Molto raramente i casi di cronaca che risultano particolarmente divisivi dell’opinione pubblica finiscono con il riuscire ad avere un’unica, sintetica rappresentazione e, quindi, anche una soluzione. Ciò che scalda gli animi è la possibilità di proporre su un tema non tanto differenti sensazioni, percezioni e valutazioni conseguenti, bensì delle vere e proprie verità quasi conclamate. Succede per i delitti più gettonati e chiacchierati sui giornali, nei salotti televisivi e, in epoca ormai post-moderna, su quel grande guazzabuglio di saccenze aprioristiche che è il presuntuoso luogo dell’onniscienza rappresentato dai social network.
Se, però, in merito ad un omicidio efferato ci si interroga sulla veridicità di un indizio e sulla conformazione delle prove mediante la somma delle tracce lasciate dall’assassino, quando almeno non si è in presenza di una confessione o di una flagranza di reato, diverso è il contesto di un caso di cronaca che ci parla di rapporti familiari e di questi in relazione alla società, alle comunità in cui siamo abituati a vivere e confrontarci ogni giorno. Il caso ormai noto della “famiglia nel bosco“, ha così diviso verticalmente una pubblica opinione che sempre più appare condizionata da una superficialità del racconto data da titoli a caratteri cubitali e meme internettiani.
Tipico della nostra modernissima era è l’affidarsi, per avere una opinione su ciò che avviene, alla prima impressione, tralasciando l’approfondimento, la circostanziazione dei fatti, la verifica delle fonti, la capacità soprattutto di discernere tra informazioni e false notizie Ciò che piace, e che non è mai venuto meno, è il sensazionalismo, la particolarità eclatante, la difformità dalla normalità intesa come comportamento adottato dalla maggioranza delle persone. Ciò che piace è, cinicamente, il dolore, la sofferenza. Come qualcuno ha osato dire una volta: la felicità e l’allegria non fanno notizia.
Dunque, la famiglia formata da Catherine Birmingham e di Nathan Trevallion e dai loro tre figli ha deciso di vivere ai margini di un bosco per la verità e non già all’interno della fitta vegetazione abruzzese. Ma tant’è appare abbastanza logica l’obiezione di chi, puntando un giudicantissimo dito indice contro l’anomalia, afferma che esiste una condizione disagevole nel vivere sì in mezzo alla natura ma senza quel minimo di servizi che consentano di avere, oltre alla cura del proprio corpo, anche quella della mente e, dunque, potersi relazionare col resto del mondo che ci circonda. La prima preoccupazione è indirizzata ai giovani, ai ragazzi ancora in tenera età.
Ovvio che debbano frequentare una scuola, confrontarsi con i loro coetanei, avere quindi tutti i diritti, le possibilità e le garanzie che spettano a chi ha l’arduo compito di crescere, formarsi e poter scegliere un giorno da adulti che strade intraprendere. Qui si inserisce il primo quesito: possono i genitori decidere in tutto e per tutto per i figli? Una domanda che solitamente non ci si pone se la vita di una famiglia è quella classicamente intesa: urbana o rurale, comunque entro un contesto in cui non vi è separazione del nucleo dal resto della società. La vita vicino o nel bosco, per come è intesa da Catherine e da Nathan è una scelta piuttosto radicale, intransigente.
Lo è perché impone delle rinunce: ai servizi pubblici, dall’acqua corrente alle fognature, dall’istruzione alla sanità, scegliendo un isolamento che può apparire come una forma moderna di romitismo e che, quindi, può dare adito ad una valutazione che finisce col classificare tutto questo rubricandolo ad un posizionamento molto estremo e persino fanaticheggiante sul piano del naturalismo e del rifiuto della condivisione della vita in comunità e, soprattutto, in una società come quella dei consumi in cui la spersonalizzazione, oggettivamente, è un dato più che evidente. Chi non sogna ogni tanto di staccare la spina dal caos quotidiano delle nostre grandi città, ma pure dei più modesti centri urbani di provincia e vivere nella rasserenante culla silvana di un bosco?
Questa vicende della “famiglia nel bosco” ha, tra i tanti difetti nostri che mette in palese evidenza, il pregio ulteriore di stagliarci innanzi tanti dubbi di carattere prettamente etico; siamo abituati a valutare qualunque cosa col metro della Legge (quella con la elle maiuscola) e quindi a stabilire quasi una interconnessione pericolosa tra morale e diritto, così da tollerare che un governo come quello di Giorgia Meloni si possa, tra le tante cose che dovrebbe invece fare prioritariamente per il sociale, si occupi del caso Catherine, di Nathan e dei loro figli, venuto alla ribalta a causa di alcuni funghi velenosi mangiati dalla famiglia imprudentemente e causa di un loro ricovero ospedaliero.
Da qui nasce il caso. Premesso che a chiunque può capitare di scambiare per buono un micete invece nocivo, la ridda di questioni che si è fatta avanti ha riguardato, almeno da un anno a questa parte, il tipo di crescita e di sviluppo dei tre ragazzi. Difficile poter esprimere una verità sola, trovare quindi una sintesi nella già citata divaricazione verticale della tanto celebrata opinione pubblica. Non sempre si ha ragione, non sempre si ha per forza torto. Il governo si è immischiato improvvidamente in una vicenda di cui gli enti dello Stato e delle comunità locali preposti si stavano occupando entro i sacri termini di Legge.
Qualche amico mi ha chiesto cosa pensassi del caso in questione. Lo confesso con grande sincerità: conservo ancora ora tutti i miei dubbi in merito. Posso solo dire che ritengo non incompatibile la vita vicino o nel bosco con un adeguamento della casa a standard più consoni per tutta la famiglia: perché non avere corrente elettrica quando, evitando di allacciarsi ad una rete, si può ottenere mediante l’installazione di pannelli solari? Perché non avere una conduttura fognaria e un bagno come si deve, garantendosi così una igiene consona e, soprattutto, con le temperature invernali del centro Italia, di dover uscire da casa per fare i propri bisogni?
Catherine e Nathan sostengono di non voler nemmeno l’acqua corrente, perché sarebbe piena di cloro e nociva alla loro salute. Preferiscono una fonte vicina da cui attingere sia per cucinare, sia per detergersi. Nulla in contrario. Quello che ritengo possibile è una mediazione tra la vita nei boschi e la vita nella cosiddetta “società civile” (binomio che a volte pare più un parossismo di un voluto inganno, se proviamo a raccontare come si svolge l’esistenza oltre i confini del bosco… I ragazzi possono andare a scuola e al contempo continuare a vivere come hanno fatto sino ad ora, lontani dal contesto urbano e totalmente antropizzante.
I genitori possono amare la natura e i tutti gli animali (ne scrivo consapevolmente, dopo una personale scelta vegetariana (tendente al veganesimo) fatta ormai oltre sei anni fa), possono provare a praticare l'”autosufficienza alimentare“, escludendosi il più possibile dal merceologismo, dall’acquisto di beni di consumo, descrivendo la vita moderna come “tossica” (e come dare loro torto…), ma devono farlo in un contesto di totale sicurezza: questo lo devono ai loro figli, oltre che a sé stessi. Riuscire a nutrirsi con i prodotti della terra, mettendo da parte qualunque altra forma di sostentamento, richiede non poche conoscenze agronomiche e, più complessivamente, alimentari.
Chiunque di noi, consapevole di quanti veleni ogni giorno introduciamo nel nostro organismo, direttamente o indirettamente (prendiamo il caso delle emissioni inquinanti), aspira certamente – almeno nelle intenzioni – a vivere in una società in cui si riduca la dipendenza dalle grandi distribuzioni di merci, di prodotti confezionati, iperprocessati, da una filiera che tutto è tranne che naturale e benefica. Una vera autoproduzione sostenibile, date le condizioni di espansione globale del capitalismo neoliberista che trasforma tutto, ma proprio tutto in merce, è una pratica che può essere messa in essere con opportune competenze.
Come non ci si può separare dalla società sic et simpliciter, così non si può decidere di estraniarsi al punto da essere altro dal tutto, da un contesto da cui, in modi certamente differenti per quantità, qualità e gradi, si è costretti a far parte. Non ritengo un atto solamente egoistico quello di tracciare tra sé e il resto del mondo una linea di confine invalicabile. Penso sarebbe molto più opportuno aprire delle contraddizioni che, partendo da considerazioni personali, anche di carattere familiare e quindi di condivisione, seppure limitata, vadano a collidere con il piccolo mondo quotidiano che ci è limitrofo, suggerendo dubbi sugli stili di vita, proponendo delle alternative e non tenendole solo per sé stessi.
Questa è l’unica considerazione che mi sento di fare. Il mondo lo si può provare a cambiare vivendone la tossicità e decidendo di non sceglierla però come proprio stile di esistenza. Rifiutare la collaborazione col mercato, col capitale, con lo sfruttamento per quanto sia singolarmente possibile e cercare di fare di questa lotta una lotta condivisa, collettiva, sempre più vasta. I virtuosismi solitari finiscono, prima o poi, con l’avere un retrogusto inevitabile di egoismo: sebbene involontariamente e, quindi, questo è una delle beffe più atroci, del tutto (o almeno così si crede) in buona fede.
Diverso è il tipo di approccio, ad esempio, del governo e del ministro Nordio: vale solo la Legge, vale qualcosa di più dello Stato di diritto che, infatti, ha i tratti fisiognomici dello Stato etico. Che domeniddio che ne scampi. All’imposizione di una vita ispirata alla competizione mercantilista, imprenditoriale, in cui la ricchezza è per pochissimi e la miseria per moltissimi, si deve pure sommare l’eticità di tutto questo e della difesa della famiglia in tutto e per tutto? Al peggio non c’è mai fine, può essere vero, ma anche per questo non ci si può completamente estraniare dalle brutture del mondo. Un pezzetto di ognuna ci tocca necessariamente, come stimolo coscienzioso, come elemento di pungolo critico.
Per costruire insieme una società che vada oltre quella tossicità a cui forse ci si può illudere di sfuggire andando ai limiti dell’incontaminata natura selvatica, abbandonando una lotta che ha bisogno di tutte e di tutti per concretizzarsi, per essere un domani la premessa di un mondo veramente migliore, libero dal capitalismo e dallo sfruttamento che ne deriva: per gli animali umani, per tutti gli altri animali, per la natura nel suo insieme. Se avessi dei figli io gli insegnerei che è giusto vivere secondo altri parametri: partendo dal rispetto per tutti gli esseri viventi che non sono cose, ma individui senzienti.
Questo livello etico antispecista può affermarsi soltanto se il concetto di merce un giorno abbandonasse quello della vita in tutte le sue espressioni: nessun essere vivente può essere acquistato, venduto, consumato. Noi umani possiamo scegliere, a differenza delle belve carnivore. Noi possiamo dare seguito ad un’esistenza in cui si viva nel pieno rispetto della naturalità di ciascuno e di tutti, scrollandoci da addosso l’imperativo proprietario che ci siamo dati su tutto il pianeta. Benedetto dalle religioni rivelate, messo sotto la lente della critica da altri culti più orientali che hanno ripensato il rapporto tra noi e la natura.
Non basta vivere in un bosco per dirsi avversari della tossicità dell’esistenza moderna. Non basta essere in pace con sé stessi per dirsi in pace col resto del mondo. Bisogna continuamente mettersi in discussione, non fuggendo dalle contraddizioni che la società capitalistica ci sbatte in faccia ogni giorno, ma affrontandole. Non da soli, per l’appunto, ma insieme. Non fuggendo ognuno nel nostro eremo salvifico, ma confrontandoci con il dolore prodotto dalla modernità. Non combattendo le guerre del capitale, ma nemmeno facendo finta che non esistano, stando lì, tra gli alberi, dove i rumori degli orrori quotidiani non arrivano…
MARCO SFERINI
28 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







