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Marco Sferini

Il “caso Hannoun” tra sicura innocenza e sicura colpevolezza

La vicenda che riguarda Mohammad Hannoun e altri attivisti per la causa palestinese, accusati sostanzialmente di finanziare Hamas con raccolte umanitarie di fondi per la popolazione di Gaza e dell’intero Territorio occupato, viene strumentalizzata da più parti: se da un lato è piuttosto curioso (per usare un pacato e fin troppo cauto eufemismo) che la magistratura italiana accetti come prova d’accusa quelle che sono le prove fornite dall’esercito israeliano piuttosto che dal corrispettivo ed equivalente potere giudiziario dello Stato ebraico, dall’altro non si può però affermare con una sicumerica certezza che gli indagati siano del tutto estranei alle accuse che vengono loro rivolte.

Un beneficio del dubbio lo dovremmo avere. Non fosse altro perché, se invochiamo il garantismo sempre e comunque, e giustamente, allora dobbiamo dare ad Hannoun ed agli altri attivisti la ovvia presunzione di innocenza fino a prova contraria, ma dovremmo anche avere un atteggiamento critico nei confronti di chi ha speso nei confronti di Hamas parole di elogio e lo ha fatto anche, in molte manifestazioni, giustificando o avendo comunque parole di non-condanna dei fatti criminali perpetrati il 7 ottobre 2023 dalle Brigate Ezzedin al-Qassam in territorio israeliano.

Conoscendo la divisività che crea questo tema, è facile intuire che chi ha letto queste poche righe iniziali ed è “pro-Pal“, avrà già storto il naso un po’ trinariciuto se è abituato a non ammettere alcuna critica di sorta al mondo resistente palestinese: tanto per quanto riguarda gli errori che ha commesso in passato e commette oggi, quanto per una sorta di mancato discernimento delle differenze che pure vi sono all’interno della galassia delle organizzazioni che, dentro e soprattutto fuori della Palestina, si occupano di lottare contro l’imperialismo israeliano, contro la politica di aggressione e di genocidio che sta portando avanti nei confronti dei gazawi.

Per quanto una causa sia giusta, e la causa palestinese è giusta, non si dovrebbe mai perdere quella lucida capacità di analisi delle circostanze, differenziando tra chi opera per aprire la strada ad una soluzione della questione che sia laica, democratica e magari anche sociale, popolare nel vero senso del termine. Non si deve commistionare in un indistinto fronte di resistenza antisionista tutti coloro che lottano per l’indipendenza della Palestina. Non è una questione esclusivamente ascrivibile alle mere distinzioni di natura politica: semmai è il cercare di interpretare al meglio quelle che sono oggi le condizioni anche politiche, ma in particolar modo sociali, civili, umane, culturali ed economiche di un popolo che è ha conosciuto oltre alla colonizzazione e all’occupazione israeliana anche il regime jihadista di Hamas.

Non tutte le forme di resistenza sono, in quanto definibili come tali, per questo buone a prescindere. Sarà il popolo palestinese a scegliere il suo futuro, se riuscirà a farsi largo tra i tanti interessi che lo comprimono nell’angusto spazio della Striscia di Gaza, che lo minacciano di una nuova Nakba, che giustificano l’uso della violenza militare per uno sterminio che – a detta ad esempio di Trump – è inesistente, mentre, sempre nella bieca descrizione cinica della propaganda governativa, l’annientamento su vasta scala è quasi giustificato e contemplato come piano di risoluzione della controversa posizione di Hamas tanto in Palestina quanto nella regione mediorientale.

Da qui a ritenere che Hannoun e gli altri militanti palestinesi formino l’attiva cellula italiana di Hamas ce ne passa. Anzitutto perché le informazioni fornite vengono, come si faceva cenno poco sopra, non dai giudici israeliane, da indagini quindi terze, ma da report dell’esercito: quelle stesse forze armate al servizio del governo criminale di Netanyahu, definibile così perché sono le corti di giustizia internazionali ad accusare il premier israeliano e i suoi ministri di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità; quelle stesse forze armate che ogni giorno, da due anni a questa parte, hanno causato la morte di oltre sessanta, settantamila palestinesi e il ferimento grave di almeno duecentomila feriti.

Quasi ventimila bambini sono stati assassinati da chi oggi pretende di definire ogni organizzazione palestinese che lotta per il suo popolo un nucleo terroristico. Chi ha sulle spalle questo peso morale, che pure non sente o finge di non sentire, non ha nessun titolo morale e tanto meno istituzionale e legale per tacciare altri di essere al servizio del movimento ultrareligioso e terrorista che porta il nome di Hamas. La capacità critica esige di leggere non con lenti doppie tutta questa vicenda, ma di saper conservare una autonomia di analisi dei fatti. Non possiamo difendere la magistratura o accusarla aprioristicamente. Possiamo criticarne le sentenze, ma dobbiamo anche essere in grado, noi che stiamo dalla parte del palestinesi oppressi, di osservare il tutto con il massimo possibile di obiettività.

Siccome non si può non essere oggettivi, soprattutto quando si è fuori dai consueti schemi della dialettica politica tra due fazioni, pare evidente che il dare per scontato, da parte della magistratura, che le informazioni provenienti da Tsahal siano in tutto e per tutto la corrispondenza diretta con la verità, è un azzardo. Quanto meno è un presupposto che può rivelarsi fallace. Questo perché là a Gaza e in Cisgiordania c’è una aggressione tutt’ora in corso da parte del governo e dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese. Se Hannoun e gli altri attivisti sono accusabili di un qualche reato, dovrebbero esserlo non sulla base della considerazione Israele ha delle associazioni che sono oggi sotto indagine, ma per il riscontro probatorio, per l’evidenza esatta delle prove.

Durante il finto cessate-il-fuoco imposto da Trump, lo Stato ebraico ha continuato ad ammazzare i palestinesi: la conflittualità è parsa essersi fermata per qualche giorno e poi è ripresa quasi esclusivamente da parte degli occupanti, mettendo sempre a rischio il rilascio degli ostaggi fatti da Hamas e l’incolumità anche del personale delle associazioni internazionali, come la Mezzaluna Rossa, che si stavano occupando della mediazione sul campo per la restituzione tanto dei vivi quanto dei poveri morti. Non certo da parte della magistratura italiana, ma senza dubbio da parte dello Stato di Israele c’è la volontà di minimizzare il più possibili i propri crimini, facendoli passare come accidentalità, come un qualcosa di inevitabile se si vuole eliminare il pericolo rappresentato da Hamas.

Far calare quasi il silenzio sul genocidio in corso è il presupposto per regolarizzare una fase post-conflittuale, per aprire allo scenario della liquidazione della presenza palestinese a Gaza, mettendo in forse anche quella in Cisgiordania sotto gli occhi di una comunità internazionale indotta a ricercare le cellule criminali di Hamas in giro per l’Europa e facendo del governo e dell’esercito israeliano degli ispiratori di una giustizia a senso unico. Rimestando e creando il torbido, per rimestarvi ancora e ancora, lo Stato ebraico dà seguito ad una narrazione che impone l’eticità sulla base dell’esistenza della nazione israeliana e l’antieticità sulla base dell’inesistenza di quella palestinese.

Per questo le accuse contro Hannoun e gli altri militanti vanno prese con le pinze. Ma non va sottaciuto, parimenti, il fatto che non si possono condividere le dichiarazioni di simpatia nei confronti di Hamas, in quanto formazione politica (e militare) che lotta per i diritti del popolo palestinese. Quando si fanno affermazioni di questo tipo (l’intervista ad Hannoun è del “Corriere della Sera“), ci si dovrebbe anche ricordare del sostegno di Netanyahu ad Hamas in funzione anti-ANP. La guerra delle fazioni è tutt’ora in atto e Israele l’ha fomentata per dividere il fronte unito di una politica palestinese consapevole di una missione storica nel proporsi come alternativa ad esempio laica ad uno Stato che ha molto delle teocrazie e molto poco delle democrazie, nonostante si picchi di essere l’unico regime parlamentarmente tale nella regione.

Dei tratti occidentali che riguardano la divisione dei poteri, Israele ha conservato il peggio: la tentazione sempre presente dei governi di scavalcare le altre istituzioni e fare dello Stato un regime ispirato quasi esclusivamente dal sionismo che impone la supremazia teocratica e, dunque, quella etnica e morale degli ebrei su tutti gli altri popoli. Proprio su questi presupposti si fonda la pretesa di una legittimità quasi incontestabile di ciò che fa Israele. Da sempre. Ma l’oggettiva sproporzione tra l’efferatezza del 7 ottobre e quello che è divenuto il genocidio dei palestinesi di Gaza, ha indotto anche i più convinti sostenitori dello Stato ebraico a reclamare una soglia di “misura“: un basta a tutto questo.

Troppo tardi, perché l’asse americano-israeliano si è consolidato mentre l’Europa non ha risposto ai crimini israeliani e gli Stati che riconoscono la Corte Penale Internazionale, per fare un esempio, non hanno arrestato Netanyahu quando con il suo aereo è entrato nello spazio aereo di loro competenza. Se ne desume la doppiezza di una morale che è complicità politica: ciò che suggerisce Israele è vero, ciò che affermano i palestinesi è falso, ed è terrorismo in nuce. Anche quando si raccolgono fondi per aiutare i gazawi a sopravvivere tra le bombe, mentre si estraggono continuamente cadaveri da sotto le macerie delle città rase praticamente al suolo.

Bisogna non confondere i piani, della storia e della legge, dell’attualità e del diritto: ma non si può non usare questa cautela anche e soprattutto nei confronti di chi consideriamo amico della Causa con la ci maiuscola. Hamas è la risposta sbagliata al dramma vissuto dai palestinesi. L’ANP è quella giusta? Difficile dirlo oggi, dopo che molti casi di corruzione sono stati scoperti, dopo che lo screditamento della dirigenza è un po’ il tema su cui si dibatte da parecchio tempo e di cui non si vede una soluzione certa, nemmeno accennata. L’evitamento del “partito preso” è necessario in una considerazione oggettiva dei fatti. Chi accusa la magistratura di un fumus persecutionis o di un “teorema” non fa che assumere una posizione preconcetta uguale e contraria a quella delle forze di governo che oggi la applaudono e per il resto dell’anno la fischiano.

Certo che i magistrati possono sbagliare. Se strumentalizzata, la Legge diviene ingiusta e perde quel carattere di indipendenza che dovrebbe avere nel trattare tutte e tutti in modo eguale. L’auspicio è che Hannoun e gli altri militanti possano dimostrare la loro completa estraneità nei confronti delle accuse fatte. Loro sono in carcere forse per qualcosa che non hanno commesso. Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir sono liberi di agire e di continuare i massacri di cui sono responsabili…

MARCO SFERINI

30 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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