Nel terzo numero di “Limes” del 2025 l’incipit dell’editoriale recitava così: «E se il nemico da cui dobbiamo difenderci fosse l’America?». La frase continuava con un timore ancora maggiore: il fatto che questa necessità di respingere gli attacchi diventasse duplice o triplice. Quanti sono, appunto, oggi i nemici? E chi sono gli amici? E poi di chi? Dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente?
L’intensificarsi delle domande è oggi, più ancora di un poco meno di un anno fa, l’effetto di una causa piuttosto evidente: non grande, ma grandissimo è il disordine sotto il cielo di una fase di crescita del multilateralismo e di un multipolarismo che ha ferito non di poco il gigante americano che, oggi, scalpita, recalcitra e si mostra in tutta la sua prepotente tracotanza tramite le parole, i gesti e le azioni concrete dell’amministrazione Trump.
La contesa principale è tra Stati Uniti d’America e Cina; ma non meno rilevanti sono le problematiche che riguardano i rapporti tra la grande Repubblica stellata e la Russia.
Ancora più diverso e complicato è l’interscambio con un’Unione Europea disprezzata dal presidente-magnate, percepita come base militare per la NATO e per l’utilizzo in un quadro geopolitico in cui soltanto Washington ha il comando, ha la possibilità di influire sui nuovi assetti che si stanno determinando ad Est con la guerra in Ucraina e nel Medio Oriente con le guerre di aggressione israeliane su Gaza, sul più generale contesto palestinese e, non ultimo, contro i paesi arabi ed asiatici ostili (Iran e Yemen tra gli altri).
Se il quadro, molto sommariamente, è questo, rimane comunque la domanda: chi ci è amico oggi? Forse per rispondere a questa domanda occorre andare leggermente indietro nel tempo.
Almeno fino a quando abbiamo avuto, non solo l’idea ma il concreto riscontro che l’Occidente era un asse ambivalente che univa le due sponde dell’Atlantico e che, quindi, poneva l’Europa sotto una protezione americana che, col passare dei decenni e il sempre minore impiego della NATO, aveva lasciato presagire – come affermò il presidente francese Emmanuel Macron – che l’Alleanza atlantica fosse quasi in uno stato di “morte cerebrale“.
Quell’affermazione, che sarebbe stata un’ottima notizia per chi ha sempre lottato per un disarmo del Vecchio continente, si è dimostrata ben presto piuttosto azzardata e fallace. La guerra mossa da Putin contro l’Ucraina ha rinvigorito tutte le pulsioni alleantiste e belliciste di un patto che non è stato possibile attuare ex articolo 5 (poiché Kiev non è un paese né della NATO né propriamente parte dell’Unione Europea), ma che è divenuto il cuore del riarmo super moderno.
Dunque, Stati Uniti, Europa e NATO hanno rappresentato, almeno fino all’inizio della prima presidenza di Donald Trump e, certamente, fino alla fine di quella di Joe Biden, una unità di intenti che lasciava ancora intravedere la fisionomia del campo occidentale rispetto agli altri.
Le analisi geopolitiche che vengono avanzate da più parti descrivono un po’ tutte la sconfitta storica di un unilateralismo americano che pretendeva, dopo la fine del dualismo della Guerra fredda, dell’ossessione imperialista tanto degli USA quanto dell’URSS e della relativa costante minaccia atomica, di assurgere al ruolo di guida monocolore di un pianeta portato alle estreme conseguenze ambientali e di disparità tra ricchezze e povertà da una globalizzazione impossibile da fermare. Causa, oltretutto, delle bolle speculative, delle crisi finanziarie (2008-2009) e dell’avanzare della potenza cinese sulla scena mondiale.
Fino all’inizio del 2025, poco prima che rientrasse in gioco tutta la teorizzazione dell’unicità statunitense e della sua missione suprema grazie alla vittoria di Trump e del movimento MAGA, era ancora possibile tentare l’affermazione della perdita della deterrenza da parte degli States.
La comparsa di più poli di aggregazione del capitalismo liberista aveva, a dire il vero con una sorprendente rapidità (tenendo conto dei tempi non certo immediati su cui si muovono gli stravolgimenti economici su scala locale per poi riverberarsi su quella planetaria), gettato nella crisi più disperante il Grande Paese, costringendolo a rimodularsi nella contesa mondiale e a trovare quindi nuovi alleati. Questo, per lo meno, fino, appunto, all’inizio della seconda presidenza trumpiana. A partire, invece, da quel momento è cambiata completamente l’impostazione nella politica estera americana.
Non si è più parlato e scritto, anche nei documenti ufficiali come il piano per la “Strategia di sicurezza nazionale“, di “alleati” degli Stati Uniti d’America, ma di “allineamenti” di Washington: quindi si è passati dalla certezza della stabilità di un rapporto di interdipendenza ad un piano sbilanciato di condivisione di interessi volta per volta, senza più ammettere l’esistenza di un Occidente come perimetro amichevole, naturale e contestualmente condiviso partendo dal retroterra storico per arrivare ai più drastici mutamenti del quadro globale tanto economico quanto politico e sociale.
La muscolare prepotenza dell’amministrazione di Trump, che si muove come una sorta di gangster internazionale, proponendo fallimentari pacificazioni a Gaza, sostenendo i peggiori affarismi sulla pelle dei popoli (ucraini e palestinesi tra gli altri…), che muove guerre pseudo-lampo all’Iran, che sequestra presidenti di Stati sovrani e che minaccia di annessione la Groenlandia, decreta l’inizio di una nuova fase.
Una fase in cui si è costretti a fare i conti solo con la forza e non più con le regole del diritto internazionale e, quindi, ad avere le Nazioni Unite come punto di riferimento per la risoluzione delle controversie. Quanto meno, il mondo delle norme e del rispetto reciproco è ormai messo da parte: per quanto tempo è difficile poterlo dire e scrivere.
Ma l’impressione è che siamo appena all’inizio di questa riproposta neoimperiale (e per molti versi quindi neocoloniale) degli Stati Uniti tanto nell’emisfero che giudicano di loro competenza, nel “cortile di casa” dell’America Latina e, ultimo ma non ultimo, su quell’Europa pavida e priva di una vera politica estera e di un vero potere contrattuale in merito. Trump ci costringe a venire a patti con noi stessi: in quanto Italia, in quanto, soprattutto, Europa. La scoperta della debolezza continentale è un pugno nello stomaco solo per chi pensava che la UE fosse veramente un aggregato omogeneo ricco di valori “occidentali“.
È stato sufficiente per Trump proclamare al mondo intero che l’America è ancora quella potenza militare che non ha eguali, per far comprendere al resto dei suoi pseudo-alleati che, lui alla guida, gli Stati Uniti non intendono rispettare nessun patto, nessun bi o trilateralismo: gli USA si muovono in solitaria, agiscono direttamente senza consultare nessuno e, a cose fatte, come in Nigeria o in Venezuela, non ritengono nemmeno di dover rispondere delle loro azioni con qualche sorta di delucidazione obiettiva.
I pretesti giocano un ruolo più utile: chiunque sa che lo sono l’ISIS in Africa e il narcotraffico in Venezuela. Ciò che importa al presidente e alla sua cerchia è rimettere le mani in pasta in tutte e due i continenti. Da nord a sud: nel caso prettamente americano, dalla Groenlandia fino alla Terra del Fuoco. Siccome tutto è in rapido divenire, è molto, molto complicato poter delineare una sorta di nuova carta geopolitica mondiale.
Ma certo è che, in quella che abbiamo poco sopra definito “una nuova fase“, vengono rivisti tutti, ma proprio tutti i precedenti schemi perché il paradigma nuovo si innesta sul principio dell’utilità esclusiva dell’impero americano e, a ben vedere, hanno una valenza piuttosto ridimensionata i punti di convergenza ideologica tra il trumpismo e le autocrazie e tra esso e i leader più conservatori sull’attuale scenario tanto locale quanto globale.
Che fine fa, in questo complesso scenario internazionale, tutto l’armamentario (è davvero il caso di usare questo termine…) a sostegno di un europeismo che si esplica oggi più che altro in direzione della moneta unica e in quello del riarmo a tutto spiano per sostenere l’Ucraina? Quelli che sono ancora convinti che la UE possa giocare un ruolo sulla scena mondiale, più o meno al pari degli altri poli emergenti, vanno avanti seguendo più che altro un tatticismo di brevissimo termine e nella più completa assenza di una strategia di medio periodo.
Manca non solo una visione di insieme tra i paesi che compongono l’Unione Europea, ma pure un principio di realtà che suoni come un allarme non più rimandabile: i peggiori nemici dell’Europa sono i più fanatici europeisti. Una parte di questi, ai vertici della Commissione, sa di muoversi in acque tutt’altro che sicure per la preservazione dell’unità continentale.
Un’altra parte, invece, in perfetta buona fede a livelli politici differenti e più modesti, ritiene che questa Europa, proprio questa del riarmo e dell’avventurismo bellico in comunanza piena con la NATO, sia l’unica opzione rimasta per non sprofondare nuovamente nei nazionalismi. Dramma e tragedia qui si confondono e si completano a vicenda: proprio in questa fase di intercapedine tra gli imperialismi che si fronteggiano in Ucraina (e a Gaza), la UE è fortemente asimmetrica e non gioca una partita in una condizione di autonoma equidistanza.
Restiamo sbilanciati verso Washington, sapendo che domani Trump può prendersi la Groenlandia, aggredirla militarmente e annetterla o acquistarla dalla Danimarca e annetterla ugualmente, il tutto senza che l’Europa sia in grado di potersi opporre nel concreto. Che cosa fa la NATO in quel caso? Applica l’articolo 5 nei confronti degli Stati Uniti, del più potente tra gli alleati nel Patto atlantico?
Ecco perché la fase è completamente nuova e, tuttavia, si presenta nel solco di vecchie fratture che si erano andate ricomponendo nei decenni e decenni passati. Perché nulla è sicuro: dalle amicizie alle alleanze e il regime dell’incertezza regna sovrano con la politica degli “allineamenti” a corrente alternata, seguendo soltanto gli interessi della grande Repubblica stellata (anzi, del trumpismo sic et simpliciter).
La riconfigurazione della politica estera statunitense fa il paio con una rimodulazione di quella interna in cui diviene incontrastabile il potere presidenziale che ha la necessità dell’allarme permanente per mantenere in tensione una popolazione che, altrimenti, si renderebbe conto su più ampia scala delle assurdità di un presidente che, per quanto gli USA abbiano tradito la loro Costituzione con tutti i loro interventi militari nel corso dei due secoli e mezzo di esistenza, è il più antistatunitense tra gli statunitensi.
La rivoluzione di Donald Trump ha, per quanto invincibile oggi possa apparire, un portato non trascurabile di contraddizioni che, prima o poi, emergeranno senza che possano essere fermate. Tra queste, una pare l’incongruenza principe: i MAGA negano che la stabilità planetaria possa derivare dal controllo di una sola potenza ma, nello stesso istante, affermano, come fa Marco Rubio, che il multipolarismo necessario deve per forza avere qualcuno che primeggi tra gli altri.
Qui si trova il cuore della nuova teorizzazione di un ordine mondiale in cui gli Stati Uniti accettano di competere con Cina, Russia, India, Europa, Asia e paesi arabi ma non di farsi oltrepassare: per gestione finanziaria, economica (e quindi per accesso alle materie prime, alle terre rare come al petrolio (venezuelano…)) e militare. Il resto del cianciare presidenziale è un corollario propagandistico. La verità è tra le vittime, come sempre in periodi in cui prevale l’imperialismo e, con esso, la pretestuosità a tutto tondo: tanto delle dittature più evidenti quanto delle democrazie sempre meno proponibili…
MARCO SFERINI
8 gennaio 2026
foto: elaborazione propria














