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Marco Sferini

I giorni dell’Iran. Israele verso l’egemonia regionale

Adesso abbiamo la quadra del cerchio: Israele ha, da tre anni a questa parte, messo in essere una strategia di lungo termine per divenire, con il supporto ovvio e naturale degli Stati Uniti d’America, l’unica potenza della regione mediorientale. L’ultimo ostacolo da eliminare è l’Iran e, infatti, la vecchia Persia è oggi al centro di una guerra che sta prendendo la forma di un conflitto su vasta scala e sui cui tempi è veramente difficile potersi pronunciare. Fin dall’inizio della Guerra di Gaza, grande, cinico presupposto per l’espansione imperialista e neonazionalista dello Stato ebraico, con conseguente azione genocidiaria nei confronti del popolo palestinese, l’obiettivo è sempre e solo stato quello: essere la potenza egemone del Medio Oriente.

Con piena consapevolezza e approvazione di Washington. Molto di più ancora della Casa Bianca riconquistata da Donald Trump che, fin dai primi giorni del reinsediamento, non ha fatto alcun mistero di voler privilegiare in assoluto i rapporti con Israele e di voler consolidare soprattutto l’asse delle politiche internazionali così come impostate dal governo di Benjamin Netanyahu. Per Tel Aviv si tratta di un qualcosa di più della sopravvivenza come Stato in un’area decisamente ostile. Lì, a reciproca metà strada dalla Mezzaluna fertile, la partita con l’Iran ha assunto le proporzioni del confronto-scontro tra due civiltà, tra due idee di egemonia tanto politica quanto economica. Non va dimenticato che, almeno per quanto concerne gli Stati Uniti, i veri obiettivi sono i flussi energetici che transitano intorno e nel Golfo Persico.

C’è una dipendenza globale da questi canali di esportazione di greggio (circa il 25% del petrolio mondialmente prodotto), dal controllo di importanti raffinerie nelle petromornarchie condiscendentissime nei confronti della grande Repubblica stellata, dalla gestione di reti di gasdotti che attraversano il territorio iraniano per dirigersi tanto ad ovest quanto ad est. La Guerra di Gaza, quindi, è stata la premessa per decidere di mettere una volta per tutte la parola fine con le minacce non ad Israele in quanto tale, ma alla voglia spasmodica di dominare sul resto della regione mediorientale: così, il piano è stato quello di smantellare, decapitandone letteralmente gli alti comandi, il cosiddetto “asse della resistenza” che andava da Teheran ad Hamas alla Siria, da questa al Libano di Hezbollah e che si ricongiungeva agli Houthi yemeniti.

Tutti i capi dei gruppi di sostegno alla Repubblica islamica sono stati assassinati con operazioni chirurgiche. Per l’Iran è occorso imbastire prima la fase dell’attacco agli impianti di arricchimento dell’uranio (la “Guerra dei Dodici giorni” del giugno scorso) e poi, puntando sulle rivolte popolari, sperare in un primo tempo che il regime potesse essere rovesciato dall’interno. Fallito questo tentativo, a causa della ferocissima repressione dei pasdaran con decine di migliaia di morti, Netanyahu per primo e Trump per secondo hanno deciso di porre tutte le premesse per un nuovo attacco contro l’Iran: ma questa volta definito. I rischi di un compattamento di cento guerre regionali contro l’Occidente sono tutti sul tavolo di un confronto che, per il momento, non è così compattamente delineato nei reciproci avversi campi.

Tel Aviv e Washington possono, dato l’impegno russo nella Guerra d’Ucraina, fare leva sul fatto che Mosca, ma pure Pechino, staranno, almeno su un piano di sostegno direttamente militare, a guardare: ciò non toglie che entrambe le potenze continueranno a rifornire di materiali primi e anche di armamenti e supporti di ogni tipo il regime iraniano che, per quanto possa essere indebolito dopo la morte di Khamenei e di parte della linea di comando, si è organizzato per una guerra di lungo periodo. Forse facendo conto su una coesione nazionale interna mostrata come la vera minaccia (che in effetti tale è) per il futuro di un popolo che non riesce a conoscere un attimo di pace.

Se qualcuno aveva potuto presupporre che, proprio a seguito della Guerra dei Dodici giorni, vi sarebbe stato un riavvicinamento tra iraniani e sauditi o, quanto meno, un timido disgelo sul fronte diplomatico, l’aggressione israelo-statunitense oggi ha fatto crollare ogni presupposto in merito. È proprio la Guerra di Gaza a porre nuove premesse per una radicale trasformazione dei rapporti tra Israele e Iran e, quindi, di conseguenza, con tutto l’asse dei “Patti di Abramo“. La reazione di Teheran nel giugno del 2025 fu la dimostrazione di un potenziale offensivo, non lo scatenamento dello stesso e, soprattutto, gli obiettivi dei lanci di missili in allora riguardarono quasi esclusivamente lo Stato ebraico. Oggi, invece, i pasdaran hanno puntato le loro armi contro Israele e contro tutte le basi americane nei territori delle monarchie del Golfo.

Non solo, ma, essendo saltata la linea di demarcazione tra obiettivi militari e civili, oltrepassata per prima da Tel Aviv e da Washington, anche gli iraniani colpiscono indiscriminatamente attaccando i centri delle capitali, le raffinerie di petrolio in Arabia Saudita e le petroliere dirette verso l’America o legate agli Stati Uniti che tentano di attraversare uno Stretto di Hormuz ormai bloccato. L’assassinio mirato di Khamenei, incluso nella nuova guerra scatenata su vasta scala, ha rimesso in moto l’intero apparato di difesa della “rivoluzione” islamica e ha riaperto i giochi interni tra le varie anime del regime che, tuttavia, sebbene non esenti da contrasti, sono oggi unite contro il nemico comune. Piuttosto interessante risulterà il confronto tra l’ala riformista, quella pragmatista e quella conservatrice della piramide del potere iraniano.

Le proteste di piazza dei mesi scorsi avevano messo nuovamente l’accento sul fatto che la terza generazione nata una ventina d’anni dopo l’avvento del khomeinismo, ossia i più giovani tra il popolo, coloro che sono vicini e poco oltre i trent’anni, potesse essere la protagonista di un cambiamento dal basso che, tuttavia, sarebbe stato eterodiretto dall’intervento occidentale a quel punto senza una opzione chiaramente militare, ma con il subdolo fine del controllo pieno del successivo impianto di sviluppo economico del paese e, quindi, della nuova instaurazione di un regime compiacente nei confronti tanto degli Stati Uniti quanto di Israele. Una possibilità non remota qualche mese fa, che lasciava presagire un ritorno persino della monarchia Pahlavi alla guida della vecchia Persia.

Oggi lo scenario è completamente mutato: per quanto il dissenso nei confronti del regime degli ayatollah sia diffuso, la guerra scatenata da Netanyahu e da Trump ha rinvigorito un clima da patria in pericolo e sta dando forza ai più intransigenti esponenti del regime per mostrare tutto questo per quello che, poi, del resto è nella realtà: farla finita con un Iran completamente indipendente e metterlo sotto la tutela dell’asse israelo-statunitense, sottraendolo così anche all’influenza sino-russa. Ovvio che, se tutto questo riuscisse a concretizzarsi, gli equilibri nella regione mediorientale si altererebbero ulteriormente e i flussi economici non di meno: tutto, o quasi, il petrolio venduto dall’Iran alla Cina e alla Russia finirebbe altrove. La morte di duecento bambine di una scuola primaria femminile nella città di Minab è emblematica.

Teheran, dicono coloro che vi risiedono e riescono ancora a comunicare con l’esterno, è un campo di battaglia: i bombardamenti non conoscono sosta e gli obiettivi non ci sono più. Israeliani e americano colpiscono qualunque quartiere, qualunque infrastruttura. Nel frattempo, siccome l’asse della resistenza si è riattivato ed sia Hezbollah sia gli Houthi hanno ripreso le loro offensive, Israele ha pensato bene di bombardare il Libano meridionale facendo una cinquantina di morti. In Iran se ne contano almeno cinquecento. Di contro, Teheran lancia i suoi missili persino nel territorio dell’Unione Europea: Cipro, che ospita una base militare britannica, è stata bersagliata dai razzi iraniani. La guerra si espande. Il tutto mentre il ministro della guerra di Washington, Pete Hegseth pronuncia un discorso al vetriolo e parla molto enfaticamente di una “furia epica” da scatenare contro l’Iran. Trump non è da meno, ovvio.

Qui le letture analitiche si sdoppiano quanto meno: c’è chi legge nella reazione iraniana contro le petromonarchie una induzione al consolidamento dell’asse uguale e contrario, quindi ad un rafforzamento di una coalizione anti-Teheran da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait; e poi vi è chi reputa che la tradizionale “ambiguità strategica” di Riyad e dei suoi vicini sarà in qualche modo mantenuta, facendo conto del potente scudo americano di cui godono sul piano meramente militare. Proprio a riguardo di una posizione egemonica in seno al mondo arabo e anche a quello persiano, si può leggere nella storia contemporanea una sfida quasi ininterrotta tra Iran ed monarchia sunnita.

Dopo i fatti del 7 ottobre 2023, dopo l’inizio dell’aggressione militare israeliana nei confronti di Gaza, il regno saudita ha dovuto fronteggiare il tentativo iraniano di screditarlo agli occhi del mondo arabo. Questo perché il riavvicinamento tra sauditi e israeliani era sotto gli occhi di tutti e, a ben vedere, non certo ad esclusivo vantaggio dei primi, quanto semmai a tutto vantaggio dei secondi. Oggi, con la nuova guerra che si è appena presa la scena mondiale, tutto viene nuovamente messo in discussione e le carte sparigliate. Dunque, propedeutico al disegno di fare di Israele il nuovo perno strategico-egemonico dell’area in questione, è il depotenziamento assoluto del concorrente iraniano. Ogni altra questione è afferente ma secondaria: anche perché ci si riferisce sempre ad una zona del mondo altamente destabilizzata e che, quindi, non ha bisogno di ulteriori conflitti per esserlo.

In tutto questo caos, il diritto internazionale muore definitivamente e l’ONU è nel sottofondo di uno scenario impietoso, considerato alla stregua di un vecchio retaggio del passato cui nessuno guarda più con serietà perché gli è stata fatta perdere, da parte soprattutto trumpiana, ogni autorevolezza possibile. Il Board instaurato dal presidente-magnate in quel di Gaza ne è la più evidente e conclamata dimostrazione. Vige oramai la regola della forza a tutto spiano e non quella del dovere di rispettare il diritto altrui. Il capitalismo mostra così tutta la sua ferocia con una fase di neoimperialismo che si sostanzia sull’asse israelo-statunitense, in cui l’Europa è solo spettatrice e in cui i pochi veri paesi ancora vivi economicamente (Francia, Regno Unito e Germania) si organizzano del tutto autonomamente nei rapporti con Tel Aviv e Washington.

Macron decide l’aumento delle testate nucleari senza confrontarsi con il resto del consesso dell’Unione. La Germania entra in crisi sulla reazione da mettere in pratica, ma non ha dubbi: non si condanna l’attacco verso Teheran, ma il contrattacco di quest’ultima verso gli altri paesi. Ma da Bruxelles e da Strasburgo una linea unitaria non c’è e nemmeno la si intravede. Il disastro è quindi multistrato e include tattiche, strategie, interessi di ogni tipo e una ridefinizione globale di una egemonia che nel multipolarismo attuale è come dire che tutto può succedere, perché sono davvero saltati tutti gli schemi. Prevalgono le guerre e le diplomazie sono accidenti di percorso, inutili orpelli da trascinarsi appresso. La modernità neoliberista, dunque, in tutta la sua sfavillante atrocità.

MARCO SFERINI

3 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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