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Politica e società

Il 25 aprile e gli anti-antifascisti. Meloni ripara in Uzbekistan

Si avvicina sempre di più quel giorno dell’anno in cui gli esponenti della destra italiana, attualmente al governo del paese, apprendono di avere impegni inderogabili oppure si scoprono improvvisamente bisognosi di 24 ore al di fuori del radar dei media: il 25 aprile.

Quest’anno, si è saputo ieri, Giorgia Meloni farà appena in tempo a partecipare alla cerimonia ufficiale dell’Altare della patria, insieme ai vertici dello stato. Poi dovrà partire per l’Uzbekistan, a causa di un viaggio, dicono da Palazzo Chigi «programmato da tempo». La presidente del consiglio, forse per essere sicura che i festeggiamenti della Liberazione dal nazifascismo finiscano veramente prima del suo rientro, ripartirà da Samarcanda soltanto dopo due giorni, il 27 aprile.

Il Presidente della Repubblica quest’anno sarà a Genova. Qualcuno ha temuto che, per via del suo ricovero di qualche giorno fa, se Sergio Mattarella non avesse recuperato in tempo avrebbe dovuto fare le sue veci il presidente del senato Ignazio La Russa. Ma la Costituzione, all’articolo 86 parla chiaro, ed è abbastanza rassicurante: la seconda carica dello stato subentra in qualità di supplente soltanto in caso di «impedimento permanente» del presidente.

Due anni fa La Russa si inventò una spedizione a Praga, di fronte al monumento che ricorda Jan Palach. L’anno scorso si limitò a presenziare all’evento del Vittoriano per poi inabissarsi. Ci pensò Francesco Lollobrigida a sintetizzare il pensiero dei Fratelli d’Italia: «La parola antifascista purtroppo ha portato in tanti anni a morti», disse il ministro dell’agricoltura, anzi della «sovranità alimentare».

Che fino a poco tempo fa appariva come il playmaker del governo Meloni, quello che in un modo o nell’altro riusciva a tenere i piedi in diversi dossier. Oggi, dopo diverse gaffes e qualche inciampo politico, la sua immagine appare più offuscata. Ma non c’è dubbio che la narrazione della destra anti-antifascista al governo sia sempre quella.

Tanto che i ministri meloniani stanno utilizzando le vicende tragiche dei morti di estrema destra negli anni Settanta per riscrivere la storia del paese: così i fascisti si trasformano in vittime, spariscono trame golpiste, traffici coi servizi segreti e apparati dello stato, aggressioni e omicidi ad opera di una minoranza estrema ma pericolosa che ora si descrive come una pattuglia di martiri destinata ad attraversare i decenni per arrivare finalmente al governo.

Il gioco è stato smascherato proprio l’altro giorno da Giampaolo Mattei, il fratello di Virgilio e Stefano, uccisi atrocemente il 16 aprile del 1973 in un attentato incendiario nel quartiere romano di Primavalle. Mattei, anche a nome dell’associazione che porta il nome delle due vittime, si è dissociato dalle celebrazioni messe in piedi dalla destra denunciando manovre di strumentalizzazione e di speculazione elettorale.

L’altro giorno davanti al luogo della strage c’era anche Ignazio La Russa. Al quale, nel frattempo, si rivolgono gli esponenti della minoranza a Palazzo Madama per chiedere che il senato ricordi l’ottantesimo della Liberazione degnamente.

«Con una lettera, a cui hanno aderito tutti i capigruppo dell’opposizione, abbiamo proposto al presidente Ignazio La Russa di organizzare, in occasione del 25 aprile, una cerimonia solenne nell’aula del senato» dice la renziana Raffaella Paita annunciando una missiva firmata anche dagli omologhi Francesco Boccia del Pd, Stefano Patuanelli del M5S, Julia Unterberger del Südtiroler Volkspartei e Peppe De Cristofaro di Alleanza Verdi Sinistra.

«La Resistenza pose le basi per la rinascita morale, civile e politica dell’Italia – prosegue il documento – Celebrarne l’ottantesimo anniversario significa riaffermare con forza l’attualità dei valori». Dalla presidenza, al momento, non risulta ancora nessuna risposta.

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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