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Marco Sferini

Grosso guaio a Milano: il modello del centrosinistra non va…

Le premesse garantiste sono tutte dovute e, tuttavia, ogni volta che una inchiesta si abbatte su una importante città d’Italia (Genova docet…) sembra ripetersi un copione già visto: consorterie, affari tra pubblico e privato che, nel migliore dei casi (si fa per dire…), sono opachi tanto quanto basta per rimanere sul crinale del detto-non detto, fatto-non fatto e, quindi, impediscono alla legge di esercitare le proprie prerogative.

Fatte anche tutte le dovute premesse analitiche sul sistema che genera tutta questa malversazione e che ha nel profitto il cardine principale su cui ruota tutto il resto, non c’è dubbio che, dallo scandalo della Banca romana in avanti, la politica in quanto tale non abbia imparato la lezione. Perché mai non lo ha fatto? La domanda, che pare ingenua da un punto di vista meramente populista (quello che ritiene che nessuno sia incorruttibile e che tutto sia quindi da buttare), non lo è: perché la risposta è semplice ma netta.

La politica pubblica che deve scendere a compromessi col privato può, nella maggior parte dei casi, incappare nella voglia di coniugare l’interesse tanto comune quanto quello strettamente personale dell’amministratore di turno. I tempi di Tangentopoli sono molto lontani ma, come si è potuto constatare in oltre trent’anni di susseguirsi di svariati governi e maggioranze, pochissime sono le forze politiche che sono uscite indenni dagli scandali, da quelle che sono sempre state propagandate come inquisizioni magistratuali piuttosto che come ricerca della verità.

La vicenda di Milano riguarda, al momento, 74 indagati, compreso il sindaco Giuseppe Sala e l’assessore Giancarlo Tancredi, assessore alla rigenerazione urbanistica. Sul fronte dei grandi costruttori, il nome di spicco è quello di Manfredi Catella, presidente del Gruppo Coima, definito un po’ da tutti il “re del mattone” che – sottolineano i giornali – ha letteralmente “ridisegnato” Milano in questi ultimi anni. Saranno i giudici – come si suole dire – a fare chiarezza sui rapporti intercorsi tra membri della giunta meneghina e ditte costruttrici.

Qui, più che altro, interessava mettere l’accento sul fallimento di una politica di tutela di quelli che sono gli interessi dei ceti più bisognosi, deboli, per cui una casa è spesso un miraggio se si pensa all’acquisto e una enorme difficoltà se si fa, invece, riferimento ad un ottenimento di alloggi popolari con affitti ridotti. Il centrosinistra sceglie nel 2016, appunto come candidato alla carica di primo cittadino di Milano, un ex direttore generale del Comune messo lì dalla precedente giunta di centrodestra guidata da Letizia Moratti. La mentalità di Sala è indubbiamente manageriale.

La propensione della coalizione di centrosinistra finisce così con l’essere altrettanto sull’onda del renzismo che trova in lui un perfetto punto di sintesi tra pseudo-antitesi alla destra e congiunzione con il variegato e vasto mondo imprenditoriale della ricchissima Lombardia e dell’hinterland del capoluogo. Oggi il PD è cambiato, ha una guida che sembra orientarsi di più nei confronti dell’interesse pubblico, ma ciò non di meno rimane un partito di centrosinistra che ha una vena liberale marcata nel bonaccinismo (e non solo).

Non si può, onestamente, affermare che il Partito democratico sia esclusivamente una forza di sinistra. Lo è, certamente, ma moderata e svolge un ruolo di federatrice attorno ad interessi di compromesso tra punti di programma di centro quanto più marcatamente progressisti. Il suo passato parla di sincretismo tra vena centrista del cattolicesimo sociale e di base e vena socialdemocratica erede del tentativo occhettiano di creare qualcosa di più del PSI in declino negli anni Novanta e del PCI ingombrante degli stessi medesimi anni.

Quel progetto, sconfitto alle elezioni del 1994, quando i Progressisti non riuscirono a superare la potenza della flotta corazzata berlusconiana, venne messo in soffitta con i DS e, poi, visto che nemmeno così si riusciva ad arrivare a gestire il governo del Paese, si pensò, visto il mutare dello scenario politico nel suo complesso, di creare l’ibrido Giano Bifronte del PD. I frutti avvelenati di quella intuizione veltroniana furono ben presto chiari: la permeabilità del partito al liberismo si fece concreta con Renzi. Una vera e propria mutazione genetica.

Sala è ancora uno di quegli amministratori che provengono dalla stagione dell’ibridazione delle culture, della compenetrazione di quello che, almeno un tempo, si sarebbe potuto definire uguale per forza e contrario al tempo stesso (PCI e DC). Ed il punto sta proprio qui: nello scolorimento dei valori e dei punti di rifermento di una sinistra che si è allontanata dalle fasce popolari, che ha guardato di più alle compatibilità del mercato e che, quindi, ha subordinato i bisogni sociali ai privilegi del mondo imprenditoriale che ha rischiato sempre, soltanto, sapendo di poter contare sul denaro pubblico.

Ciò che è francamente imperdonabile o, quanto meno, altamente biasimabile ancora oggi nei confronti del PD, è l’essersi sostituito alle destre come elemento politico di riferimento della classe padronale portando in Parlamento e facendo approvare le peggiori controriforme nei confronti del lavoro, delle pensioni, dei diritti sociali. Nulla o poco da dire sui temi riguardanti i diritti civili: ma non è sufficiente battersi per le libertà di coscienza, dei corpi, delle emozioni se non si dà sostanza alla vita delle persone con adeguate tutele.

Al netto di tutto questo, oggi il PD dovrebbe dimostrare di voler cambiare davvero corso, per evitare un ricorso storico incessante e davvero primo dei motivi per cui non esiste una vera alternativa alle destre oggi in Italia. Manca quella percezione reale di una sinistra che dica l’esatto opposto di quello che affermano Meloni, Salvini, Tajani e che candidi a sindaci della grandi città non ex manager o teorizzatori delle migliori sorti e progressive del mercato, ma persone che provengano dal mondo del lavoro, dell’associazionismo di base, della cultura civile, sociale e democratica.

La figura di Sala appartiene ad un mondo che non è, oggettivamente, riferibile alla sinistra in senso stretto e neppure in quello lato. Chi vive a Milano ne osserva l’evoluzione demografica e, soprattutto, un certo mutamento antropologico che rende sempre più evidente lo svuotamento del centro di tutto un ceto medio che sta pericolosamente scivolando anche verso le periferie inascoltate e lasciate al loro destino; ma soprattutto, la premessa di tutto questo è l’incedere delle nuove povertà.

La necessità – richiamata da stessi esponenti del PD locale – di ripensare il “modello Milano” se non proprio va intesa come un avvicendamento tra il salismo e ciò che verrà dopo, indubbiamente è il sintomo ultimo di un malessere che cova non certo da oggi. La contraddizione oggettiva del mondo democratico è proprio questa: l’essersi mutato in qualcosa di differente rispetto al renzismo ma, al contempo, conservarne ancora ampie fette al proprio interno e non aver, in particolare, abbandonato l’idea di un gestione delle amministrazioni, nonché del governo d’Italia, fondata sul compromesso tra capitale e lavoro.

L’interclassismo, in sostanza, è ancora il demone, il cattivo genio del PD di oggi in cui non c’è una vera e propria diarchia, ma una competizione apertis verbis tra la galassia schleiniana e quella bonacciniana. Va dato atto di questa nettezza che mette da parte qualunque infingimento: non ci si nasconde dietro un dito, ma siamo molto lontani dal poter considerare il Partito democratico un soggetto politico della sinistra moderata e magari di alternativa e non semplice alternanza rispetto alle destre-destre al governo del Paese.

La discontinuità che il PD milanese intende trovare nei meandri dell’imbrogliata vicenda dei 74 indagati avrebbe un senso se riguardasse, fin da subito, l’abbandono di un certo modo di concepire il rapporto tra pubblico e privato e mettere avanti a tutto il primo rispetto al secondo: nella piena realizzazione del dettame costituzionale che non intende penalizzare il secondo ma che, prima di ogni altra cosa, intende tutelare e ampliare i diritti del benessere sociale e civile della popolazione, di quella che si può, in questo caso, chiamare propriamente “nazione“.

Le destre agitano sempre il mantra del patriottismo come se gli fosse proprio: sono degli abborracciati nazionalisti conservatori che individuano l’interesse dell’Italia là dove sta l’interesse loro in quanto forza e potere politico. Questo è il contrario del voler bene al proprio Paese. Più che altro somiglia ad un edonismo narcisistico, ad un innamoramento plateale di sé medesimi e del culto del capo (o della capa) che, come in altri momenti della storia d’Italia, diviene il punto di caduta di tutto. Ma proprio di tutto.

La sinistra moderata dovrebbe invece recuperare i valori condivisi della solidarietà e del benessere comune per farne il presupposto su cui far nascere una alternativa a tutto questo: tanto agli intrecci delle destre con il peggio dell’imprenditoria affaristico-finanziaria, quanto alla declinazione iperliberista di questi connubi nelle politiche economiche che attanagliano il Paese e impoveriscono sempre più gli strati popolari, il mondo del lavoro e della precarietà.

L’affare-mattone è un cattivo affare per i propri concittadini che non possono diventare sudditi obbedienti delle consorterie tra politica ed grande impresa: lo è nel momento in cui i prezzi salgono di migliaia di euro al metro quadrato (chi vi abita afferma che la zona di Porta Nuova è proprio ormai il simbolo della Milano dei “nuovi palazzi“) e, quindi, escludono da interi quartieri coloro che non possono permettersi di pagare quelle cifre per vivere nella loro città…

A questa impostazione del lusso come epicentro di una politica che sembra quasi disdegnare la povertà, non preoccuparsene più di tanto (ma non è certamente così a monte, nelle intenzioni di molti che la fanno), va sottratta la condivisione di una sinistra che può tornare anche al suo ruolo moderato e federatore di differenti approcci culturali, civili e sociali, ma che non può consentirsi l’ostentato privilegio di essere la serva interessata di un potere economico e affaristico privo di qualunque scrupolo.

MARCO SFERINI

18 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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