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Il conflitto arabo-israeliano
Il disfacimento dell’Impero ottomano dopo la tragedia della Prima guerra mondiale ha dato seguito ad una fase di ricolonizzazione del mondo arabo da parte dell’Europa. Spesso e volentieri, quando si discetta della gravissima questione israelo-palestinese, oggi arrivata certamente ad uno degli apici più sanguinosi tanto da aver oltrepassato la soglia del tabu genocidiario, si fa riferimento agli arabi come a coloro che hanno la diretta responsabilità della catena di controversie, di guerre, di opposizioni, resistenze e reti terroristiche che hanno attraversato tanto la Palestina quanto, più regionalmente parlando, il Medio Oriente.
C’è del vero in questo, ma vi è anche del detto-non detto perché se si fa la storia della regione infiammata da cento, mille guerre intestine e interstatali (oltre che interregionali…) si deve allora iniziare proprio, per quanto riguarda il periodo della contemporaneità, dalla crisi verticale della Sublime Porta, dalla fine dell’impero turco e dalla creazione di un nuovo parterre di nazionalismi che sono stati in parte avallati tanto dagli accordi di Sykes-Picot nel 1916 quanto nella successiva Conferenza di Sanremo del 1920. Per la verità l’Impero ottomano si trovava in una condizione di declino già a partire dall’Ottocento. La Prima guerra mondiale ne ha accelerato la disintegrazione.
Parimenti, nel cuore dell’Europa, una situazione simile se non uguale la si è vissuta con la fine dell’Impero Austro-Ungarico la cui ultima denominazione era già stata il preambolo di un compromesso con quelle nazionalità che premevano per ottenere un riconoscimento sovrano che la monarchia asburgica, se non fosse stata spinta dalle rivoluzioni del Quarantotto e dall’irrompere sulla scena delle pulsioni indipendentiste magiare, boeme, croate e italiane, non avrebbe mai concesso. Dunque, gli arabi si sono trovati, come evidenzia molto bene Thomas G. Fraser nel suo lavoro “Il conflitto arabo-israeliano” edito da Il Mulino nel 2015, a gestire, dopo il passaggio dalla sudditanza turca a quella delle nazioni europee (Gran Bretagna e Francia anzitutto), la presenza di un nuovo fattore del tutto nuovo ma dai tratti antichi al contempo.
Questo elemento di discontinuità e di decostruzione di un ordine che mai veramente ordine era stato, era rappresentato ora dallo Stato di Israele. La sua nascita determina nella regione mediorientale un vero e proprio disequilibrio, anche perché avviene in un tempo in cui la decolonizzazione europea è già piuttosto avanzata, anche se le terre libanesi rimangono sotto l’influenza francese e quelle del Mandato Palestinese (Transgiordania compresa), sotto l’egida britannica. Mano a mano che la strutturazione dello Stato ebraico si consolida, guerra dopo guerra, repressione dopo repressione, ci si rende sempre più conto che le divisioni nel cosiddetto “mondo arabo” si sostanziano per differenti interessi e, quindi, si rischia di poter affermare con qualche oculata forma di certezza che, in fin dei conti, un vero e proprio “popolo arabo“, come sognato da Lawrence, non esiste.
Esistono gli arabi, sì. Così come esistono gli europei. Ma a casa propria ognuno è sovrano e l’identità unica, la nazione araba è ben altra cosa, un ben altro sogno mai realizzato. Nel conflitto arabo-israeliano si farà infatti sentire il confronto tra i nazionalismi ma le coalizioni contro Tel Aviv avranno come collante l’avversione nei confronti dello Stato ebraico e non invece un panarabismo riemerso dopo la fine del secondo grande macello mondiale. Tribalismi e notabilati non smetteranno di avere il loro grado di influenza un po’ ovunque. Dall’altro lato – nota Fraser – c’è la presenza ingombrante dell’altro grande vecchio impero che si prepara, inconsapevole, a vivere una vera e propria rivoluzione: la Persia. Così, nemmeno poi tanto lentamente, si va componendo una triangolazione tra il nord dominato da Ankara, il sud-ovest da Israele e l’est dal futuro Iran.
Il conflitto arabo-israeliano, dunque, si inserisce e si autoalimenta in questo schema di eterogeneità e di similitudini molto marcate: la costa levantina su cui sorge Israele diviene il teatro di una guerra permanente che si imposta su una progettualità laica attraversata da tratti profondamente religiosi e che sembra disposta al confronto, al dialogo, alla condivisione e all’inclusione sociale (basti pensare ai kibbutz). Quel progetto originario è col tempo stato corroso da una attitudine del tutto difensiva prima e offensiva poi assunta dai governi israeliani di molteplici colorazioni politiche. Le questioni riguardanti le dispute esclusivamente territoriali si legano qui ad un retaggio storico che ha del biblico da un lato, del coranico dall’altro.
C’è, senza ombra di dubbio, una marcatissima componente religiosa che fa discendere dall’investitura divina una primazia che viene rivendicata ancestralmente. Una primazia che è, anche qui piuttosto evidentemente, una premessa per fondare un nuovo potere egemonico nell’area, per far prevalere gli interessi dell’uno piuttosto che dell’altro. Il triangolo turco-israelo-iraniano è quindi il perimetro entro cui leggere la conflittualità arabo-israeliana e lo è tanto più oggi nella stretta condivisione di interessi multilaterali che hanno velocissimamente trasformato l’area regionale: rispetto al 2015, data di uscita del libro che presentiamo, la mutazione del quadro mediorientale ha avuto una accelerazione a tratti inaspettata, per altri tratti invece prevedibile.
Rimane un elemento chiave in questo ginepraio in cui si consumano decine di migliaia di vite innocenti. Il fatto che nessuno dei tre grandi Stati che si contendono il Medio Oriente è uno Stato arabo. In comune hanno la postura imperialista, la voglia di espansione di un dominio che supera i confini del vecchio colonialismo della Conferenza di Sanremo. La promessa britannica della “creazione di un focolare nazionale per il popolo ebraico” (dalla “Dichiarazione Balfour” del novembre 1917) in seno ad un mondo arabo fatto di tanti così differenti popoli arabi, non trovò mai una reale applicazione; nemmeno dopo gli accordi della Conferenza di Versailles in cui si procedette alla formalizzazione dei cosiddetti “mandati” per il Medio Oriente. Nonostante le disposizioni assunte dalla Società delle Nazioni, la “guida” delle potenze mandatarie verso l’indipendenza dei popoli sottoposto a questo processo si è limitata allo stabilimento dei confini.
Un vero e proprio processo di acquisizione dell’indipendenza dei popoli locali non è stato avviato. E non lo sarà almeno fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Poco sopra si faceva riferimento al tratto comune nei tanti conflitti regionali in Medio Oriente: la citazione del carattere imperialista riguarda, come ovvio, i tre Stati che dominano l’area. Non riguarda obiettivamente invece il popolo palestinese che subisce un apartheid ormai storico, una repressione altrettanto tale e che è stato fatto precipitare in una azione genocidiaria che dimostra, semmai ulteriormente, la natura squisitamente autoritaria dei regimi teocratici. Tanto di Israele quanto dell’Iran. Il lavoro del professor Fraser ci aiuta proprio ad arrivare alle premesse ultime che riguardano, da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico, le politiche di interazione tra diversi poli di sviluppo.
La sottolineatura riguardante quella che fu una intensa attività diplomatica statunitense all’epoca del sottosegretarito di Kerry, rimarca ancora di più la completa assenza oggi, sulla scena mondiale, di un ruolo che possa essere ricoperto in tal senso anche da un singolo Stato, da una singola potenza ma, soprattutto, dalle Nazioni Unite. Il conflitto arabo-israeliano è oggi un conflitto multi-bilaterale: tra Israele e la Palestina, tra Israele e l’Iran, tra Israele e il Libano. Senza dimenticare gli altri fronti aperti: quello con la Siria (oltre le alture del Golan) e quello con gli Houthi yemeniti. Visto il rapido evolversi degli eventi, il libro di Fraser è divenuto un testo praticamente storico, un esame del presente che è sfuggito alla sua presenza stessa e si è proiettato in un immediato futuro che appare imprendibile.
Studi come quello qui trattato hanno quindi questo doppio carattere: di essere una storia tanto del recente passato quanto utile premessa per comprendere le dinamiche del presente-futuro di una serie di dinamiche tanto complesse da diventarlo sempre più nel momento in cui si creano delle cesure nette con l’attimo precedente un determinato fatto: dalle Torri Gemelle in poi siamo stati piuttosto abituati a queste fughe in avanti della Storia umana. Ed il 7 ottobre 2023 è una ulteriore data che viene affidata a questa categorizzazione dell’immediato che apre nuovissimi scenari tra confronti interni ai singoli Stati mediorientali (Israele compreso) e loro diretti limitrofi vicini. C’è chi sostiene, con qualche ragione, che la vera lotta per lo Stato ebraico non sia tanto quella che propagandisticamente viene enucleata come la lotta per la sopravvivenza rispetto ad Hamas.
Semmai il problema è quale tipo di futuro intende Israele per sé stesso proprio riguardo una società che vede da un lato sionisti laici e pragmatici contro quella destra iper-stra-super-religiosa che domina il governo di Banjamin Netanyahu. Fu celebre la frase di Shimon Peres nel 1996, allorché perse le elezioni proprio contro l’attuale premier israeliano, dichiarò: «Gli israeliani hanno perso, gli ebrei hanno vinto». Ed è proprio un concetto rimarcato dalla prosecuzione di una rimodulazione politica interna al centro e alla destra dello Stato ebraico: il sionismo laico ha lasciato il posto a quello iper-religioso, al fanatismo intransigente dei coloni alimentato e sostenuto dagli ultimi governi. Il tutto nella cornice di un odio etnico che si fonda sulla “proprietà” della terra che rimanda alla promessa, al patto con Dio stesso.
Una ottima lettura, quindi, quella del lavoro di Fraser che ha confermato il suo attento sguardo sui fatti mediorientali e, nello specifico, sul conflitto israelo-palestinese, con un recente approfondimento: “Terra della discordia. Il Medio Oriente dalla Prima guerra mondiale ad oggi” (sempre edizioni Il Mulino, uscito nel 2025). Una ulteriore amplificazione della domanda che ci si pone sopra tutte le altre e che ne è la progenitrice: come mettere fine a questo incendio che divampa sempre più? Una domanda aperta su una regione che oggi è uno dei centri di maggiore instabilità dell’intero pianeta.
IL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO
THOMAS G. FRASER
IL MULINO, 2015
€ 16,00
MARCO SFERINI
24 giugno 2026
foto: particolare della copertina del libro
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