Luca Paroldo Boni
Gli Stati Uniti d’America ai tempi di Donald John Trump
Che cosa definisce Donald Trump? La convinzione che tutto passi attraverso la sigla di accordi dove ad imporsi è il più forte. L’arte dell’accordo per lui è la capacità di piegare il più debole ai propri interessi. Egli non è inclusivo, non cerca alleati, non crede nelle coalizioni e diffida del prossimo. Di per sé non è né Democratico né Repubblicano, crede nell’individualismo assoluto, avversa gli interventi militari all’estero e il commercio internazionale perché comportano di avere relazioni di lungo termine con il mondo esterno.
Per Trump la fedeltà conta più della competenza. Se Abramo Lincoln costruiva il suo governo con il metodo del “team of rivals” per mettere assieme i migliori, anche se avevano identità politiche diverse, Trump fa l’esatto opposto.
Sembra il rappresentante moderno di quell’America del 900, un’America chiusa, divisa, a tratti feroce, quell’America che durò quasi vent’anni dalla fine dell’amministrazione Wilson all’entrata in guerra contro l’Asse; una nazione protezionista, disinteressata al mondo esterno, ultranazionalista, dove serpeggiavano le simpatie per Hitler e in molti si giravano dall’altra parte quando i nazisti invadevano la Polonia, conquistavano Parigi e bombardavano Londra. Era anche quella meta agognata che portò a pratiche feroci nelle selezioni degli immigrati cinesi ed europei che arrivavano via nave.
C’è una mutazione del Partito Repubblicano che, prima con il movimento Tea Party e poi con il popolo MAGA, ha cambiato volto. Non è più il partito della “casa sulla collina”, tradizionale ma rassicurante; ora invece è diventato un collettore di paura, odio e rabbia. La base materiale sono le diseguaglianze che Obama aveva compreso ma che non è riuscito a disinnescare. Esse diventano il sostrato che alimenta la rabbia di un ceto medio contro la classe politica di Washington e che ha scavato un fosso tra cittadini e istituzioni talmente profondo da spiegare perché il Congresso ha da oltre un decennio percentuali di popolarità bassissime.
La forma simbolica è il 6 gennaio 2021 con l’assalto a Capitol Hill da parte dei seguaci di Trump al fine di impedire la ratifica delle elezioni di Biden a presidente.
La grazia ai cittadini condannati o sotto processo ha approfondito la distanza fra chi ha votato Trump e il resto del paese; se non addirittura l’artefice, Trump ne esce dunque come il garante dell’illegalità, dell’offesa alla Costituzione e ai principi che la ispirano, anche perché definì “ostaggi” coloro che furono condannati per i reati compiuti. L’involucro politico è che Trump ha sostituito il Partito Repubblicano dei Bush, Reagan e Nixon con un movimento incentrato su di lui; non a caso alla convention di Milwaukee dove ha ottenuto la nomination alla rielezione, tanto lui che Vance hanno sempre parlato di movimento “Make America Great Again”, fenomeno di rivolta trasversale e di rottura contro il governo e le istituzioni federali, mentre il termine repubblicani è praticamente sparito dai loro discorsi.
Le stesse condanne non hanno mai avuto alcun ruolo nel fermare Trump in quanto la sfida con la giustizia si è rivelata un fattore a suo favore, ne ha rafforzato l’immagine di leader antisistema e ha avvalorato il ritratto delle presidenziali come un duello fra Trump e l’establishment. Lo stesso potere giudiziario sta perdendo la fiducia popolare con il risultato di esaltare il potere esecutivo a dispetto degli altri due, consentendogli di avere sempre più un ruolo di leadership popolare, tanto più che i social network esaltano questa dimensione di legame diretto fra leader e popolo.
La faccia feroce e le deportazioni di massa contro i clandestini sono il suo maggiore fattore di forza politica ed è il motivo per cui quozienti elettorali importanti di minoranze in genere democratiche, dagli ispanici agli afroamericani, hanno votato per lui e lo stesso hanno fatto anche molte donne nonostante la sua proclamata misoginia.
L’ostilità ai vaccini è invece il legame più diretto e inequivocabile all’estrema destra americana, quei gruppi suprematisti che si alimentano con il complottismo attribuendo al governo federale ogni sorta di danni contro i cittadini americani. Non c’è alcun dubbio scientifico sul fatto che i vaccini ci abbiano salvato dal COVID-19 e che siano state le misure adottate dall’amministrazione Biden a consentirne il successo. In America e non solo, tutto ciò non interessa a questi gruppi che hanno costruito la propria forza intorno al rifiuto della scienza. Sotto questo punto di vista Trump, sposando la tesi dei no vax, ha trovato un terreno ideologico sul quale reclutare i gruppi più estremisti del paese composti da persone che in passato evitavano in gran parte le urne non fidandosi di alcuna forma di governo.
Trump è un protestante ma non ostenta la sua fede né tanto meno ama mostrarsi in cerimonie o eventi religiosi, ma da un punto di vista politico non c’è dubbio che il suo riferimento siano gli Evangelici Conservatori e gli argomenti che lo legano a questa base elettorale sono quelli della difesa dei valori tradizionali dell’America che Trump ritiene, del tutto strumentalmente, siano minacciati da una crescente influenza delle minoranze razziali e della sinistra radicale.
Gli Evangelici sono un elettorato molto importante perché si tratta di circa 80 milioni di persone anche se sono divisi fra posizioni politiche differenti. Nelle elezioni del 2024 ciò che ha colpito è stato anche il dato sulla maggioranza dei cattolici che hanno votato per Trump; non c’è dubbio che la sua posizione di restringere il diritto di interrompere la gravidanza sia stato decisivo nel voto di molti di loro, ma il fatto che questo sostegno sia avvenuto nonostante la posizione di Trump sui migranti opposta a quella di Papa Francesco, ci dice quanto oggi i cattolici in America siano divisi fra il Vaticano e la Casa Bianca.
il tema delle retromarce politiche deve essere inquadrato nel metodo di comunicazione di Trump. Se ci riferiamo alle dichiarazioni sul vaccino per il morbillo, sui dazi, sulle condizioni per gli aiuti a Zelensky, etc, abbiamo visto il presidente e alcuni suoi stretti collaboratori correggere il tiro a volte in maniera significativa senza però intaccare i legami con i suoi sostenitori. Il motivo è che tali episodi ci dicono come l’adesione del movimento MAGA al suo leader non sia legato alla coerenza dei contenuti specifici che lui esprime.
Certo il sostegno popolare si basa su alcune posizioni di fondo come l’espulsione degli illegali, i dazi all’export per abbassare le tasse ai cittadini, la riduzione delle dimensioni del governo federale ma all’interno di questa cornice, l’attenzione per le singole dichiarazioni è minima. Si premia il traffico sulle tesi estreme, assai meno sulle altre. E’ il linguaggio dei social che si fonde con quello della politica.
Ad ogni modo l’amministrazione Trump è meno coesa di quanto sembra. Ci sono al suo interno almeno tre identità differenti. La prima è quella del presidente, della sua famiglia e dei suoi più stretti collaboratori e si fonda sul movimento MAGA che sostituisce il vecchio Partito Repubblicano. La seconda identità è invece quella espressione del Grand Old Party e dei più importanti leader repubblicani nel Congresso.
In questo caso si tratta di personaggi e valori che hanno scelto di collaborare col movimento MAGA ma che non gli appartengono anzi in alcuni casi lo combattono. La terza anima è quella di Musk e dei suoi collaboratori, il cui intento è trasformare radicalmente l’identità dell’America e di ciò che resta dell’Occidente, sostituendo il modello democratico che conosciamo con una versione di democrazia diretta che esalta soprattutto la figura del leader dell’esecutivo adoperando con grande aggressività la forza di impatto dei social network.
Sul fronte economico grande apprensione desta il timore che l’America stia esaurendo il tempo a disposizione per ridurre il proprio debito pubblico. La relativa battaglia sui dazi risponde a quattro obiettivi: 1- spingere le aziende manifatturiere statunitensi a tornare dentro i confini nazionali, 2- sanare pratiche commerciali sleali, 3- ridurre il deficit commerciale, vero tallone d’Achille dell’economia nazionale, 4- avere entrate fiscali pari a sei trilioni di dollari in 10 anni, le maggiori per gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La paura è quella di ripetere l’errore dello Smooth Hawley Tariff Act, la legge del Congresso che il presidente Herbert Hoover firmò nel 1930 varando dazi fino al 20% su circa 20.000 prodotti importati che ebbe come conseguenza l’aggravamento della Grande Depressione che flagellò gli americani. E’ una strada che secondo le previsioni di Goldman Sachs porterà l’America ad avere quest’anno più inflazione, meno crescita e maggiore disoccupazione.
L’andamento di Wall Street avvalora tali preoccupazioni ed ha rischiato di innescare una rivolta politica interna contro l’amministrazione per il semplice motivo che i fondi pensione sono legati agli indici finanziari, senza contare che la politica dei dazi rischia di favorire proprio la Cina, spingendo molti paesi europei e asiatici a siglare accordi di scambio con Pechino.
Per quanto riguarda la politica estera (virtuale), quando Trump parla del Canada come cinquantunesimo stato degli Stati Uniti fa trapelare ciò che avrebbe in mente: annettere il paese amico per creare un unico spazio economico in Nord America con una capacità di produzione nelle manifatture e nell’energia tale da poter sfidare la Cina. La Groenlandia, che incidentalmente appartiene alla Danimarca, membro della NATO, invece è la più grande isola del mondo ed è considerata strategica da Trump nella sfida con Russia e Cina sul controllo del Mar Artico, per via delle risorse che possiede e per la posizione geografica che costeggia il Polo Nord.
Lo scongelamento dei ghiacci, causato dal surriscaldamento del clima che ha trasformato la regione artica in un nuovo tassello del grande gioco fra le maggiori potenze del pianeta, mette in palio le nuove rotte marittime che consentono di raggiungere più velocemente l’Asia dal Nord America e viceversa. Chi controlla l’Artico è destinato a controllare gran parte del commercio globale.
Veniamo infine al problema della propaganda. L’efficacia della campagna digitale di Donald Trump nel 2024 si deve all’importanza assoluta dei dati. Creando un’enorme data base di oltre 220 milioni di statunitensi potenziali sostenitori, con informazioni individuali sulla vita online e offline di ogni persona, è riuscito a rivolgersi a pubblici specifici con messaggi e annunci appropriati, potendo entrare in contatto con gli elettori a un livello più profondo e aumentando così il coinvolgimento e i tassi di conversione. Gli oltre 200 milioni di dollari donati da Musk hanno consentito l’uso di algoritmi ai livelli più sofisticati.
La rivista Foreign Affairs solleva il dubbio se l’America abbia iniziato un percorso verso l’autoritarismo. La tesi è che se la democrazia americana è sopravvissuta al primo mandato di Trump, dimostrando di avere la forza per arginarlo e sconfiggerlo, il secondo mandato potrebbe aprire la strada ad una sorta di dispotismo. Sulla stessa linea, Il politologo Ian Bremmer sostiene che la democrazia non sia fatta per sopportare una combinazione simile di soldi e disinformazione.
Negli Stati Uniti d’ America, secondo uno studio del National Center for Education Statistics,30 milioni di persone (il 14% degli adulti) erano classificate come non in grado di compiere attività di lettura semplici e di tutti i giorni, mentre 63 milioni (il 19%) raggiungevano un solo livello di base.
Le statistiche aggregate degli spogli elettorali evidenziano che queste persone sono in larga misura elettori di Trump.
Non un bel biglietto da visita per gli autoproclamati “campioni della democrazia”, che si arrogano il diritto di ergersi a giudice dei sistemi politici degli altri Paesi.
LUCA PAROLDO BONI
12 agosto 2025
foto: elaborazione propria
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