Il culto socialista di Bernie in Iowa

First in the nation. Viaggio tra i sostenitori di Sanders in uno degli Stati chiave per «pronosticare» le primarie
Bernie Sanders

Des Moines, in Iowa, è una cittadina di 350.000 abitanti nel mezzo di uno Stato che ne conta 3 milioni in tutto. Non succede mai niente qua, ma ogni 4 anni l’Iowa diventa il centro del mondo visto che anticipa tutti gli altri per le primarie presidenziali, dettando la cifra della tornata elettorale. Per settimane, in un crescendo di intensità, i candidati macinano un comizio dietro l’altro, si attrezzano quartieri generali per formare gli attivisti e fare campagna elettorale capillare sul territorio, arrivano decine di migliaia di giornalisti da tutto il mondo.

I comizi si svolgono ovunque: alberghi, scuole, palestre, librerie, locali pubblici. Domenica, giorno del Superbowl, i candidati hanno fatto apparizioni nei bar sport durante l’interruzione tra primo e secondo tempo. A ogni comizio, a seconda del candidato, cambia il pubblico che vi accorre. Ad ascoltare l’imprenditore ed ex consulente di Obama, Andrew Yang, c’è la fascia anagrafica più bassa, ragazzi spesso anche minorenni, la cosiddetta Yang gang; dal moderato e primo candidato alla presidenza apertamente gay, Pete Buttigieg, sono accorse famiglie intere per lo più della classe media. Da Biden una folla di speranzosi per lo più maturi, spesso non resiste fino alla fine del comizio. Prevedibilmente la folla più entusiasta è quella per Bernie Sanders.

Alla vigilia del voto il senatore socialista era dato per favorito, i suoi centri operativi erano i più brillanti e, per un occhio europeo, i più comprensibili. All’interno si discute non solo della campagna, ma anche di socialismo e si svolgono delle specie di corsi di formazione su Bernie Sanders. Con l’ausilio di filmati motivanti sulla vita e le azioni di Sanders, gli attivisti che seguono il senatore da più tempo illustrano i punti principali del Bernie-pensiero ai volontari della campagna.

Quello per Sanders è quasi un culto socialista in una campagna elettorale blindata dove gli attivisti non possono e non vogliono parlare con la stampa. Inizialmente lo scenario è ostico e rigido, ma quando si arriva ai volontari sono tutti più che felici di raccontare il loro approccio al socialismo.
«Mi ci sono avvicinato tramite letture scolastiche di filosofia – dice Jason 35 enne newyorchese, in Iowa per fare da volontario alla campagna di Sanders – ho proseguito da solo, ho letto il manifesto del partito comunista. In realtà mi considero comunista, Sanders è la cosa più vicina a me che sia mai capitata in Usa. Ciò che mi affascina più di tutto, oltre il pensiero, è la sua integrità politica e morale».

Quello dell’integrità è apparentemente l’elemento principale e che contrappone Sanders a tutti gli altri candidati, tutti ugualmente invisi ai suoi sostenitori, in particolar modo Elizabeth Warren, vista come un’usurpatrice di un posto non suo. «Non è socialista. E a differenza di Bernie, Warren ha molti scheletri nell’armadio – dice Paula, 38enne di Chicago alla sua seconda campagna per Sanders – È stata iscritta come votante repubblicana durante la presidenza Reagan. Non posso rispettare qualcuno con una cultura universitaria, adulto, che abbia potuto votare per Reagan. Sanders, invece, è sempre stato coerente con i suoi principi, nessuno scivolone ideologico». Una cosa è certa: i sostenitori di Sanders non supportano un candidato per battere Trump, ma un’idea rivoluzionaria che cambi l’America radicalmente, e non voterebbero mai per nessun altro.

«Non posso votare perché non sono cittadino americano – spiega Jose, 24 enne messicano arrivato in Usa a 3 anni con carta verde e famigliari tutt’ora illegali – Io non ho potuto fare l’università per ragioni economiche, la mia storia mi porta a pensare che il socialismo sia l’unica via per avere una società più giusta. Se votassi voterei per Sanders o per nessun altro perché non si tratta di vincere un’elezione ma di cambiare il sistema che ha portato a Trump».

«Chi vota Trump o è super ricco o povero senza scelta alcuna – dice Sandra 22 enne di Seattle – Con i ricchi non c’è niente da fare, per i poveri è un altro discorso. Bisogna cambiare le loro condizioni di vita, dare sanità, istruzione, case, dignità. Così si cambia, se no è politica come al solito. La ragione per cui sono qui è per fare una rivoluzione, non una campagna elettorale e se il candidato democratico non sarà Bernie allora non andrò a votare perché far perdurare questo status quo non mi interessa». È come se questa passione per il socialismo fosse un fenomeno nuovo affrontato con l’intensità totalizzante di una passione adolescenziale da una fetta di popolazione che percepisce Sanders come Che Guevara: un rivoluzionario incorruttibile, per cui la scelta non è fra un candidato o un altro, ma fra un politico o il Che.

«Nel 2016 ho votato per Clinton – dice Donna, 35 enne del Missouri – ho perso in sacco di amici per questa ragione, ma sono andata a votare per i verdi, per Jill Stein. Lo rifarei anche con il senno di poi, dopo 4 anni con Trump, che detesto, ovviamente, ma mi disgusta anche il Partito Democratico che ha collaborato a crearlo. O si cambia tutto o qui non cambierà niente, non c’è compromesso possibile». «Se il socialismo dovesse vincere in America – afferma Joe 29 enne del Wyoming – cambierebbe il mondo, e possiamo iniziare a cambiare il mondo partendo da qui, in Iowa».

MARINA CATUCCI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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