La Scolastica entra in crisi anche nel momento in cui nella filosofia prodotta dagli ambienti universitari europei si concretizza il dibattito, o per meglio dire la “disputa“, sugli “universali“. Ciò che fino all’XI secolo era stato dato per scontato, seguendo le linee generali di un pensiero non solo proprio del Cristianesimo, ma certamente alacremente influenzato dalla religiosità dominante (che aveva sostituito il vecchio antropomoformismo politeista tanto ellenico quanto romano), viene messo in discussione da una nuova configurazione soggettiva ed oggettiva dell’essere umano in rapporto con il resto della realtà.
Se ne volessimo trarre una critica marxista, prettamente epistemologica (ed anche gnoseologica), potremmo affermare che mai come in questa occasione la struttura economico-sociale che si modifica con l’avvento di nuove rotte commerciali, con il consolidamento delle repubbliche marinare e dei grandi centri comunali (senza dubbio in Italia, ma anche altrove) ha avuto una influenza direttissima nel mutamento della sovrastruttura mentale, nei cambiamenti registrati in seno tanto ai centri di sviluppo del sapere quanto presso le stesse scuole filosofiche.
La disputa sugli universali, quindi, tutto è tranne quello che è stata rappresentata per molto tempo: una oziosa, pedante e persino ripetitivamente noiosa diatriba su questioni meramente nominalistiche e concettuali. Per quanto le categorie utilizzate per individuare le differenti interpretazioni si siano riferite soprattutto a due grandi filoni, “realismo” e “nominalismo“, le sfaccettature in merito sono molte di più e terribilmente sottili. Tanto che si possono distinguere nei differenti campi che si sono affrontati tendenze moderate ed estreme, proprio a seconda della maggiore o minore intensità che si è data non solo alle affermazioni dei punti di principio, quanto alla risolutezza con cui le si è proclamate.
Il dilemma è presto detto: noi esseri umani abbiamo un’autocoscienza che ci permette di avere consapevolezza di noi stessi, del mondo che ci circonda e, seppure molto vagamente, anche del cosmo, dell’Universo inteso come “tutto cosmico“, come “insieme dell’esistente“. Pare piuttosto evidente che ogni affermazione che noi facciamo ci risulta vicendevolmente chiara, netta, persino oggettiva (quindi non contestabile a priori, difficilmente mutabile a posteriori data la realtà reale del reale stesso) se viene riconosciuta in quanto tale come inoppugnabile.
Ossia se è anzitutto l’evidenza a dimostrare che un evento, una cosa, una persona sono quel che diciamo essere e non altro. Un cavallo per noi è un cavallo, non può essere un cane. E così via dicendo per qualunque altra presenza animata o inanimata in questo mondo. Un sasso è un sasso e non una matita. Fatto salvo questo parametro umano di categorizzazione e classificazione di ciò che ci sta intorno e ci riguarda più o meno direttamente, il punto è cercare di capire qualcosa di più di un mistero soltanto riguardo gli “universali“: che cos’è esattamente un concetto assoluto che si può sintetizzare in un nome?
Tralasciamo la questione meramente etimologica delle parole, anche se dovremmo poi prenderla in qualche modo in considerazione, se non altro da un punto di vista empirico. Poniamo il fatto che noi ad un certo punto abbiamo deciso di chiamare “roccia” qualcosa di questa materia esistente nell’Universo e, segnatamente, qui sulla Terra e, ancora più nello specifico, proprio intorno a noi. La roccia, in se e per sé, non ha nome, non ha neppure, come invece hanno gli animali non umani, una sensibilità tale da poter in qualche modo riconoscere un suono e associarlo a sé medesima nel momento in cui la si tira in ballo, la si chiama e richiama.
Dunque, in sé e per sé la roccia è un qualcosa che esiste a cui noi umani abbiamo dato un determinato nome e su questo nome abbiamo sviluppato lo stesso “concetto” di roccia. Se pensiamo ad una roccia, non ci viene in mente un pappagallo. Se pensiamo ad una penna non ci viene in mente un tavolo. Così, via via proseguendo, se pensiamo ad una penna di un uccello potremmo arrivare a pensare all’uccello stesso; se pensiamo ad un sassolino potremmo pensare ad una roccia. Dal particolare si arriva, dunque, all’universale non solo concettuale ma anche materiale. Pensare ad un essere umano come noi rimanda all’umanità.

Statua di Pietro Abelardo, Palazzo del Louvre, Parigi
Pensare alla Terra rimanda al Sistema solare, ad altri pianeti, ma pure ad una estensione sempre maggiore del pensiero sul cosmo, fino all’impensabile infinitudine dell’Universo, della sua non-estensione in quanto, se infinito, non ha nemmeno il dove estendersi non possedendo alcun limite, alcun confine, alcun parametro numericamente definibile. Ma torniamo qui ed ora sulla disputa degli universali: la crisi della Scolastica, si faceva cenno all’inizio di queste righe, in qualche modo si attiva proprio nel momento in cui, non tanto si tenta di rimettere l’uomo al centro delle questioni filosofico religiose, dunque anche metafisiche, dunque anche – per contro – fisiche.
Semmai questo avviene semplicemente spostando l’attenzione dalla centralità indiscutibile del dio da cui tutto promana, all’essere umano che centrale non è, ma che, proprio nella religione cristiana, ha comunque un ruolo di non secondario conto nella più o meno ordinata creazione divina. Ed in rapporto all’essenza tutta umana si crea quindi un dibattito necessario sul modo in cui noi percepiamo la realtà, in cui la veniamo considerando e pure nel modo in cui la ritrasmettiamo ad altri nostri simili, nonché dissimili. Le terminologie che abbiamo adottato per dare un “senso” al “nostro” mondo, per dargli un significato che non va oltre la volta celeste, sono un qualcosa di preesistente a noi, di esistente in noi ancestralmente o, invece, sono il prodotto dell’esperienza?
Più semplice l’approccio a questa disputa è se si considerano i concetti che ci sono più familiari: per esempio quello stesso di essere umano. Noi ci riconsciamo tra noi in quanto tali e sarebbe difficile, tutto ad un tratto, dire che noi siamo dei bicchieri. Uno, perché i contenitori di vetro o plastica sono inanimati e noi, invece, siamo vivi per come consideriamo la vita che ci riguarda (sensibile e intelleggibile); due, perché ormai la nostra coscienza si fonda, nel momento in cui acquisiamo tutta una serie di nozioni fin da infanti, su un’esperienza che non è cancellabile nemmeno durante tutto il tempo di vita che ci rimane da vivere.
Ma, andando per paradossi, se noi fossimo cresciuti in un ambiente incontaminato dalla cosiddetta “civiltà“, come esseri umani nati e cresciuti su un’isola deserta senza nessun altro contatto col mondo, quindi privi di qualunque esperienza cui siamo abituati e perfino privi del contatto con altri simili a noi, possiamo essere certi che avremmo sviluppato quel linguaggio che conosciamo, quell’attitudine alla sensibilità nei confronti della natura e delle cose che è oggi il prodotto di millenni di ripetizioni di miliardi e miliardi di esperienze che si sono sommate e hanno, per ora, portato allo stato attuale della conoscenza e dello sviluppo?
Se accettiamo questo paradosso, potremmo affermare che non avremmo nessuna certezza in merito e che solo dall’osservazione empirica potremmo trarre qualche deduzione in merito e porla a paragone con il “nostro” mondo. Per l’appunto noi siamo anche il mondo che conosciamo, ma il mondo è anche noi e quindi in questa reciprocità di influenze sta non la chiave unica di interpretazione della disputa degli universali, ma quanto meno quella della diretta correlazione tra ciò che oggi siamo e ciò che oggi è la società in cui giorno dopo giorno ci affanniamo a sopravvivere facendoci a volte troppe, altre volte troppo poche domande sull’esistenza.
Se non esiste una soluzione del problema riguardante gli “universali“, possiamo affermare che esistono diverse interpretazioni che rimangono quindi su un terreno di speculazione filosofica e che, quindi, ancora oggi il dibattito rimane aperto. Da ogni corrente filosofica fino ad oggi esistita si possono trarre molti spunti al riguardo e questa è una delle inebrianti, grandi ricchezze del pensiero umano antidogmatico: non pretendere di avere nessuna verità in tasca, nessuna rivelazione della stessa per chissà quale sovraordinazione metafisica, ma continuare, insieme al campo scientifico, a porsi dubbi tutt’altro che pedanti.
Se proprio si deve abbracciare una delle correnti della disputa tra le risposte che sono state date alla diatriba in questione, tra realisti e nominalisti, convince di più quella che fa riferimento a Pietro Abelardo ed Ockham: un nominalismo moderato che sostiene la non presenza dell’universale nelle cose (quindi in re) ma quasi esclusivamente in intellectu, ergo nella mente propria nostra: noi siamo i formulatori degli universali, per quanto si appartenga al particolare o, se vogliamo, ad una particolare mutazione della materia che dall’inorganico è passata all’organico e da questo stato addirittura all’organico cosciente ed autocosciente.

Guglielmo di Occam – da un manoscritto della “Summa Logicae” di Ockham, MS Gonville and Caius College, Cambridge
L’evoluzione della nostra specie ha avuto tra le conseguenze prime, in rapporto alla natura e allo sviluppo della socialità, la necessità di conoscere per riconoscere. Di sapere, quindi, per continuare a sapere ancora meglio ciò che non poteva esclusivamente rimanere confinato nel perimetro asfittico dell’intuitività primordialmente pre-historica. La soluzione data dai nominalisti moderati riprende, in parte, le teorizzazioni ciniche e stoiche in merito all’universalità dei concetti: per cui non si può determinare un peso ontologico riguardo nome (della rosa) e il concetto (della rosa stessa). Tutto rimane, nemmeno troppo strettamente, avvinghiato all’ambito della logica mentale.
L’irresolutezza della disputa – come hanno osservato filosofi ben più moderni di quelli citati – rimanda alla prima domanda che si fecero i Sofisti in merito: pensiero e linguaggio rispecchiano davvero l’essenza delle cose? Può il nostro modo di interpretare la realtà essere un viatico per “afferrare” la realtà stessa? Possiamo dire di aver “compreso” la realtà che ci circonda? Oppure il nostro modo di vivere è affidato, oltre che alla percezione sensoriale diretta, ad una indiretta mediazione mentale che tradisce (o che può tradire) persino i nostri sensi? Del tutto sinceramente, o per meglio dire con onestà intellettuale, non esiste nemmeno a queste domande una risposta, una che sia solo quella.
Di certo c’è, a meno di non essere prigionieri in una immensa sciarada iperuranica, pedine di un gioco deistico di inafferrabile livello, l’esistenza dell’essere che, almeno per mettere un punto fermo, “non può non essere“, dato il fatto che esiste. E dato anche il fatto che quello che non esiste, ma che viene immaginato come passibile di esistenza, o è creabile da noi e dalla natura nei suoi mutamenti, oppure è solo un costrutto della nostra mente che non sempre si affida alla logica (quindi alla ripetizione di una ginnastica cerebrale allenata con gli strumenti dell’esperienza).
Sugli universali permane il mistero del perché noi siamo stati in grado di svilupparli, di creare oltre che con il linguaggio, anche e soprattutto con la scrittura, una traduzione quasi oggettiva del mondo: oggettiva almeno per noi. Quindi potremmo definirla una parziale oggettività, a misura di essere umano. A cominciare da concetti puramente pensati e non riscontrabili con la realtà sensibile e materiale. Primo fra tutti quello di “dio“. Ma questa è un’altra ancora un’altra disputa…
MARCO SFERINI
21 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria / altre immagini tratte da Wikipedia














