Il “caso italiano”: la zona grigia della democrazia recitativa

In questo dopo – referendum la crisi del sistema politico italiano appare ancor più evidente e sta assumendo elementi di vera e propria specificità rispetto alle difficoltà che sul...

In questo dopo – referendum la crisi del sistema politico italiano appare ancor più evidente e sta assumendo elementi di vera e propria specificità rispetto alle difficoltà che sul piano generale sta incontrando la liberaldemocrazia. Esiste, in questo senso un vero e proprio “caso italiano” .

“Caso italiano” cui si sta tentando di porre rimedio proponendo una sorta di “entrata in circolo” dei prodotti dell’antipolitica ( la cui origine risale all’ingresso nell’arena, è bene ricordarlo, del populismo fin dagli anni’90 e non soltanto di quello di marca “berlusconiana”) all’interno delle residue forme di democrazia parlamentare.

Una mediazione impossibile, quella tra “antipolitica” e democrazia parlamentare, come fu dimostrato, a suo tempo, dal tentativo svolto con le istanze separatiste portate avanti dalla Lega Nord: risultato di quell’avventura fu il solenne pasticcio perpetrato con la modifica del titolo V della Costituzione.

Così il Presidente della Camera parla di “democrazia diretta” che dovrebbe rafforzare quella rappresentativa e l’ex-presidente del Consiglio Enrico Letta sulle colonne del “Corriere della Sera” scrive di “rigenerare” la democrazia, rigetta l’idea del sorteggio ma apre ad una idea di “democrazia deliberativa” di complemento a quella parlamentare, intesa come strumento di stimolo all’organizzazione del confronto.

In realtà non sono stati ancora affrontati gli elementi di fondo di questo complesso stato di cose e la confusione imperante rischia di favorire il presentarsi sulla scena di epigoni di pericolose avventure.

Tanto per cominciare è bene fornire un giudizio preciso sulla vicenda referendaria riguardante il taglio dei parlamentari.

Assieme a quella svoltasi nell’aprile del 1993 quando il maggioritario fu contrabbandato come la panacea di tutti i mali (da lì l’origine del fenomeno dell’antipolitica come ricordato poco sopra) la storiaccia referendaria 2020 non ha significato altro che la miglior rappresentazione della “democrazia recitativa”, al livello della truffa mediatica, da quando questa forma di agire politico si è imposta sulla scena per il tramite dei fenomeni emersi nel corso degli ultimi 30 anni: dalla fine cioè di quella che Scoppola aveva definito “Repubblica dei Partiti”.

In realtà se scaviamo più a fondo dovremmo accorgerci che ci troviamo di fronte ad una vera e propria disarticolazione nelle espressioni sia di consenso, sia di dissenso portate avanti entrambe da minoranze in un quadro di complessiva passivizzazione sociale.

La passivizzazione sociale, il presentarsi di un’enorme “zona grigia” pare rappresentare il fenomeno saliente di questa fase: masse indistinte che attendono provvedimenti calati dall’alto.

Beninteso la fortissima volatilità elettorale che nel giro di pochi anni ha portato dalla stelle alle stalle prima il PD(R), poi il M5S, indi la Lega è frutto proprio dello sbilanciamento culturale, civile, morale interno a questa “zona grigia”.

Nel frattempo è cresciuto di peso quel meccanismo di voto di scambio “di massa” che è stato introdotto, come vera e propria novità nella casistica del genere tra voto d’appartenenza e voto d’opinione, dalla presenza del Movimento 5 Stelle.

L’emergenza sanitaria ha poi contribuito ad alimentare la crescita dei già citati fenomeni di “passivizzazione sociale”.

Per converso gli elementi di attivizzazione, che pure si sono dimostrati, hanno assunto appunto la caratteristica di una reciproca disarticolazione tra il consenso e il dissenso, senza assumere mai la dimensione di una iniziativa politica.

A questo punto diventerebbe stucchevole rimarcare l’assenza della soggettività politiche e sottolineare ancora come il luogo del massimo di passivizzazione espressa sia il Parlamento. In questa senso la storia delle proroghe della situazione d’emergenza è sicuramente emblematica.

Ci sarebbe da rispolverare un discorso riguardante l’estensione delle contraddizioni sociali e la necessità di rivolgersi a esse per il tramite di una capacità di sintesi e proposta politica, ma anche muoversi in questa direzione apparirebbe anacronistico. Forse il nocciolo vero della questione sociale e politica di questa fase è stato colto a suo tempo dal filosofo Maurizio Iacono: “si è scollato il rapporto fra conoscenza, critica e politica”: una vera e propria “disarticolazione sistemica”.

Assolutamente prioritario, allora, è il nodo tanto evocato e mai affrontato di una cultura politica che non riesce più a esprimersi in un Paese in evidente crisi culturale e civile.

FRANCO ASTENGO

3 ottobre 2020

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