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Marco Sferini

Il decreto sicurezza non è sicuro per niente (e per nessuno)

Gli effetti della gran batosta referendaria si fanno ancora sentire. Andiamo per ordine: il 24 febbraio scorso il governo di Giorgia Meloni adotta un decreto legge non qualunque: si tratta del famigerato “decreto sicurezza” che contiene tutta una serie di disposizioni atte a restringere gli spazi di agibilità democratica, di manifestazione del pensiero attraverso la partecipazione popolare per cui si prevede non solo più l’arresto in flagranza, in caso di comportamenti reputati penalmente illeciti, ma si introduce una novità che poi tanto nuova non è nemmeno, visto che è storia novecentesca delle destre estreme utilizzare questi mezzi per arginare il diritto di critica e di contestazione nei confronti di chi esercita il potere. Si introduce, quindi, la “flagranza differita” per reati come il danneggiamento e le violenze documentati da riprese video.

Un presupposto già previsto dal Codice di procedura penale (all’articolo 382-bis) e che il governo Meloni vorrebbe estendere oltre l’ambito dei reati commessi in ambito più strettamente familiare. La fisionomia ipersecuritaria del decreto di fine febbraio è un qualcosa di oggettivamente conclamato. A far data dall’ultima settimana del secondo mese dell’anno vi sono sessanta giorni per la conversione in legge, così come previsto dalla Costituzione. I termini, quindi, stanno per scadere e qui – a quanto pare dalle cronache – il Viminale combina il pasticcio: propone e fa introdurre un articolo aggiuntivo, il 30-bis che prevede, sostanzialmente, che gli avvocati dei cittadini migranti siano pagati, per ogni rimpatrio che riescono a portare a termine, con un compenso di 615 euro circa. Un “premio“, quindi, un incentivo. Un qualcosa che, anche per chi non è uso frequentare diritto e politica, appare come deontologicamente inappropriato.

Per usare un eufemismo, si intende. Perché nel momento in cui il decreto sicurezza così emendato arriva Quirinale, il Presidente della Repubblica manifesta le sue perplessità di oggettiva incostituzionalità della norma e invita il governo a ripensarla. Ma è un guaio grosso, perché i tempi stringono e perché ciò apre un dibattito sul modo in cui l’esecutivo intende sempre rapportarsi con la giustizia, con i diritti di ognuno e di tutti, con una uguaglianza, tanto degli avvocati quanto dei loro assistiti, che invece diviene una variabile dipendente dei desiderata della maggioranza che è impostata, in questo caso, su un canale assolutamente securitario e repressivo. Si può quindi affermare che gli effetti del referendum di fine marzo si fanno ancora sentire, ad un mese di distanza. E non finisce certamente qui. Perché, via via che il tempo passa, le contraddizioni aumentano e i partiti della coalizione di destra scalpitano per sopravvivere.

Che Fratelli d’Italia ce la faccia è evidente: lo dicono i numeri dei sondaggi e, del resto, gli altri due soggetti politici, Forza Italia e Lega, non sono così ben messi al loro interno: baruffe intestine che corrispondo ad una crisi del quarto anno di governo e non del settimo di matrimonio. La leggenda civile contro la realtà politica cruda, dura e pura: Giorgia Meloni viene sconfessata prima dall’elettorato e ora dal Colle che vanta, senza alcuna ombra di alcun dubbio, un gradimento molto più ampio rispetto a quello delle forze che si compongono attorno al tavolo tondo di Palazzo Chigi. C’è nella dettatura di quell’articolo 30-bis una vera e propria considerazione premieristica dei rapporti tra società e Legge, tra civicità e diritto, tra uguaglianza e specialità, singolarità della Legge stessa.

Meloni e i suoi ministri sembrano, ancora una volta, dire: facciamo come vogliamo, forzando la mano, provandoci almeno. Non è un comportamento rispettoso di quei princìpi democratici che vorrebbero anzitutto che si tenesse conto di tutte le massime garanzie possibili proprio per le cittadine e i cittadini e, in senso ancora più lato, per tutti gli esseri umani e viventi senza distinzione di alcun tipo. Ma le destre postfasciste non possono ontologicamente ragionare in questa maniera: perché sono da sempre avvezze a privilegiare le differenze in chiave assolutamente negativa, quindi a favorire i privilegi di una parte a nocumento di chi ne è escluso o che ne può essere escluso. L’interpretazione del ruolo della legislazione, quindi delle prerogative del Parlamento, così dato e così praticato mostra tutte le incongruenze del caso nei confronti della Costituzione stessa.

Se ne avvede il Presidente della Repubblica che ne è, infatti, il difensore, il garante primo. Di per sé non è grave che un governo intenda fare in modo che una legge funzioni al meglio. Anzi. Potremmo dire che rientra nei suoi compiti fare in modo che l’esecutività dei provvedimenti sia efficiente e che questa efficienza la si possa constatare quotidianamente nel modo in cui la si applica. Quello che è molto grave, invece, è il fatto che il governo disponga un trattamento diversificato nei confronti degli avvocati, assegnando un incentivo a coloro che riusciranno a portare a termine i rimpatri dei loro assistiti. Se l’obiettivo diventa questo, allora automaticamente viene penalizzata e quasi messa da parte la piena funzione della difesa che, piuttosto che conformarsi alle volontà della persona, con tutti i necessari supporti del caso e suggerimenti del professionista, cerca di renderla condiscendente nei confronti di una volontà dell’esecutivo: rimpatriare il maggior numero di migranti possibili.

Questa modalità di induzione coatta è quasi peggiore di un provvedimento apertamente discriminatorio nei confronti dei migranti. Qui si ha la manifesta sfacciataggine di far apparire come assolutamente costituzionale, quindi legale ed anche altamente morale, un comportamento che non garantisce colui a cui si applica, ma altera consapevolmente le funzioni dell’avvocatura come a volerla avvicinare alla volontà del governo e non permetterle di esercitare la sua funzione in piena autonomia e libertà, nell’interesse esclusivo del cliente. La stessa volontà di agire con la decretazione legislativa, quando si potrebbero invece elaborare leggi ad acta discusse nei tempi necessari dal Parlamento (piuttosto che essere imposta dall’esecutivo sotto la spada di Damocle del continuo ricorso al voto di fiducia), è un segnale evidente di un tentativo di distorcere il principio stesso dei dispositivi utilizzati. Un decreto è spesso sinonimo di urgenza.

Da febbraio ad oggi quale cambiamento ha messo in essere il decreto sicurezza? Nessuno che sia cristallinamente evidenziabile e sotto gli occhi di tutte e tutti. L’effetto che ha avuto è fare in modo che, per alcuni mesi, prima della sua conversione in legge da parte delle Camere (il che deve ancora avvenire…), ha rappresentato una sorta di legge speciale temporanea che rischia di aver prodotto degli effetti sul momento che hanno nuociuto a molte persone senza che vi fosse una vera e propria concomitanza tra la norma e la sua validità, tra la norma e il Legislatore medesimo, tra la norma e il Diritto nel suo insieme secondo l’iter consueto che deve avere prima di diventare Legge dello Stato. Siamo o  non siamo di fronte ad una concezione super maggioritaria e premieristica dell’azione di governo? La risposta è, naturalmente, a discrezione delle opinioni di ciascuno, ma per quanto ci riguarda è più che evidente che sia così.

Sic stantibus rebus, ci troviamo in una quasi perfetta linea di coerente prosecuzione con l’emergenzialismo propagandistico delle origini del governo di Giorgia Meloni che oggi le serve come il pane per rimediare al calo di consensi – seppure non ancora così rilevante – e, soprattutto, al fattore tempo che potrebbe non giocare a favore della maggioranza di qui alle elezioni politiche del 2027. I tanti inciampi in cui Palazzo Chigi è incorso non cessano affatto: da ultimo la questione dell’affaire riguardante i servizi segreti… Nonostante qualcuno lo ipotizzi, facendo certamente un po’ di dietrologia, è difficile ritenere che, almeno in questa complicata fase, Meloni cerchi o voglia subire da parte dei suoi alleati, un nuovo scontro con il Colle. Non è da escludere, ma tutto pare invece andare nella direzione di una composizione urgente tra le parti per scrivere una norma che possa essere varata dal Parlamento entro sabato.

L’augurio che ci si può fare è che la norma finisca in un nulla di fatto e che, quindi, non venga convertita in legge e decada. Ovvio che si tratterebbe di una ennesima grave sconfitta da parte del governo: un autogol vero e proprio, una ennesima dimostrazione di una inettitudine vincolata alla pretenziosità di gestire il delicato compito di compartecipare alla formazione delle leggi con il Parlamento dal punto di vista esclusivo dell’esecutivo. Chi ha già subìto gli effetti di questo decreto sicurezza ne potrebbe testimoniare: come i giovani anarchici fermati preventivamente perché ritenuti pericolosi per manifestare. Un qualcosa che precede addirittura l’evoluzione del diritto novecentesco e che rimanda ai tempi in cui le sbarre delle celle si aprivano senza altro motivo se non quello di garantire l’imperturbabilità del potere.

Ciò che il governo Meloni vorrebbe introdurre è una vistosa violazione dei diritti fondamentali di ogni persona di fronte al patto legislativo, alle istituzioni che lo devono gestire e non utilizzare come una clava contro cittadine e cittadini: siano essi italiani o siano invece migranti, quindi persone considerate da queste destre come inferiori, di serie B, inadeguati a vivere nel nostro Paese che, invece, potrebbe diventare anche il loro. La Costituzione, del resto, così recita all’articolo 24: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione». Perché mai si vorrebbe suggerire agli avvocati di escludere la possibilità per i loro tutelati di ottenere il permesso di rimanere in Italia, preferendo qui, dietro prebenda, la soluzione del rimpatrio?

Non esiste nessuna motivazione giuridica in questo senso. Ma solo una precisissima, calcolata, specifica volontà politica. Una determinazione discriminante che è, di per sé, confliggente con la Costituzione della Repubblica e con una certa idea di una Italia moderna in cui la cittadinanza la si ottiene partecipando alla vita democratica del Paese e non come concessione di un nuovo sovrano, di un nuovo premier con poteri speciali, con poteri superiori a quelli di qualunque altro organo dello Stato. Se nel referendum avesse prevalso il SÌ, oggi sarebbe anche più complicato e difficile difendere questi presupposti di uguaglianza giuridica, civile e umana. Ma siccome ha prevalso la difesa della Carta del 1948 e dell’indipendenza della Magistratura, qualche leva in questa direzione c’è ancora e va difesa e preservata.

MARCO SFERINI

21 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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