georgiano che Lenin non aveva in alcuna stima. Franco Fortini fa una critica razionalmente politica (più che letteraria) del romanzo di Pasternak: c’è, secondo lui, tra le righe il tentativo di comprendere, dopo la fine del regime di Stalin, se sia o meno recuperabile qualcosa dei dieci giorni che sconvolsero il mondo.
Viene alla luce quindi un dubbio sulla compatibilità tra postcapitalismo e libertà sociali, civili, intellettualità, ragionamento critico individuale e collettivo. Proprio la possibilità di mettere in relazioni questi due aspetti dell’esistenza (la vita di ognuno e il contesto comunitario) diviene la risultante di un processo di elaborazione che nelle vicende di Jurij Živago trova il suo culmine nel tentativo di ritornare, dopo il 1922 (quando lo Stato sovietico inizia a mettere radici…), a quella che molto borghesemente (ma impropriamente visto il contesto dato) si potrebbe definire una “vita normale“. Dopo la morte di Strel’nikov, il bolscevismo rimane rappresentato da Evgraf che torna ad aiutare il medico-poeta.
Conosciuto e riconosciuto per la sua fama internazionale, come intellettuale degno di attenzione oltre i confini dell’Unione Sovietica, Jurij effettivamente rimette in piedi una nuova famiglia tra indigenze estreme e una salute malferma che non gli lascerà scampo. Chissà se anche questa è una metafora della parabola sovietica. Forse sì, forse no. Sia così o meno, l’opera di Pasternak merita di essere letta al di là dei pregiudizi politici, interpretandone il senso più profondo che la colloca nei capolavori della letteratura internazionale, non fosse altro per aver osato unire le libere aspirazioni umane ad una realizzabile vita in comune.
IL DOTTOR ŽIVAGO
BORIS PASTERNAK
FELTRINELLI, 1949 ed edizioni seguenti (2020)
€ 15,00
MARCO SFERINI
3 settembre 2025
foto: particolare della copertina del libro
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