Tra le migliaia di istantanee della Seconda guerra mondiale che sono rimaste più che opportunamente nell’immaginario collettivo, una di queste ritrae un bambino con accanto una donna. Dietro una folla di gente, ammassata davanti all’Hotel Polski dove vengono concessi i visti per circolare “liberamente” o per “andare in Palestina“… Le virgolette sono d’obbligo, perché nella Polonia invasa dai nazisti nessuno poteva realmente andare in giro senza il timore di essere fermato dalle truppe di occupazione o, peggio ancora, dalle SS o dalla famigerata Polizia Segreta di Stato del Terzo Reich (la GeStaPo).

Luglio 1943. Tvusi Nussbaum alza le mani davanti ai soldati nazisti nel ghetto di Varsavia
Il bambino si chiama Tvusi Nussbaum. Enzo Biagi ne ricostruirà la storia di quel giorno, e anche quella personale di medico trasferitosi negli Stati Uniti a Rockland nei pressi di New York dopo la guerra. La testimonianza è, come del resto tutte quelle che rimandano agli orrori compiuti dai nazionalsocialisti nei confronti dei popoli sottomessi e di tutti coloro che sono stati avviati ai campi di concentramento e di sterminio, molto toccante. Racconta Tvusi, che all’epoca della famosa foto aveva sette anni e mezzo, che quel giorno, forse il 13 luglio del 1943, fu ordinato agli ebrei di andare in cortile.
L’ordine era di radunarsi per gruppi familiari, così da essere chiamati insieme e salire sui camion e poi sui treni con destinazione i porti per prendere le navi e andare in Palestina. In realtà, i ragionieri dello sterminio, come Adolf Heichmann, predisponevano i convogli verso i più organizzati centri della morte: a Tvusi toccò Bergen Belsen. Durante la chiama i soldati intimavano il “mani in alto!“. Così nasce quello scatto iconico, di un bambino che in quel momento era completamente solo e che, solo grazie al ritrovamento degli zii, nati come lui in Palestina, riuscì a salvarsi. Proprio questo dettaglio sulla nascita gli consentirà di essere messo in un gruppo di ebrei destinati ad eventuali scambi e, quindi, non lasciati morire di inedia.
Perché rievocare oggi la storia di Tvusi Nussbaum? Perché c’è un altro bambino oggi, la cui foto ha già fatto il giro del mondo. Non ha le mani alzate, ma lo sguardo fisso quasi nel vuoto. Indossa un cappellino di lana azzurro che ritrae un coniglietto con due orecchie a penzoloni come se anche queste percepissero tutta la paura del momento. Ha uno zainetto dell’Uomo Ragno sulle spalle. Siamo a Minneapolis, non nella Germania nazista della Seconda guerra mondiale. Siamo in una delle più grandi città degli Stati Uniti d’America, un tempo la “patria” della democrazia, il fulgido esempio di una rivoluzione che ha dato vita ad una nazione liberatasi dall’arroganza dell’aristocrazia inglese, sulla cui Costituzione è scritto “Noi, il Popolo“.
Liam, in una freddissima mattina di gennaio, è stato prelevato (o per meglio dire, è stato rapito) dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (l’ICE, l’acronimo dell’ormai triste, famigerato corpo pretoriano di Donald Trump) mentre stava rientrando a casa dall’asilo. Lo hanno usato come esca per arrestare suo padre. Pochi giorni prima una bambina di dieci anni ha subito un trattamento simile. Gli incappucciati e armati di tutto punto sono scesi da un furgone senza targa, l’hanno rapita e costretta a chiamare il padre. L’uomo si è recato alla scuola della figlia e ha trovato ad attenderlo gli agenti di questa moderna Geheime Staatspolizei.

Liam Conejo Ramos, 5 anni, rapito dall’ICE
Il clima rigido di Minneapolis è nulla in confronto al terrore che vi regna. I cittadini si stanno organizzando in gruppi di quartiere: danno vita a chat su Whatsapp in cui stabiliscono dei turni di “resistenza civica“, pattugliando le strade con le loro auto per avvisarsi a vicenda se intravedono qualche auto, qualche furgone sospetto di essere dell’ICE e scongiurare così i rapimenti in corso. Trump ha dato ordine che siano arrestati tremila immigrati al giorno. Un’operazione molto ragionieristica, simile a quelle che vennero pianificate a Wannsee nella conferenza alle porte di Berlino in cui furono stilate le liste con i numeri, a milioni, di deportati dai vari paesi occupati dalla Germania, per essere deportati e per essere ammazzati nei campi di sterminio.
Le moderne tecnologie consentono di stanare i nuovi “inferiori” del momento con droni, con intromissioni nei computer, nei telefoni. Difendersi legalmente di fronte alla brutalità della forza e della violenza del governo sembra quasi impossibile. Eppure a Minneapolis si parla apertamente di “resistenza” nei confronti di quella che viene vissuta come un’occupazione senza se e senza ma. Alla prepotenza imperialista su scala internazionale, corrisponde, per Trump, una repressione sistemica interna, volta a colpire tutte e tutti coloro che non possono fare parte del progetto MAGA che è un progetto malato di razzismo all’ennesima potenza, che inneggia alla xenofobia e che, infatti, colpisce i migranti che da generazioni sono negli States e sono, a tutti gli effetti, cittadini del Repubblica stellata.
L’America liberale, patria dei diritti civili, pare un sempre più lontano ricordo. L’assolutismo moderno del trumpismo è una caratteristica di una destra oggettivamente autoritaria, illiberale e fortemente liberista. Il conservatorismo qui assume tutti i connotati di una riproposizione di uno schema suprematista tanto in economia quanto su un piano più prettamente antropologico, politico e culturale. Ed allora la domanda prima è: perché questa involuzione? La risposta, per noi marxisti, sembrerebbe piuttosto semplice: perché il sistema neoliberista esige un controllo sempre maggiore sulle masse e, quindi, si affida ad un potere politico non più condiscendente verso il riformismo ma audacemente super-conservatore.
Questo, almeno, parrebbe il primo dato registrabile sul terreno della politica interna di una grande potenza mondiale quale gli Stati Uniti d’America. C’è poi il presupposto più dirimente: per poter continuare ad essere una nazione “privilegiata“, gli States hanno la necessità di rompere lo schema del multipolarismo attuale, fondato su una competitività quanto meno tripolare. America, Asia ed Europa. Con quest’ultima che, solo ultimamente sotto la minaccia trumpiana di acquisizione forzata della Groenlandia, inizia a svegliarsi da un torpore più che opportunistico proprio nei confronti di Washington e, più che altro, del tallone di ferro della NATO sotto cui si trova, che approva e che finanzia con una dedizione al riarmo che tante risorse sottrae al sociale.
Se queste risposte paiono piuttosto facili ed elementari, nello schema di una analisi marxiana adattata ai tempi moderni, c’è da osservare che intercorrono nelle dinamiche internazionali tanti fattori trasversali, per cui non è sempre così semplice riuscire a comprendere con quale percentuale di influenza sia l’economia a determinare il corso della politica e viceversa. Trump è un magnate, un imprenditore, un affarista che applica al suo ruolo di presidente tutte le caratteristiche della spregiudicatezza di un affarista senza scrupolo alcuno. Se a tutto questo si somma anche una sempre più marcatamente evidente megalomania insita nel carattere del personaggio, ne viene fuori un quadro altro che devastante.
L’ordine mondiale, in cui le Nazioni Unite avevano un ruolo di tutela del diritto rispetto alla prepotenza della forza, viene oggi sovvertito. Del resto, il presidentissimo lo ha sempre manifestato con limpidissima chiarezza: l’ONU è un impedimento che contrasta con ciò che lui intende come politica internazionale. L’unico limita – ha dichiarato – è la mia morale. Se si considera il fatto che di moralità in lui se ne riscontri davvero poca, significa che i limiti sono quasi irrintracciabili nell’azione politica della sua amministrazione. Ed, infatti, ogni giorno non facciamo che assistere al mito della sicurezza nazionale come elemento principe di un assolutismo di nuovo modello che giustifica tutto. Dai rapimenti dei presidenti di altri Stati a quell’obbrobrio di speculazione che è il “Board of Peace” per Gaza…

La nuova Gaza progettata dagli affaristi del “Board of Peace”
Più che giusta l’osservazione di chi ha definito tutto ciò una “ONU personale” di Trump, con a capo lui medesimo, con dentro gran parte della sua famiglia, dei suoi più fedeli collaboratori, escludendo completamente i palestinesi da un processo che non è di ricostruzione ma di conversione della Striscia di Gaza in un pezzo di terra diviso in campi agricoli, infrastrutture sportive, zone residenziali di lusso e aree industriali. Il tutto senza tenere in alcuna considerazione la storia di quel piccolo lembo di terra, la presenza delle città ormai desertificate dai bombardamenti israeliani e con l’accidente ancora della presenza di oltre un milione e mezzo di palestinesi sul cui destino pende la minaccia della nakba.
Non esiste un punto della politica trumpiana che sia rispettoso del diritto, della Costituzione americana, della sovranità degli altri Stati, dei diritti umani, civili e sociali di interi popoli. La prepotenza è l’unica legge, perché l’unica cosa che conta è la morale trumpiana. Ed in questa morale vi è spazio soltanto per la volontà che va tanto oltre i modelli di autoritarismo cui siamo stati abituati dal consolidamento delle monarchie assolute seicentesche fino al neobonapartismo di fine Ottocento. Quindi, nel prendere in considerazione il fatto che siamo in una fase nuova e vecchia al tempo stesso, non possiamo non fare i necessari paragoni proprio col recente passato novecentesco.
Abbiamo, se non altro, gli strumenti per comprendere che i livelli di guardia in difesa delle democrazie si possono superare senza che sia così evidente che avvenga: questo perché le torsioni autoritarie si servono dei princìpi democratici e formalmente accettano le regole e, proprio mentre fanno tutto ciò, lavorano per scardinarle. Proprio come accade nel contesto italiano riguardo la controriforma della giustizia. Ogni modificazione dei vecchi impianti costituzionali è da considerare in un più generale piano di ridefinizione dei rapporti tanto politici quanto sociali ed economici. Il rischio è la trasmutazione “indolore” che, per fortuna, fenomeni cruenti come quello dell’ICE rendono evidente invece in tutta la sua violenza repressiva, smascherando le ipocrisie governative.
Si tratta di una contraddizione, del resto, impossibile da evitare: se esiste una resistenza al cambiamento dal regime democratico a quello autocratico ed autoritario, l’imposizione della forza prima o poi sta nei fatti, deve essere messa in pratica. Gli abitanti di Minneapolis ne sono, oramai, sufficientemente consapevoli…
MARCO SFERINI
23 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














