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Marco Sferini

I pasticcini di Ben-Gvir e l’odore della morte tutto intorno

Festeggia con un cabaret di pasticcini, portandoli in giro per l’aula della Knesset. Itamar Ben-Gvir ha contribuito a far approvare una legge che dispone la pena di morte per i terroristi che si macchieranno di reati di sangue. Ovviamente palestinesi. Agli israeliani che dovessero incorrere nel medesimo reato questa legge non si applica. Ben-Gvir sarebbe il primo a subirla perché è, agli occhi di un mondo che non evita lo sguardo su Gaza, ma anche sulla Cisgiordania, lui è un terrorista, un razzista, un ministro che incita all’annientamento del popolo della Striscia, che sollecita, sostiene, vantandosene in numerosi video su Instagram, la tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi.

Se la legge fosse uguale per tutti, quella barbara normativa che oggi impone la morte a chi uccide con motivazioni razziste un israeliano, un ebreo, un sionista, dovrebbe prima di tutto essere applicata a Ben-Gvir stesso. La pena di morte è tipicamente un ricorso all’eccesso di vendetta di uno Stato contro chi ha commesso atti efferati: è quella contraddizione che Beccaria ci ha insegnato essere. Un assurdo: chi deve preservare dall’uccidere, a sua volta uccide nel nome della Legge. Ma la bassezza di una politica ormai priva di qualunque freno morale, oggi arriva a riconsiderare la pena capitale come un’esemplarità di cui andare fieri.

Sono proprio coloro che non rispettano nessuna norma del diritto internazionale riguardo la libertà, l’autonomia e l’indipendenza dei popoli, a dettare legge, a rendere legale ciò che la Storia ha dimostrato non essere minimamente un deterrente nei confronti di chi intende commettere un reato di sangue. In un crescendo di scontri violenti, molti palestinesi cisgiordani sono stati uccisi dai coloni israeliani. Mai e poi mai il governo di Tel Aviv ha nemmeno pensato lontanamente di trattare questi casi (tutt’altro che isolati) di omicidio secondo la legislazione prevista.

Ed anche oggi, se si ripetessero fatti come quelli accaduti in villaggi come Khirbet Twayyil, dove nel 2024 vennero trovati i corpi di due ragazzi palestinesi, Abd Al-Rahman Bani Fadel e Mohammed Bani Jami’, i coloni responsabili delle uccisioni sarebbero nel migliore dei casi non indagati, nel peggiore applauditi ed elogiati da un distributore di dolciumi apertamente razzista, spietatamente genocida. L’occupazione israeliana è sinonimo primo di illegalità perché ormai è evidente a tutte e tutti che la sua tanto decantata “provvisorietà” è stata smentita nei fatti da decenni di militarizzazione dei territori palestinesi, di una vera e propria annessione de facto tanto della Cisgiordania quanto di ciò che rimane di Gaza. Sarebbe però storicamente inappropriato attribuire a Ben-Gvir e a Smotrich il primato di queste politiche.

Loro le hanno semmai esacerbate in questi ultimi tempi, quando sono divenuti ministri del governo di Netanyahu. A monte di tutto ciò vi sono decenni e decenni di occupazione da un lato e di letterale disprezzo del diritto internazionale che è stato superficializzato anche da molti paesi europei, nonché dalle ultime amministrazioni statunitensi, colpevoli di essere condiscendenti verso l’alleato Stato ebraico a cui viene concesso di fare tutto ciò che più desidera nello scenario complesso del Medio Oriente. Il principale vettore dell’annessionismo, della conformazione progressiva del “Grande Israele” (a cui non occorre credere o non credere, perché nei fatti è tanto nei programmi politici degli alleati di Netanyahu, quanto nelle intenzioni del governo stesso), sono le colone illegali.

In queste vale la legge israeliana, per i palestinesi vale quella sommaria. Le relazioni dell’ONU parlano di una “carceralità diffusa” che, proprio nel sistema coloniale in Cisgiordania, trova la sua massima applicazione: vuol dire, in sostanza, che si vive in una grande prigione determinata dalla retticolare presenza degli insediamenti abusivi che punteggiano la cartina geopolitica di quelle che gli israeliani definiscono come “province di Giudea e Samaria“, rifacendosi alla bimillenaria storia biblica. I palestinesi che vivono qui sono sottoposti a vere e proprie restrizioni fisiche, a quelle burocratiche e ad una sorveglianza di massa che non cessa mai e che è strutturale al sistema di apartheid che viene fatto loro subire.

Poiché l’occupazione coloniale dura da decenni, si sono già formate sotto di essa generazioni di palestinesi che non hanno conosciuto altro se non il carcere diffuso e che sono visti dal governo e dall’esercito di Israele come dei potenziali terroristi, spesso arrestati e gettati nelle carceri magari per aver solamente fronteggiato la prepotenza dei coloni più fanatici de visu o aver reclamato il diritto all’acqua che, manco a dirlo, è sottratta loro dallo Stato ebraico ed usata come arma di persuasione a più docili comportamenti. Si spera così di vincere una resistenza che, invece, col tempo è cresciuta e ha fronteggiato la prepotenza imperialista di Tel Aviv.

In un contesto di questo tipo come potrebbero non esservi atti violenti perpetrati anche dai palestinesi verso gli israeliani? Le atrocità dello Stato di Israele metterebbero a dura prova anche il più generoso amico della pacifismo e della non violenza. Se, da un lato, il Territorio occupato palestinese (dall’oramai lontano 1967) è risultato essere – ma solo per Israele – una garanzia di stabilizzazione della “normalità” in cui volevano vivere gli ebrei rimpatriati dopo la tragedia olocaustica della Seconda guerra mondiale, dall’altro lato invece è stato il prodromo di una radicalizzazione della conflittualità, di una istituzionalizzazione della violenza che ha convissuto per oltre cinquant’anni con la presunzione della conformazione democratica dello Stato ebraico stesso.

Una contraddizione evidentissima, perché da un lato ha garantito i diritti per i cittadini israeliani e dall’altro ha negato apertamente tutti i diritti umani, civili e sociali spettanti al popolo palestinese. L’occupazione israeliana è, dunque, la progenitrice di due fattori uguali e contrari al tempo stesso: il regime coloniale e di apartheid in Cisgiordania, la formazione di un nucleo terroristico (sovvenzionato da Netanyahu in funzione anti-OLP e anti-ANP) nella Striscia di Gaza. Non completamente, certo, ma in larga parte Hamas è anche figlio di questa politica intenzionale, supportata per troppo tempo. La violenza palestinese è determinata da quella israeliane e, quindi, la presunta superiorità etico-politica, ammantata della predestinazione deistica invocata da quel devoto credente che è Itamar Ben-Gvir, ha ben poco di cui essere orgogliosa.

C’è nel colonialismo israeliano una connaturazione violenta, confermata dalla Storia: basti solamente pensare al Sudafrica. Sebbene sorretto da un robusto apparato istituzionale e da un nutritissimo appoggio internazionale, quel regime finì con l’essere eroso da una lotta resistente che fu senza dubbio violenta, che trascese molte volte, ma che era speculare alle tante tremende torture cui i bianchi sottoponevano i neri. Nelson Mandela per primo non si compiaceva del fatto di dover utilizzare la risposta violenta a quelle che erano delle vere e proprie repressioni governative contro intere comunità di autoctoni. Ma l’unico linguaggio che Pretoria pareva comprendere era purtroppo quello.

Naturalmente, per fare accettare alla popolazione di origine europea e occidentale tutto ciò, era disposta, oltre alla propaganda governativa, anche una scolarizzazione dei più giovani in cui l’indottrinamento era al primo posto ed era intriso di razzismo a tutto tondo. Parimenti nel regime di apartheid israeliano questa uniformità della scuola alle politiche antipalestinesi del governo di Netanyahu oggi e degli altri precedenti, è un dato di fatto. Sempre le relazioni dell’ONU in merito descrivono una narrazione che mostra i vicini palestinesi come aprioristicamente pericolosi, quasi geneticamente disposti all’avversione e all’ostilità nei confronti del popolo israeliano e degli ebrei.

La “lotta nazionale” è il mantra che si inserisce nei programmi scolastici e si fa strada nelle menti dei più piccoli per abbassare fin da subito qualunque possibile intromissione del dubbio e della critica. Ai bimbi si insegna che i palestinesi sono complici del nazismo che fu il responsabile dell’Olocausto e, oggi, continuano su quella china per scacciare gli ebrei ancora una volta dalla Terra promessa, dalla Palestina, eliminando quindi tutto quello che rappresenta la loro esistenza in un fazzoletto di terra tra il fiume e il mare, assegnato – si intende… – da Dio al Popolo Eletto. Al pari della presenza dei bunker sotto ogni casa, l’allarme permanente risuona nelle orecchie di chiunque: ad iniziare quindi dai più giovani studenti.

L’approvazione (per ora in prima lettura da parte della Knesset) della legge sulla pena di morte per i palestinesi che commettono omicidio nei confronti degli israeliani è la prosecuzione di una politica di estremizzazione della violenza da parte dello Stato ebraico nei confronti di un contesto di occupazione che mette a dura prova l’intera comunità cisgiordana; per non parlare poi dello stato aberrante dello scenario genocida di Gaza. La riconfigurazione del governo della Striscia va sempre più verso un doppio standard: libanizzazione della medesima, con uno stato di conflittualità praticamente permanente e intromissione di ingenti capitali esteri per una ricostruzione di cui i gazawi non saranno parte, che verrà fatta loro subire in quanto neocolonizzazione.

I fenomeni coloniali si somigliano e si distinguono in particolare per gli ultimi eventi di questi anni di aggressione contro la Striscia e contro il popolo palestinese nella sua totalità. L’ultranazionalismo del governo di Tel Aviv non può esistere se non in relazione ad un’alimentazione costante di un odio che, per forza di cose, deve essere connaturato nel razzismo e, per di più, religioso: Ben-Gvir e Smotrich in prima istanza sono i fautori di una torsione ancora più destroidemente autoritaria e primitivamente suprematista di un ebraismo che rinnega così la sua storia e che affonda in un sionismo allucinato, lontano persino dalle premesse su cui era nato a fine Ottocento ed inizio Novecento.

Così stando le cose, ha pienamente ragione Ilan Pappè quando afferma che tutte queste emergenze sono alla lunga distruttive per Israele che non somiglia più al modello sociale dei kibbutz, della condivisione, della convivenza interna ed esterna col mondo arabo, ma ad uno Stato autoritario che è destinato ad un’estinzione progressiva, piuttosto accelerata dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Altri cinquant’anni così, del resto, sono immaginabili? Sono sostenibili?

MARCO SFERINI

11 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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