Marco Sferini
Il cappio stretto attorno al collo di un intero popolo
Nel 1962 il nazista ragioniere dello sterminio del popolo ebraico, Adolf Heichmann, osservato da Hannah Arendt e interpretato come un comunissimo, grigio burocrate, un uomo che di eccezionalmente brutale e ferale aveva poco o niente se non una assoluta apatia nei confronti del resto dell’umanità o, per meglio dire, di quella parte che, al pari dei suoi capi hitleriani riteneva inutile e non degna quindi di vivere ed esistere, fu impiccato dopo un regolare processo svoltosi sotto gli occhi di tutto il mondo.
Quella impiccagione fu la sola volta in cui, nella storia dello Stato di Israele, venne applicata una pena di morte che è sempre esistita nel diritto della repubblica nata nel maggio del 1948, accanto alla massima pena dell’ergastolo per i reati di sangue. Da oggi la storia, quella storia, cambia. Itamar Ben-Gvir, il suprematista sionista, acceso odiatore del popolo palestinese, ha proposto e ha ottenuto dalla Knesset il via libera per una correzione della legislazione sulla pena capitale: che sia disposta in ogni caso in cui un palestinese compie atti di terrorismo o è considerato un terrorista.
Siccome per gli estremisti sanguinari come Ben-Gvir, ma pure per Netanyahu e per Smotrich, i palestinesi sono praticamente tutti dei terroristi, è facile ritenere che questa nuova norma omicidiaria sia destinata contro tutte e tutti e non faccia poi molta distinzione tra l’aver compiuto reati gravissimi, come la strage del 7 ottobre, o l’essersi ribellata – in particolare in questo caso nel Territorio occupato palestinese in Cisgiordania – alle prepotenze di quei coloni che sono sostenuti apertamente dal governo israeliano. Se per Gaza si può parlare oggettivamente di sterminio, di pratica genocidiaria constatabile propriamente su un terreno fatto di cadaveri e di macerie, per la West Bank il discorso è in parte differente.
Ma nel piano di annientamento delle presenza palestinese entro quelli che dovrebbero divenire i confini del Grande Israele, rientra ogni azione che metta tanto i gazawi quanto i cisgiordani nella condizione di una sempre maggiore insopportabilità nella permanenza in quelle che sono le loro terre da sempre. Lo Stato di Israele non fa che portare avanti una politica che sincretizza e unifica apartheid, colonialismo, repressione sistemica, aggressione militare, discriminazione pressoché totale in fatto di diritti umani, diritti civili e sociali. La correzione legislativa approvata dalla Knesset con 62 voti favorevoli contro 48 contrari, va esattamente in questa direzione: vale per il palestinesi ma non per gli israeliani.
Perché? Per il semplice motivo che nessun israeliano concepirà mai azioni contro il suo stesso paese e nemmeno le penserà: rischiano il cappio intorno al collo solamente coloro che saranno giudicati come nemici dell’esistenza dello Stato ebraico. Ma, vista la considerazione che hanno dei diritti soggetti come Itamar Ben-Gvir, non è poi così fantasioso supporre che i tribunali saranno sollecitati (eufemismo) ad applicare la norma senza troppe cautele: una norma che non prevede appelli o richieste di grazia. Se sei ritenuto colpevole vai diritto alla forca. Questa, dunque, sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente. Alcune nazioni europee protestano, ma non lo fanno facendo appello all’attuale situazione genocidiaria del popolo palestinese.
Semmai citando – come fa Tajani – la moratoria della pena di morte di stampo ONU. Un qualcosa che si potrebbe anche citare, scrivere e rivolgere nei confronti dell’amico Trump, di quegli Stati Uniti che non hanno mai eliminato del tutto la pena capitale dal loro complesso ordinamento giuridico statale-federale. Al momento della creazione dello Stato di Israele vi era alla base di quest’atto l’idea che occorreva proteggere, dopo la grande tragedia olocaustica messa in pratica da Hitler e dal suo entourage, il futuro di ciò che rimaneva del popolo ebraico. Ma questa idea non corrispondeva del tutto alle vere intenzioni del movimento sionista di allora.
In realtà, la scelta cadde sulla Palestina dopo che il Congresso ebraico, a fine Ottocento, aveva sondato varie possibilità: in Argentina, in Uganda, nello Utah. Con la fine della Prima guerra mondiale e il crollo dell’Impero ottomano, le migrazioni verso le vecchie terre, da cui erano fuggiti dopo la distruzione del Tempio da parte dell’imperatore romano Tito, aumentarono e così anche le persecuzioni nei loro confronti. Oltre la metà del Novecento si andava concependo l’azione sionista come una azione di “colonialismo benevolo“. Così lo descriveva il secondo presidente della Repubblica d’Israele, Ben-Zvi e, parimenti, auspicava una unione con gli arabi che avevano, del resto, mal sopportato la precedente colonizzazione anglo-francese.
Oggi i tempi sono molto cambiati e dal “colonialismo benevolo” si è passati ad un colonialismo che è qualcosa di più dell’essere “malevolo“. Per molti decenni abbiamo avuto sotto gli occhi una situazione di vero e proprio segregazionismo razziale (o etnico che lo si voglia altrimenti definire). Una condizione come quella sopportata dal popolo palestinese, tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, con un rosicchiamento progressivo delle terre da parte dei coloni armati, fanatici religiosamente adepti di una visione messianica dello Stato ebraico, non sarebbe mai stata tollerata in nessun’altra parte del mondo. Ma in Palestina, invece, tutto ciò è possibile perché ad Israele non si oppone la comunità internazionale.
È principalmente una questione di rapporti economici ed anche geopolitici. Nessuno vuole inimicarsi Tel Aviv e il potente alleato americano. Soprattutto oggi, in tempi in cui il progetto di espansione israeliana nel Medio Oriente viene realizzato a suon di guerre aperte e riaperte contro gli Stati che storicamente si sono sempre opposti al radicamento e allo sviluppo di Israele: primo fra tutto l’Iran di quegli ayatollah che, in quanto a fanatismo religioso e pratiche di repressione del dissenso, non sono secondi certamente a nessuno. Oggi Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich compongono una maggioranza di estremissima destra che muove guerra al Libano, all’Iran, che spinge persino Trump a fare lo stesso.
I fronti aperti sono talmente tanti da non riuscire ad immaginare come e quando si potranno chiudere. In questa triangolazione di eventi, da Beirut a Teheran passando per lo Yemen degli Houthi (ma non di meno anche dal caotico mosaico siriano), il nemico palestinese è trattato alla stregua di un insieme terroristico, di un intero popolo trasformato in una minaccia per l’esistenza di Israele. Il piano genocidiario, dunque, prosegue e lo fa sotto tante, troppe diverse forme che pretenderebbero di apparire come gli sterminatori vorrebbero farle sembrare: delle leggi approvate democraticamente da un libero parlamento di una altrettanto libera repubblica.
Ma Israele non fa altro se non mostrare il suo carattere di Stato de jure democratico, ma de facto prigioniero di una maggioranza politica criminale. Come non definire altrimenti chi ha dato, giorno dopo giorno, per tre anni, l’ordine di spianare Gaza, di ammazzare indiscriminatamente donne, bambini, malati, anziani…
Lo sanno anche i sassi muti, attorno a cui si muovono i fantasmi dei palestinesi che sopravvivono con quasi niente; sotto cui si trovano migliaia di corpi che iniziano ad avere un nome e che sono molti di più di quei settantamila conteggiati ufficialmente dal Ministero della Sanità guidato da Hamas. L’obiettivo non è mai stata l’organizzazione terroristica della Jihad islamica. Quello era il pretesto. L’obiettivo vero era e rimane farla finita col popolo palestinese.
Se la pena di morte può essere un ulteriore strumento che procede in questa direzione, ecco Ben-Gvir, champagne alla mano, che brinda con i suoi parlamentari, sorride a quattro ganasce e, non di meno di come ha fatto in passato, auspica che i palestinesi vengano impiccati uno ad uno. Un linguaggio dell’orrore più puro, che fa venire in mente le esplosioni di ira di Hitler contro gli ebrei e contro tutte le minoranze colpevoli di essere, ai suoi occhi, “inferiori” e indegni di vivere sia nel Terzo Reich sia nel più generale senso del concetto. Tutto ciò fa il paio con la violenza psico-fisica quotidiana che i palestinesi subiscono.
Sono confinati sempre più in massa in ristrette porzioni di terra. Sono costretti a subire confische di terre, ad essere forzatamente sfrattati dalle loro case (diciamo pure cacciati con la brutalità della peggiore forza dei coloni e dell’esercito israeliano). Le loro abitazioni sono demolite e al loro posto avanza inarrestabile l’annessione di ogni metro di terra allo Stato ebraico. E, in questo contesto di illegalità totale, si inserisce ovviamente una legge marziale che vale sempre e soltanto per i cisgiordani, non certo per i cittadini israeliani. Non c’è limite posto dal governo di Netanyahu per le nuove costruzioni coloniche. Mentre chi è scacciato dalle proprie terre deve trovare un altro rifugio in cui stare temporaneamente.
Perché anche in quel luogo che sarà magari fortunosamente trovato prima o poi arriveranno gli amici di Ben-Gvir e i soldati e spingeranno ancora altrove i palestinesi. Fino a che non saranno costretti ad abbandonare tutta la Cisgiordania, tutta la Striscia di Gaza. Ogni risoluzione approvata dalle Nazioni Unite è ignorata e, anzi, ora anche derisa dal governo di Tel Aviv. Israele si comporta come peggio crede e lo fa nel totale disprezzo del diritto internazionale, oltre che dei princìpi su cui si dovrebbe fondare una democrazia liberale. Le carceri dello Stato ebraico sono luoghi in cui la tortura è una prassi. I tribunali militari nel 99% dei casi condannano i palestinesi perché sono palestinesi.
La rimodulazione dell’applicazione della pena di morte arriva in una democrazia che è la presa in giro di sé stessa e che lo è davanti a tutto il mondo. L’esistenza del diritto internazionale, valido dal punto di vista dell’essere e rimanere una grande «giurisdizione obbligatoria» (Hans Kelsen), è sempre stata vincolata al rispetto di questa obbligatorietà che era, quanto meno nella seconda metà del secolo scorso, uno dei capisaldi della costruzione di repubbliche e, comunque della vita di Stati, dediti al consolidamento dei valori della democrazia sostanziale e non solo formalmente proclamata.
Oggi, soprattutto se ci riferiamo a regimi come quello israeliano, constatiamo che non è più così e che vi è una inversione di tendenza: ciò vale anche per gli Stati Uniti d’America sotto la seconda presidenza di Donald Trump. Vale per tutto quel mondo dell’estrema destra nazionalista e suprematista che esalta non le qualità delle differenze ma la nocività che in queste vede nei confronti di un consolidamento etno-politico, quasi antropologico, del popolo autoctono. Il che per gli israeliani è una tragica, ulteriore beffa: visto che esistono ancora molti di loro nati in stati che non sono quello ebraico e che, quindi, posseggono una doppia cittadinanza e, se si fa riferimento ai crismi esclusivisti delle destre, non sarebbe poi un così un indice di purezza “razziale“.
Se tocca esprimersi in questi termini è per via della politica di Israele. Lo sterminio del popolo palestinese parla di un inferno che viene occultato e che viene, nel migliore dei casi, minimizzato. Il che lo rende ancora più cinicamente inaccettabile. Non si può attendere che sia la Storia a fare giustizia di questi personaggi, di questi criminali che guidano una nazione nata con tutt’altro spirito conservativo e anche progressista. Ma intanto, purtroppo, la prepotenza ha la meglio e cisgiordani e gazawi continuano a morire. Oggi anche legalmente…
MARCO SFERINI
31 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















