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Marco Sferini

I “patrioti” all’attacco frontale del lavoro più sfruttato e povero

Nottetempo, come le ombre furtive sui muri delle case, che si insinuano, che si stagliano per qualche attimo lì e che poi penetrano nelle abitazioni, derubano e fuggono con il bottino. Così agisce un governo di di veri e propri rapinatori dei diritti sociali a quelle italiane e a quegli italiani che, pur lavorando, sono, rimangono e a volte diventano ancora più poveri rispetto a quello che erano pochi mesi fa. L’accrescersi della crisi economica è ormai un dato di fatto sancito da una situazione multipolare globale in cui l’Europa e l’Italia hanno un ruolo relativamente defilato: buone soltanto per rimpinguare le casse del bellicismo nostranissimo. Capaci solamente di sostenere, con le casse pubbliche, i profitti delle grandi industrie di armi.

Se c’è una voce numericamente importante, che mostra il segno addizionale rispetto alle tante sottrazioni che si leggono (e che riguardano, ovvio, i capitoli di spesa più necessari per il sostegno di lavoro, pensioni, scuola, sanità, infrastrutture, cultura, ambiente), questa è quella delle spese militari. Mentre il governo Meloni non flette di un millimetro su quanto richiesto dall’Alleanza Atlantica circa la percentuale del Prodotto Interno Lordo da destinare al riarmo a tutto spiano, è prontissimo invece a far entrare di straforo, senza nemmeno un po’ di dibattito parlamentare, un emendamento per cui i padroni sarebbero esentati dal risarcire ai lavoratori più sfruttati e poveri il maltolto.

Eppure la Costituzione della Repubblica al primo capoverso dell’articolo 36 recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Proprio su quest’ultimo aggettivo si sofferma la critica ai provvedimenti governativi, ritirati una seconda volta dal testo del maxiemendamento della Legge di Bilancio per manifesta, palese incostituzionalità: quale è la soglia della dignità? Quale è la linea rossa oltre il quale non è possibile andare senza pregiudicare la concreta libertà esistenziale delle lavoratrici e dei lavoratori?

Difficile poterlo sapere da questo governo che, come dimostrato più e più volte, non ha alcun riguardo per chi versa in condizioni di disagio estremo e patisce le ripercussioni di tutto un impianto economico complessivo già marcatamente opprimente, ereditato da decenni di sempre maggiori tagli ai servizi, di strutturale impoverimento di un monte salariale spacciato per buono e non corrispondente invece alla realtà inflazionistica che non è mai uguale per tutti. Chissà se ministre e ministri del governo Meloni, chissà se Giorgia Meloni stessa qualche volta va in un mercato rionale o in un supermercato a comperare?

Comprensibile che non lo faccia, visti gli impegni istituzionali. Ma se prova a parlare con chiunque invece fa ogni giorno un po’ di spesa, si renderà conto che gli aumenti dei generi alimentari, che sono bisogni primari, sono ormai progressivi e che non esiste un limite. Là dove prima con tre, quattro euro si comperava più di un chilo di pane, oggi si compera mezzo chilo. Vero che le materie prime hanno subìto forti rincari (anche del 40-50% negli ultimi anni); vero altresì che il costo energetico è aumentato. In città come Ferrara si sono registrati aumenti così significativi da portare il costo di un chilo di pane addirittura a 9 euro.

Tutto questo sarebbe sopportabile se, a parità di aumento del costo della vita, fossero aumentati anche i salari e le pensioni e, quindi, sostanzialmente, si fosse data la disponibilità alla stragrande maggioranza della popolazione di reggere l’urto della crisi sociale in atto: sperare nella possibilità di sottrarre alle proprie entrate una parte da mettere alla voce “risparmio” è oggi qualcosa di assolutamente escludibile per chiunque abbia un’entrata anche fissa (ci si riferisce a lavori che permettono di guadagnare circa milleduecento euro mensili) ma che, di contro, deve sostenere le spese dell’affitto di casa, delle bollette di luce, gas, telefono-internet e, ovviamente, la scuola per i figli, le tasse per auto, moto, nonché, si intende, i bisogni essenziali: vestirsi, mangiare, curarsi…

La manovra del governo Meloni non interviene in nessun modo a sostegno di singoli e di nuclei familiari che non arrivano nemmeno a metà mese con i pochi soldi che riescono a racimolare. Chi fa poi lavori ipersfruttati, come quelli agricoli, come quelli che sono contemplati nel contratto multiservizi, come i riders che macinano decine di chilometri ogni giorno per sette, otto euro all’ora (con ritenute d’acconto esorbitanti o la costrizione alla partita IVA supertassata anch’essa), si trova nella condizione di rasentare davvero quella povertà assoluta che sarebbe la soglia non attraversabile per la dignità contemplata dalla Costituzione repubblicana.

No, Giorgia Meloni e i suoi ministri non sanno cosa vuol dire guadagnare, quando va bene per tutti questi lavoratori sfruttatissimi, sette, otto euro all’ora. Nel peggiore dei casi, camerieri, braccianti, giovani impiegati in nero in ristoranti, aziende manifatturiere e quant’altro, vengono ricattati per pochi spiccioli davvero: quattro, cinque euro all’ora e zitti… Nessun diritto sindacale, nessun altro diritto. Per questo, il governo delle destre si può ben dire che sia uno dei peggiori governi classisti mai avuti in questa veramente povera Italia moderna: l’attacco frontale contro il più indigente comparto del mondo del lavoro è emblematico ma non è inaspettato. Non possiamo dire di esserne sorpresi. C’è, oltremodo, uno strettissimo legame tra l’offensiva nei confronti di diritti sociali e quelle che vengono portate avanti contro l’intero impianto democratico.

Non considerare i diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori pone in discussione il primo articolo della Costituzione, quello in cui si afferma la fondatezza della Repubblica proprio sul lavoro come congiunzione plurale di fattori, anche molto diversi tra loro (maestranze e imprenditori), che però deve essere protetto, tutelato e salvaguardato dalle spinte che indurrebbero a farne una esclusiva variabile dipendente dal capitale. Il governo Meloni invece non fa altro se non proteggere i profitti e penalizzare i già magri salari, le già fragili pensioni. La parola d’ordine è una sola: continuare a vincere la lotta di classe contro i salariati, contro gli sfruttati e farlo nel nome del privato a tutti i costi.

La manovra varata dall’esecutivo è così esigua (meno di diciannove miliardi di euro) da impedire non soltanto una destinazione di risorse adeguata nelle principali voci che riguardano la maggioranza della popolazione, ma nemmeno mettere a frutto interventi modesti sulle rimodulazioni, ad esempio, della fiscalità. Spacciata da Meloni e Giorgetti come un grande intervento a favore del cosiddetto “ceto medio” (nel cui termine si fa rientrare un po’ chiunque stia tra le soglie di povertà e quelle di povertà estrema, come chi invece ha un tenore di vita sufficientemente adeguato a quelli che dovrebbero invece essere normali standard di esistenza per tutte e tutti), la manovra di bilancio non pone un freno, ad esempio, al drenaggio fiscale. Lavoratrici e lavoratori in questi anni hanno versato oltre venticinque miliardi di euro di tasse che non dovevano.

Di contro, specularmente, con l’emendamento Pogliese (poi Gelmetti) tenta di sanare tutto un vasto ambito di povertà endemica che, così, viene condonata ai padroni per favorire i loro dividendi, per permettergli più profitti a scapito di sempre meno diritti per chi veramente produce la ricchezza del Paese: i lavoratori. Il governo agisce nella direzione unica dell’attacco al salario, del favorire l’aumento dell’età pensionabile e lo fa con una manovra finanziaria che non interviene in alcun modo nei gangli dell’economia reale. Il maxiemendamento proposto (un articolo unico e quasi mille commi) contiene un po’ di tutto: persino un peggiorativo superamento della Legge Fornero là dove si peggiorano le condizioni di chi dovrebbe andare in pensionamento anticipato a partire dal 2031.

Era difficile fare peggio di ciò che fece il governo Monti in merito, eppure le destre ci sono riuscite: il sistema pensionistico viene reso così più punitivo, più ingiusto per milioni di persone. Dal 2035 le finestre di decorrenza delle pensioni anticipate saranno allungate: per ritirarsi dal lavoro occorreranno quarantatré anni e nove mesi di contribuzione. Ma non è finita qui: siccome al peggio non c’è mai fine, Meloni e Giorgetti scrivono una legge di bilancio in cui il riscatto degli anni universitari non produrrà più l’effetto previdenziale della somma di contributi pieni ai fini dell’accesso alla pensione anticipata. Cosa si determinerà in concreto: che chi si troverà in questa condizione andrà in pensione addirittura con quarantasei anni e tre mesi di contribuzione.

Chi colpirà principalmente questa misura? Lavoratrici e lavoratori più giovani, chi è entrato nel mercato del lavoro tardivamente per tirocini e carriere piuttosto lunghe. Insomma, a perderci con questa manovra sono i più deboli, fragili, i meno garantiti già da parecchio, troppo tempo. A guadagnarci sono i mercanti di armi, gli imprenditori che vengono magnificati come lustro della Nazione, patriotticamente applauditi per garantire l’interdipendenza tra grande industria e governo: il patto di classe regge e viene consolidato da una strettissima condivisione di vedute che riguardano la saldatura tra potere economico e potere politico. Il carattere eversivo di questo impianto è evidente: riguarda il piano sociale e quello istituzionale al contempo.

Là dove si aumenta l’insicurezza sociale, spacciando le proprie politiche per lungimiranti interventi di contenimento del debito e della povertà, si aprono le porte al logoramento della democrazia. L’inversione della rotta è necessaria quindi su più fronti, su più lati, su più piani. Nessun provvedimento di questo governo di eversori antisociali, anticivili e anticostituzionali è slegato e isolato: tutto va non solo contestualizzato ma anche letto nell’ottica di un piano molto più articolato che mira a squadernare i princìpi fondamentali della società solidale, della giustizia sociale, della separazione equipollente dei poteri, del rispetto della volontà popolare espressa (seppure con tutte le artificiali mediazioni delle leggi elettorali truffa) nella composizione delle Camere.

Oggi è in pericolo non solo la libertà di informazione, quella di giudizio dei magistrati, quella di critica e di pensiero altrettanto tale, ma unitamente a ciò sono a repentaglio i diritti essenziali, quelli di poter vivere senza la minaccia di uno sfratto, senza la tagliola dei debiti e delle riscossioni delle Agenzie delle Entrate; senza lo spettro di pignoramenti, senza il timore, piuttosto concreto, di non poter nemmeno ricevere cure adeguate, pagare medicinali per sé stessi e per i propri figli. Meloni e ministri non vivono nel mondo in cui viviamo noi. Ma questo non può essere un alibi per affermare che non comprendono la società. Sanno benissimo come sopravvivono milioni di italiani. Ma fanno l’esatto opposto di quello che sarebbe necessario per rendere loro la vita meno aspra.

Perché lo fanno. Semplicemente perché, per rimanere al potere, rispondo ad altri poteri più grandi di loro. Il mondo delle imprese vince su quello del lavoro. Ma la Storia insegna che prima o poi la corda si rompe e quando si rompe per davvero, allora succedono sempre cose che paiono inaspettate ma le cui premesse esistevano già da lungo, lunghissimo tempo.

MARCO SFERINI

23 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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