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I ragazzi di Monte Caprino
Ci sono angoli di grandi città in cui le luci si spengono anche quando i lampioni rimangono accesi tutte le notti. Ci sono luoghi dove la vita quotidiana sembra non arrivare e, invece, lasciare spazio ad un’altra esistenza: nascosta, sottesa, quasi sussurrata di fronte ai palazzi, tra le fronde degli alberi, in mezzo ai fili d’erba che accarezzano tutto quello che gli sta di sopra e che sono premuti con forza dalla pesantezza di corpi che calpestano un terreno che gli è proprio, che conoscono perché lo frequentano come rifugio dei sentimenti, dei desideri e, quindi, dei piaceri.
Questi meandri dell’animo tormentato dai tanti pregiudizi e conformismi dell’esistenza consueta, quella delle pubbliche virtù, sono stati – e in parte sono ancora oggi – i ripari da un’aggressività che è gratuita tanto quanto è spavaldamente ignorante e, per questo, cinicamente ostile nei confronti di qualunque istintiva voglia di capire meglio, di conoscere più in profondità quelle che, rispetto alla sacralità della “normalità“, coniugata senza soluzione di continuità con quella che è la “maggioranza” dell’umana specie, chiamiamo tutt’oggi “le differenze“. Per antonomasia.
Chi sono “i diversi“? Sono tutti coloro che non rientrano nei cliché stabiliti dalle tradizioni che sprofondano nelle tante notti dei tanti tempi vissuti da una umanità che sa resistere al cambiamento ma che, nonostante tutto, sa anche cambiare. Con questo piglio ottimistico, ma senza rinunciare ad una dolce e altrettanto severa (nel senso di oculatamente attenta) disamina delle esistenze di cui scriveremo di seguito, Ivano Azzellino torna a scrivere, a mettere nero su bianco la sua passione per la ricerca tanto storica quanto attualistica. Il suo è un viaggio quasi antropologico; certamente lo è dal punto di vista psico-sociologico: l’indagine introspettiva che richiede ai veri personaggi che descrive tramite la narrazione delle loro esistenze è un percorso doloroso e liberatorio al tempo stesso.
Nelle storie de “I ragazzi di Montecaprino. Storie di identità di genere e orientamento sessuale” (Tab Edizioni, 2025), chi ha vissuto negli ultimi tre decenni del secolo scorso potrà respirare tutta l’aria della lunga fila di interminabili giornate passate a farsi vicendevoli domande su mille perché di tante preclusioni, preconcetti, condanne, anatemi, dita puntate contro dalle cento morali di una Italia in gran parte fedele al tradizionalismo familistico assolutamente eterosessuale e, in altrettanto larghissima parte, ancora riconoscente nella Chiesa cattolica apostolica romana un punto di riferimento molto più che religioso. Anzitutto etico-comportamentale.
Le pagine scritte da Ivano si situano al di là del crinale passato dal nuovo millennio, ma appartengono senza ombra di alcun dubbio ad un presente che vive oggi, in modi, forme e anche tempi diversi, tutta una serie di revanchismi omo-bi-lesbo-transfobici per cui, per quanto alcuni commentatori si indignino nel sentir parlare di rivendicazione di diritti civili laddove – secondo loro – non vi sarebbe alcun bisogno di farlo, perché la società italiana sarebbe sgombra da pulsioni di disprezzo e di odio verso le persone LGBTQIA+ (categorizzazione che, sinceramente, spiace anche a noi definire in questo modo così acronimistico e icastico…), occorre ancora, e forse sempre, lottare per arginarne le peggiori conseguenze.
Ciò che rimane dopo aver letto il tuo libro, Ivano, è, tra l’altro, la percezione del fatto che ogni singola storia che tu racconti è veramente speculare rispetto ad una strettissima attualità dei nostri tempi che valutiamo come super-moderni e, quindi, ancora più in diritto di sentirsi oltre le vecchie giaculatorie di condanna dell'”inversione” sessuale, del desiderio proibito, delle “illecite carezze” citate da Eco nel suo “Il nome della rosa“. Ti chiedo: ma abbiamo veramente fatto passi avanti tali da essere certi di avere stabilito almeno un punto di non ritorno, un limite alla regressione rispetto all’omofobia del passato?
Il limite che sfiora il punto di ritorno a un tempo considerato andato e per nulla inclusivo è talmente sottile da rischiare quotidianamente quel passo indietro rispetto alle conquiste fatte negli ultimi decenni. Ce lo dimostrano i continui abusi verso la libertà di espressione e di pensiero che vedono la comunità LGBTQIA+ ancora gravemente colpita nel 2026.
Sono molte le persone che denunciano violenze verbali e fisiche, su questo siamo sicuramente avanti rispetto agli anni Novanta del secolo scorso, dove metterci la faccia era tanto rischioso quanto raro e impensabile, ma queste minacce portano a una comune consapevolezza che imporsi a una cultura esclusivamente eterosessuale non basta per scongiurare il regredire a una realtà poco avvezza alla facoltà degli individui del poter essere semplicemente sé stessi.
Non si è gay per scelta, ormai lo abbiamo capito tutti e imporre a qualcuno di vivere in un modo che non sente suo è pura follia. Poi, questo particolare momento storico che vede la predominanza di governi di destra non è di grande aiuto, anche se non voglio farne una questione meramente politica, ma è inevitabile che, quest’ultima, ne sia direttamente coinvolta.
Le leggi non le fanno i cittadini e se un DDL atto a prevenire e contrastare soprusi e discriminazioni fondate sul sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità non viene approvato la colpa di chi è? Il deputato Alessandro Zan ci aveva provato a far estendere la già esistente legge Mancino contro odio razziale, etnico e religioso anche a omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo, ma non è andata bene. Ci si augura che il dibattito possa riprendere in tempi ragionevoli.
Di luoghi come Monte Caprino se ne trovavano molti in giro per l’Italia, soprattutto nelle città più grandi che erano, per le loro caratteristiche socio-urbanistiche e per il gran numero di variegata popolazione più consone a contenere, comprendere e in un certo senso ospitare le ispirazioni più differenti tanto su un piano culturale quanto su uno più strettamente personale e, per questo, sentimentale. Possiamo dire che quelli che erano all’inizio solo il rifugio della disperazione, della frustrazione e dell’amore e dell’erotismo soffocati sono divenuti fulcri su cui ha preso avvio un vero e proprio cambio di paradigma nel viversi come omosessuali, come transessuali, come persone etichettate altrimenti?
Mi sento di dire luoghi che si avvicinavano a Monte Caprino, perché questo parco nel cuore di Roma era veramente unico, sono in molti a sostenerlo, anche di nazionalità non italiana e che hanno avuto modo di viverlo occasionalmente. Nelle varie presentazioni pubbliche de “I ragazzi di Monte Caprino” la cosa che più mi tocca è l’emozione e la voce spezzata di coloro che intervengono raccontando con nostalgia il proprio ricordo del tempo trascorso lì.
Comunque, questi spazi, più in generale, hanno rappresentato un cuscino di protezione per molte generazioni di uomini gay, donne lesbiche, persone trans, bisessuali, in quegli anni dove scoprirsi tali corrispondeva a vivere in uno stato di sospensione, emarginazione, paura, silenzio e che solo con una grande forza interiore si poteva affrontare il mondo esterno, per i più coraggiosi anche esponendosi a testa alta, ma con il rischio di ritrovarsi in pericolo costante.
Certo, condividere il proprio sentire con altri individui, anch’essi messi ai margini, rendeva tutto più sopportabile, perché aree come il parco alle pendici del Campidoglio erano isole di socializzazione, ma anche di condivisione, importanti per la propria e l’altrui sopravvivenza. La legge sulle unioni civili del 2016 ha dato inizio a un processo impensabile negli anni Novanta del secolo scorso, peccato però che ci siamo fermati lì.
La speranza rimane quella di un passaggio al matrimonio egualitario, ma si ritorna al coinvolgimento istituzionale, i passaggi li detta la politica, noi cittadini possiamo impegnarci nello smuovere le acque, anzi dobbiamo farlo. Se un popolo è unito, chiede e pretende, la risposta non può essere negativa, destra o sinistra che governi. E la comunità LGBTQIA+ lo deve capire bene. Uniti sempre avanti si va.

Ivano Azzellino
Luca era convinto di essere “l’unico gay al mondo“. Questa è una supposizione che mi ha fatto riflettere perché mi ha fatto ricordare quando ho iniziato a capire di essere omosessuale. Siamo negli anni Novanta del secolo appena trascorso: la considerazione riguardo la propria sfera di sentimenti e desideri riguardava indubbiamente il mio intimo sentire, però sapevo che non ero solo io a provare quell’attrazione nei confronti dei miei stessi simili, degli uomini piuttosto che nei confronti delle donne. Mi sono allora chiesto e ti chiedo: l’isolamento poteva essere così totalizzante da far sparire qualunque contatto con quella che allora (ed anche oggi) viene (forse un po’ impropriamente) chiamata “comunità omosessuale”?
Stiamo parlando degli anni Novanta come sottolinei anche tu. Anni in cui i media non aiutavano e un adolescente non poteva immaginarsi già parte di una comunità di riferimento, quella che oggi con l’acronimo LGBTQIA+ vede una intersecazione di anime che provano a cancellare differenze e preconcetti ancora molto presenti nella società, sia esternamente, ma anche internamente alla stessa comunità. Forse è proprio per questo che mi parli di definizione “impropria” credo.
Non esistevano internet, i siti web, i social, le app o altri rapidi mezzi che aiutassero nella conoscenza. Nelle grandi città si avevano delle possibilità in più certo, ma come in molti mi hanno confidato, era il caso ad aiutare, magari l’imbattersi in un articolo di giornale denigratorio su persone trans o gay con riferimenti a luoghi definiti allora come squallidi. Il resto lo faceva la curiosità e la voglia di rischiare dell’individuo nel voler andare ad esplorare, ma non tutti avevano il coraggio.
Luca non è il solo che mi ha confidato di essersi sentito come eccezione anomala all’eterosessualità. Si deve parlare anche di fortuna nell’aver potuto conoscere magari chi già era avanti e addentrato in quel mondo e quindi non è detto che vivere in una grande città corrispondesse automaticamente a trovare delle risposte in modo immediato.
Roberto e Jessica. La stessa persona, due persone. Ieri e oggi la transizione di genere (e di sesso) viene ancora stigmatizzata al pari di quella malattia mentale che prima era appioppata come pesantissima etichetta scientifica all’omosessualità addirittura dall’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 1990 il salto di qualità in merito, la cancellazione di questo coriaceo pregiudizio. La famiglia di Jessica non richiede spiegazioni, la società di ieri e di oggi invece sembra volerne ancora. Nascono i movimenti anti-gender, addirittura partiti che si proclamano come “popoli della famiglia”, di stretta osservanza cattolica. Il rapporto tra l’amore, il sesso e la fede religiosa è ancora trattato con picchi di disparità piuttosto conclamati. Monte Caprino, in quegli anni, era una zona franca?
Monte Caprino era senza dubbio una zona franca, già solo per il fatto di non dover dare spiegazioni a nessuno sul proprio essere. Questo sapeva un po’ di ghettizzazione, ma era anche un surrogato di felicità legato alla possibilità di esprimersi senza remore. Al di fuori non era così semplice. Jessica, a differenza di altri, che tendevano a reprimere la propria vera identità, non ha avuto esitazioni nel seguire il suo sogno, tra l’altro sostenuta dalla famiglia, cosa non facile per l’epoca, ma ancora adesso non per tutti.
Ha intrapreso così il percorso di affermazione di genere, termine oggi favorito rispetto al più conosciuto e diffuso transizione di genere, anche se la stessa Jessica preferisce parlare nel testo di transizione per via del ragazzo che è nata e la donna che è diventata. La necessità, sottolinea lei, di evidenziare un vero e proprio passaggio che le nuove generazioni rifiutano parlando invece di affermazione di quello che ci si sente di essere sin dalla nascita.
Il dibattito è sempre aperto all’interno della comunità e lo è un po’ in tutto se si pensa anche allo stesso acronimo, già più volte citato, LGBTQIA+ che vede una parte schierarsi sulla sua continua evoluzione e una parte trovare l’esagerazione nelle modifiche, ma anche nella presenza o aggiunta di alcune lettere. Io credo invece, sia sempre giusto dare spazio a tutte le voci, l’importante è non cadere mai nell’offesa, soprattutto perché la stessa comunità arcobaleno ha un denominatore univoco che è la lotta per i diritti e le uguaglianze. Il confronto democratico è la giusta risposta ai continui cambiamenti evolutivi del pensiero umano.
Prima di terminare questa chiacchierata vorrei citare due fenomeni che riguardano molta parte non solo del mondo LGBTQIA+ ma piuttosto la sfera delle coppie in senso lato, quindi onnicomprensivo: il primo è la discriminazione dell’età, quello che viene definito come “age gap” e che pare, anche dentro la comunità delle persone omo-bi-lesbo-transfobiche, trovare tanti riscontri pregiudiziali. L’amore sembra essere più vero e più vivibile se non vi è tra due persone una grande differenza di anni, una separazione temporale che le allontana invece di avvicinarle. L’esperienza ci rivela che, spesso, sono proprio questi i rapporti che si consolidano meglio o che, comunque, smentiscono la tradizionale narrazione dei due mondi che non si incontreranno mai pur vivendo insieme bellissime storie d’amore.
Di differenza d’età ne parla bene Doriano nel libro. Lui che ha amato un uomo tanto più grande, ma che allo stesso tempo ha amato anche una donna, insomma ha scardinato meglio di altri tutte quelle etichette di cui vivono la maggior parte degli individui. Il rapporto con Crescenzo ha avuto una longevità e costante connessione, proseguita anche dopo la fine della loro relazione durata oltre vent’anni.
Perché, come evidenzia Doriano, le storie tra due uomini o due donne, sono esattamente come quelle eterosessuali, possono finire, a dimostrazione che non sono atipiche, diverse o di serie B. Certo, hanno dovuto fare i conti con i chiacchiericci da bar di amici e conoscenti, così come subire le gaffe di chi li scambiava per padre e figlio, ma l’amore supera tutto e quando si tiene veramente a qualcuno ogni critica viene marginata e per niente considerata. In fondo, quante volte abbiamo sentito dire che l’amore non ha età?
E perché mai dovremmo dare giudizi quindi se in una coppia c’è un divario di dieci, quindici o più anni? Io penso che quando ci si apre a nuove possibilità, la vita può solo che stupire.
Il secondo fenomeno cui facevo riferimento è la violenza di genere. L’omofobia si esprime nella sua più spietata e gratuita forma nella violenza fisica, nell’aggressione accompagnata, nemmanco a dirlo, da una ridda di insulti tipici di chi è stato infarcito fin dall’infanzia di pregiudizi riguardanti il maschilismo, il machismo e la “normalità” dell’eterosessualità contro l'”anormalità” di ogni altra forma di amore, di desiderio, di voglia, di erotismo come anche di esplicita sessualità vissuta e condivisa. Questa violenza si accosta a quella contro le donne: i femminicidi sono divenuti una terribile costante del nostro disastroso, a tratti patetico, tempo moderno. C’è una qualche similitudine o raffronto riscontrabile ad esempio tra i calci e i pugni che Gianni prende a scuola e quelli che una ragazza prende dal fidanzato o la moglie dal marito?
Il problema rimane legato a come si è stati formati e tirati su. La famiglia ha colpe e meriti. Un padre e una madre hanno il dovere di insegnare ai propri figli cosa sia giusto e sbagliato, ma il vero dramma sta nel fatto che molti di loro denigrano chi vedono “diverso”, sia che si tratti di colore della pelle, di orientamento sessuale, di identità di genere e lo fanno spesso davanti ai figli, autorizzandoli silentemente a fare a loro volta lo stesso.
Si tratta quindi di una via senza uscita, di una storia che non riesce a vedere una fine. Molti sono ancora legati a quel patriarcato che in passato ha portato solo a distruzioni e affossamenti di una società in bilico tra la sottomissione e la riverenza verso il padre-padrone. Le similitudini tra la violenza sulle donne e la violenza su persone trans o gay c’è eccome. Per questo sono convinto della forza unanime che debba perdurare tra donne e comunità LGBTQIA+. Ognuno ha il dovere di fare la propria parte, ma anche di non ridurre la questione fino a farne di tutta un’erba un fascio.
La maggioranza degli uomini oggi non ha pregiudizi, ma esiste ancora una parte sostanziale da educare e sta a noi che abbiamo una visione più ampia e tollerante indirizzare e far capire a chi si rifiuta di ragionare che non c’è nulla di male o pericoloso per l’incolumità di alcuno se due donne o due uomini si amano, così come se un ragazzo si trucca e veste con abiti femminili.
L’amore poi prescinde da tutto e non ha mai fatto male a nessuno se non ai diretti interessati. È importante anche che nelle scuole si faccia veramente qualcosa di concreto e duraturo, Negli anni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, Gianni racconta nel libro di aver subito bullismo gratuito dai compagni di scuola, ma anche dagli insegnanti, il loro fingere di non vedere era anch’esso bullismo. Voltarsi dall’altra parte li ha resi complici di quelle sofferenze che lo hanno accompagnato per tutta l’adolescenza. E chissà quanti altri hanno vissuto una storia simile a quella di Gianni.
Da come riporta spesso la cronaca le cose non sono cambiate poi così tanto, anche se fatico a crederlo conoscendo alcuni docenti. Peccato che anche in questo la politica non aiuti, basti pensare alla risoluzione Sasso approvata nel 2024 che proibisce l’insegnamento della presunta “ideologia gender” nelle scuole italiane. Il provvedimento, pur vietando un concetto di fatto inesistente in ambito accademico, impedisce la trattazione di tematiche legate all’identità di genere e alla fluidità di genere.
Vorrei chiudere con un ringraziamento a te per aver scritto questo libro. È un contributo davvero importante ad un avvicinamento personale ad un mondo che è parte del mondo di tutte e di tutti e che non ne può essere separato. Se ne facciano una ragione i più rigorosi tradizionalisti, i credenti più nella loro verità assoluta rispetto ad un dio, così come donne e uomini della cultura e della politica che ritengono una minaccia la compenetrazione delle idee, delle sensazioni, delle ispirazione e degli istinti più diversi. La diversità è naturale, l’uniformità no. L’uguaglianza non è livellamento, ma arricchimento delle singole specificità. Penso tu sia ovviamente d’accordo…
Ti ringrazio per le belle parole e per avermi voluto dedicare questo spazio. Apprezzo molto le persone empatiche come te Marco. Nilde Iotti diceva che negli altri bisogna cogliere ciò che di positivo sanno darci e non combattere ciò che è diverso. Ognuno di noi può arricchire il prossimo così come allo stesso tempo può essere arricchito da chi incontra sul proprio percorso. Siamo tutti dissimili, ma fonte di ispirazione per gli altri.
E visto che già prima mi parlavi di credo, sono convinto che religione, orientamento sessuale, identità di genere possono convivere serenamente senza per questo oltraggiare un Dio che di certo aprirebbe le braccia a chiunque. Papa Francesco, che ho citato più volte nel libro, aveva dimostrato come la Chiesa ha il dovere di capire e non di giudicare, ma piuttosto di trovare quel punto d’incontro necessario per la condivisione sociale. Risuonano le sue parole: «Ma se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».
Spero e mi auguro che papa Leone XIV segua la sua linea.
Grazie ancora, Ivano. Buon lavoro.
I RAGAZZI DI MONTE CAPRINO
STORIE DI IDENTITÀ DI GENERE E DI ORIENTAMENTO SESSUALE
TAB EDIZIONI, 2025
€ 12,00
MARCO SFERINI
22 aprile 2026
foto: particolare della copertina del libro
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