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Marco Sferini

I messaggi del voto regionale a Meloni, campo largo e sinistra di alternativa

La fiamma salta troppo e balla sul vulcano
Benché, a conti fatti, Fratelli d’Italia ottenga, nella somma dei suffragi avuti nelle tre regioni che sono andate al voto nei giorni scorsi, un riscontro positivo in termini assoluti di 177.135 consensi in più rispetto al 2020, non c’è dubbio che il “senso del voto” regionale sia abbastanza chiaro. Non bastano, infatti, le cifre nude e crude da sole per regalare una vittoria o sancire una sconfitta. Conta, alla fine, la relazione che queste cifre hanno con le altre, con i contesti di coalizione, con la contingenza strutturale e sovrastrutturale del momento: è il panorama politico nel suo complesso, influenzato dalle vicende anche internazionali, a dire se questo o quel partito ha tenuto, vinto o perso.

Non può esservi dubbio alcuno sul fatto che, ad esempio in Veneto, l’unica regione data per certa al centrodestra di governo dopo l’era Zaia, la tenzone tra Fratelli d’Italia e la Lega è stata abbondantemente vinta dalla seconda che doppia il voto del partito nazionale di maggioranza relativa (607.220 voti, pari al 36,28% al Carroccio; 312.839 voti, pari al 18,69 alla forza meloniana) e che rimarca la potenza del consenso del presidente uscente con una vera valanga di preferenze (oltre 200.000!), consentendo, seppure nel ridimensionamento delle percentuali, un confronto netto con cinque anni fa quando la lista Zaia e la Lega insieme arrivavano al 61% dei suffragi.

Stefani vince, in presenza anche di un ridimensionamento ulteriore della platea dei partecipanti al voto (che in Veneto cala di un ulteriore -11,42%), ma lo fa con un distacco dalle percentuali del doge leghista d’antan con un meno dodici punti in percentuale, che significa circa seicentomila voti in meno portati in dote dalla coalizione e, indubbiamente, da lui medesimo. Ma, come si faceva cenno poco sopra, conta poi il risultato nella sua interezza oggi e, certamente, nel raffronto con il contesto più nazionale e i rapporti di forza oggi esistenti tanto in Parlamento quanto nel Paese, come elemento qualificante o squalificante il dato positivo o negativo avuto.

Quindi, nel perimetro delle forze conservatrici, il dato eclatante è la sconfitta di Fratelli d’Italia, piuttosto netta, al di là del fatto, per l’appunto, che il partito di Giorgia Meloni ottenga un 10% in più rispetto a cinque anni fa nel Veneto a dominazione sempre leghista e che i suoi consenti si portino dai precedenti 196.310 voti agli attuali 311.839. La Lega fa, quindi, un vero e proprio exploit ed è pronta a farlo valere tanto in casa propria, nella resa dei conti tra il neo-nordismo di Zaia e il nazionalismo retrivo di Salvini, quanto sul piano delle prossime avventure elettorali regionali: a cominciare dalla Lombardia, là dove vigeva (parlare al passato prossimo è ormai d’obbligo) il patto del candidato alla presidenza regionale affidato a FDI.

Per non parlare poi delle prossime comunali milanesi: ma lì la partita è affare ancora diverso, visto che l’uscente non è di centrodestra e gli ostacoli per Giorgia Meloni saranno dunque due e non uno soltanto. Se dal Veneto si scende in Campana, non va certamente meglio per Fratelli d’Italia. Qui la Presidente del Consiglio si è spesa in primissima persona per avere il suo fedelissimo viceministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Edmondo Cirielli, come candidato di bandierissima tricolore. Ha persino saltellato sul palco dell’ultimo grande comizio, quello della chiusura della campagna elettorale, insieme a Lupi e Tajani. Non è bastato.

La batosta arriva come uno schiaffo dato dalle primissime lande del Mezzogiorno ad una destra che ora vede nel Sud una terra degli inganni, da cui guardarsi perché proditoria. Tutto quello che proviene da Napoli a Bari, passando per la Basilicata, è guardato con sospetto dalla coalizione di governo. Vediamo la Campania, quindi: Fratelli d’Italia nel 2020 aveva il 5,98% con 140.916 voti. Oggi sale all’11,9% con 239.733 consensi. La Lega perde sostanzialmente 22.000 elettori ed elettrici e mantiene (quasi) invariata la sua percentuale sul 5,5. Forza Italia raddoppia (quasi) i voti in assoluto (da 121.694 di cinque anni fa a 215.419 di oggi) e fa un salto dal 5.16 al 10,7%.

Non è sufficiente per dare a Cirielli quella spinta che, quanto meno, lo avvicini a Fico che stravince con 1.286.188 suffragi (il 60,63%) contro i 757.836 del sottosegretario che si ferma così al 35,72%. Preoccupantissimo il dato sull’astensione dal voto che cala di 16,5 punti in percentuale e passa dal 61.16 al 44,65. Fatta la media tra Veneto, Campania e Puglia (dove non si reca al voto il 58,17% dell’elettorato), ne viene fuori un aumento complessivo di non partecipanti che si attesta sul 14,17%. Prosegue una tendenza veramente inquietante: perché è davvero difficile poter dire quale possa essere una soglia oltre la quale avere dei dubbi sulla reale rappresentanza della volontà popolare.

Come considerare un suffragio universale che si riduce, ad ogni tornata, di decine di punti in percentuale, di centinaia di migliaia di cittadini che restano a casa ritenendo inutile esprimere il proprio parere, la propria volontà di cambiamento della politica tanto locale quanto nazionale attraverso lo strumento della delega indiretta? Si rischia, progressivamente, di ridurre sempre più il valore della legittimità stessa del voto e, quindi della democrazia. Se dovessimo arrivare ad avere un 30% di votanti e un 70% di astensione, potremmo davvero dire che quel 30% esprime una delega a partiti e ad esponenti politici che “rappresentano tutti“?. Evidentemente no.  Lo scenario ha delle tinte veramente foschissime…

Passiamo alla Puglia: qui la Fiamma meloniana riduce i suoi voti di circa 37.000 consensi e passa dai 248.904 suffragi del 2020, con una percentuale del 18,7, ad un più modesto 12,6% cui corrispondono comunque 211.693 elettori. La Lega salviniana incrementa il suo parterre di oltre 54.000 voti, mentre Forza Italia aggiunge quasi 30.000 consensi al dato dei 121.015 voti di cinque anni fa. Vedremo che, nell’economia più generale del voto, Decaro, rispetto ad Emiliano, vanta appena 50.000 voti in più, mentre Lobuono rispetto a Fitto perde oltre 200.000 voti. Non avendo dai Cinquestelle il pacchetto di consensi del 2020, la differenza tra il candidato del campo largo e quello delle destre si amplia notevolmente, ma, quindi, per una eterogenesi dei fini di combinazioni del voto che paiono quasi l’una distinta dalle altre.

Fatto un rapido calcolo, nelle tre regioni appena squadernate il vero sconfitto di questa tornata elettorale, il partito di Giorgia Meloni, in numeri assoluti avanza di 177.135 voti (dai precedenti 586.130 agli attuali 763.265), mentre la Lega, grazie all’effetto Veneto – Zaia, marca un +290.618 consensi (dai 587.844 del 2020 agli 878.462 di cui può oggettivamente vantarsi oggi). Forza Italia, non di meno, ha segno positivo, seppure leggermente inferiore in termini assoluti rispetto a FDI: passa dai 315.953 voti di un lustro fa ai 470.193 appena avuti. Le leggi elettorali qui hanno un valore negativo di influenza sui processi di delega diretta da parte popolare solamente (e non è poca cosa) per quanto concerne le percentuali di accesso ai consigli regionali. Numeri che cambiano da regione a regione.

La logica è solo quella delle convenienza di parte e non di una maggiore stabilità di governo locale o di una più adeguata rappresentanza. Tanto è vero che Donzelli si appresta a dichiarare alle televisioni a fine serata che, sic stantibus rebus, embè un ragionamentino sulla Legge elettorale nazionale non lo vogliamo fare??? Così stando le cose, appunto, il Sud non garantisce più a Fratelli d’Italia di avere tanti collegi assicurati e una maggioranza quasi assoluta anche in seno alla coalizione delle retrività. Gli fa eco Tajani che ora si scopre un sostenitore dell’eliminazione del maggioritario e un fervente proporzionalista. O tempora o mores… Alla sfacciataggine non c’è veramente mai fine.

Così, la Presidente del Consiglio deve prendere atto che, se il governo non ha da temere ancora nulla in termini di continuazione della sua antisociale opera di defenestrazione dei diritti su vasta scala, il voto delle regionali apre ad uno scenario in cui la graniticità del consenso non è più un dato imperturbabile, non è più qualcosa da dare assolutamente per scontato. Iniziano a soffiare piccoli venticelli che turbano la indefessa verticalizzazione posturale della fiamma. Dopo tre anni di governo, l’Italia fa i conti con una crescita pari a zero e, senza i soldi del PNRR, fa i conti con lo spettro della recessione. Quindi delle contromisure andranno prese, soprattutto se il campo progressista decidesse di fare sul serio e di organizzarsi per dare alla nazione una vera alternativa partendo dai grandi problemi economico-sociali.

Il campo largo e l’entusiasmo parzialmente motivato
Se, quindi, Giorgia Meloni deve accusare il colpo della sconfitta con la Lega e dello smacco in Campania, dalle parti del progressismo che si deve ancora ritrovare le cose vanno meglio se non si guarda al Veneto. Ma, con una attenzione maggiore e più meticolosa, si potrà scoprire una fragilità che deve ancora essere curata, per riportare soprattutto alla partecipazione popolare e al voto tutta una fascia di cittadini che è scivolata nella povertà a causa di una continuità tra politiche liberiste di destra come di centrosinistra. L’incompatibilità tra diritti sociali, del mondo del lavoro e privilegi del mondo delle imprese dovrebbe ormai essere sufficientemente chiara. Una politica di sinistra, o comunque di stampo progressista, non può non tenerne conto.

Se la segreteria di Elly Schlein pone il PD su un versante tendenzialmente più di stampo socialista e democratico, è altrettanto vero le correnti interne del partito premono per una definizione di una leadership per le elezioni del 2027 che guardi a qualcosa di più ampio rispetto alle coalizioni anche oggi presentate nelle singole regioni. Restano, a volte, fuori forze che certi moderatissimi esponenti democratici vorrebbero dentro per bilanciare, da un lato, quello che considerano uno scivolamento verso chine troppo radicali (sic!) e, dall’altro, porre le basi per una interlocuzione nuova al centro anche oltre il campo largo medesimo.

Questo pone, senza dubbio, il tema del “che fare“, non tanto di leninistica memoria, quanto più modernamente inteso come recupero vero e proprio di una identità prettamente sociale del fronte di opposizione alle destre. Senza alternativa non c’è vero cambiamento, non c’è soluzione di continuità con il melonismo che è eversivo sul piano costituzionale, per la tenuta democratica del Paese, ma che è di nocumento in eguale misura sul piano della tenuta sociale e civile di una Italia che è strangolata da un’economia di guerra cui il campo largo non può più aderire o ammiccare. Fatte queste premesse, vediamo come vanno le cose in questo voto triregionale. In Veneto il PD registra un aumento di voti in assoluto: aveva 244.881 consensi nel 2020 (pari all’11,92%) e passa a 277.945 voti (pari al 16%).

Alleanza Verdi e Sinistra non si era presentata nel 2020, ma possiamo prendere come punto di riferimento Europa Verde, con tutte le dovute cautele del caso, che aveva ottenuto 34.647 voti (pari all’1,69%), mentre oggi ottiene con Sinistra Italiana il 4,64% con 77.621 consensi. I Cinquestelle sono sempre un dilemma: non solo perché nelle votazioni regionali precipitano verticalmente rispetto alle percentuali che ottengono nazionalmente, ma perché non hanno una omogeneità anche vaga di radicamento territoriale e, quindi, non si può tracciare un profilo più generale nelle dinamiche del voto. Tuttavia, un dato costante in questa tornata elettorale è il loro calo che si registra praticamente da Nord a Sud. In Veneto nel 2020 avevano 55.281 voti, mentre oggi ne hanno 36.866 (pari al 2,20%).

Prendiamo in considerazione qui anche Rifondazione Comunista, che faceva parte del campo largo a sostegno di Manildo, mentre nel 2020 correva in solitaria con la lista “Solidarierà Ambiente e Lavoro” che candidava Paolo Benvegnù alla presidenza della Regione: il PRC aveva ottenuto nel 2020 uno striminzito 0.58% e oggi, sostanzialmente, riprende le stesse percentuali, attestandosi sullo 0,61, ma perdendo un migliaio e mezzo di voti (dagli 11.846 di cinque anni fa, agli attuali 10.430).

In Campania le forze progressiste ottengono il loro maggiore risultato politico. Politico, ma non numerico. Perché se si raffrontano le coalizioni di ieri e oggi, Fico vince e di gran lunga su Cirielli, ma le percentuali e i voti di De Luca sono molto lontani… Nel 2020 quest’ultimo riusciva a lambire il 70% dei suffragi con quasi mezzo milione di consensi in più rispetto a quelli avuti oggi dal campo largo. Ma non c’è dubbio sul fatto che la puntata di Schlein sia stata nettamente vincente. Il dato politico quindi è positivo, i numeri in assoluto convincono un po’ meno: il PD nel 2020 aveva ottenuto 398.522 voti, pari al 16,9%, mentre oggi si attesta su 370.017 voti, pari al 18,4% (va considerata la lista di De Luca ieri e oggi…: nel 2020 aveva 313.669, pari al 13.30%, oggi “A testa alta” riceve 167.569 voti, pari all’8,34%).

Alleanza Verdi e Sinistra non era presente alle regionali campane di un lustro fa. Consideriamo quindi la somma del voto dato alle liste di Europa Verde e di Democratici e Progressisti come il dato più facilmente confrontabile con quello di oggi di AVS: nel 2020, abbiamo 68.00o voti contro gli attuali 93.596 (per una percentuale del 4,66). I pentastellati, invece, fanno un balzo indietro: dai 233.975 voti di un tempo agli attuali 183.333 (pari al 9,12%). Anche qui occorre tenere conto di fattori differenti che influenzano di non poco il dato: la lista di Fico oggi e la presentazione autonoma del M5S cinque anni fa con Valeria Ciarambino. La prima ottiene 108.750, pari al 5,41%, mentre la candidata presidente di allora aveva avuto 22.000 voti circa solo sul suo nome.

In Puglia PD e Cinquestelle perdono consensi, mentre AVS ne guadagna: il partito allora di Emiliano si attestava al 25,91% con 344.228 voti; quello di Decaro arriva al 17,5% con 289.254 voti. Nonostante un amento di consenso, AVS non elegge nessun consigliere e, come per nemesi storica, la legge elettorale voluta da Nichi Vendola finisce per penalizzare il suo stesso partito: comunque, dai 54.358 voti del 2020, si passa ai 63.754 voti di oggi. Pochi, tenendo conto anche del fatto che la precedente lista “Puglia Solidale e Verde” includeva anche il PSI e i civici de “La Forza della Puglia“.

Esaminate le tre regioni, anche qui la somma è quella che fa il totale, ribadendo che si tratta di dati che vanno comunque tenuti distinti caso per caso e unificati solo per avere una presupponibile tendenza di massima a livello più generale e nazionale: il PD nel 2020 aveva 987.631 voti, oggi ne ha 937.215. Perde quindi 50.416 voti. AVS aveva 157.005 voti, oggi ne ottiene 234.971, registrando un saldo attivo di 77.966 consensi. I Cinquestelle sostanzialmente tengono: 385.219 voti nel 2020, 385.442 voti oggi (-223 voti). Ma, come si è potuto chiaramente osservare, l’avanzata timida o il calo vistoso si hanno proprio nei contesti locali presi caso per caso e, quindi, non bisogna dimenticare le spcificità del voto regionale.

La sinistra di alternativa: tanto impegno ma pochi risultati
Non c’è discussione che tenga: in Veneto e in Puglia i rispettivi posizionamenti delle forze della sinistra di alternativa falliscono i loro obiettivi. Questo avviene anche in Campania, ma per la lista di Granato occorrono alcune considerazioni a parte rispetto alle altre due regioni di questo passaggio elettorale. Come si può evincere, non è una questione di stare nelle coalizioni o fuori da esse. Per lo meno non lo è in chiave di successo o di disfatta. Bisognerebbe un po’ prescindere da queste partigianissime e ottundenti pregiudiziali, per darsi una linea politica nazionale che declinasse anche nei territori con una certa coerenza.

Difficile, ma non impossibile, per Rifondazione che dall’ultimo congresso è uscita spaccata a metà tra la linea ferreriana dell’alternativa a tutti e due i poli esistenti (considerati praticamente due facce della stessa medaglia) e quella del segretario Maurizio Acerbo più disponibile al confronto con il campo largo. Meno difficile per chi ha sposato da tempo un’opzione di alterità a tutti i costi, considerando il melonismo un fenomeno da battere certamente socialmente (e qui siamo d’accordo) ma sottovalutando pericolosamente i rapporti di forza politici ed istituzionali che, invece, meritano altrettanta attenzione. In Veneto Potere al Popolo e PCI non si presentano. Lo fa Rifondazione Comunista con la lista “Pace Salute Lavoro” che, come già scritto, prende solo lo 0,62%.

In Campania, regno di PAP, la lista presentata con Giuliano Granato candidato presidente non riesce ad arrivare oltre la soglia di sbarramento (2,5%). La sorpassa per qualche ora mentre i dati arrivano al Viminale dai seggi, ma poi la discesa serale porta il dato percentuale al 2,03% pari a 40.743 voti, mentre nel 2020 la lista sola di PAP aveva avuto 30.955 consensi. Se vi si sommano anche parzialmente i voti della lista “Terra!” di Luca Saltalacchia (che riuniva, oltre a Sinistra Italiana, anche Rifondazione Comunista, oggi presentasi con Granato), ci si potrà evincere del fatto che sostanzialmente il bacino di consenso elettorale non muta molto. Anzi… Fa bene Granato a vantare un avanzamento di 10.000 voti rispetto a cinque anni fa, ma è uno specchietto per le allodole, visto che, è vero che non si possono sommare pere e mele, ma nemmeno si possono separare pensando che non siano tutte e due dei frutti.

In Puglia la lista del PCI e di PAP passa dai 5.878 voti del 2020 agli attuali 6.734 (uno 0,15% in più in cinque anni…). Da notare il voto disgiunto: la candidata Ada Donno ha 3.200 voti in più rispetto alla lista che la sostiene. Segno che quei voti, che sarebbero potuti andare a “Puglia pacifista e popolare” si sono quasi certamente indirizzati alla coalizione del campo largo.

E per concludere anche questa parte di analisi numerica, ecco le somme: nel 2020 la sinistra di alternativa (PAP, PCI, Rifondazione et similia) aveva tra Veneto, Campania e Puglia 77.010 voti. Oggi ne perde 19.959 e si attesta sulla cifra dei 57.051. C’è molto su cui riflettere. Soprattutto se si ritiene, come ha detto Granato con una felice sintetica espressione, che bisogna “tenere un piede nelle istituzioni e mille fuori“. Il problema è che qui i piedi sono tutti, ma proprio tutti fuori dalle istituzioni e che i punti di riferimento per la povera gente diventano altri, magari anche e soprattutto a destra, oppure finiscono nella rassegnazione del non-voto. Non serve nemmeno più fare appello agli alibi (a volte indubbiamente veri) delle leggi elettorali come trucchi non affrontabili con l’onestà che ci caratterizza.

Il momento ci parla di una possibilità per mandare via questo governo eversivo, nemico del mondo lavoro, apertamente ostile a tutto ciò che non si uniforma ad un concetto maggioritariamente patriarcale, sessista e pervicacemente classista. Siamo tutti d’accordo sul fatto che è molto difficile poter vedere nel PD una forza di alternativa. Non c’è dubbio alcuno su questo. Fino ad ora non abbiamo avuto prove in tal senso sul piano dell’economia di guerra o su quello delle vere proposte nettamente discontinue con le precedenti politiche di privatizzazione di importanti settori sociali. Ma occorre mantenere un dialogo con le forze progressiste, per contribuire, da sinistra vera e radicale, alla cacciata di Meloni e della sua coalizione.

La costruzione dell’alternativa dal basso è necessaria, ma non è in conflitto con un processo di condivisione delle responsabilità civili e sociali anche attraverso una convergenza di azioni pratiche e politiche per permetta di fare fronte contro il compattamento delle forze conservatrici che distruggono il tessuto sociale, la democrazia sostanziale e quella rappresentativa. A questo bisogna lavorare. Senza tentennamenti. La scadenza del referendum sulla giustizia lo reclama. Quella delle politiche del 2027 lo impone.

MARCO SFERINI

25 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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