Gli omofobi? Sanno quello che dicono e quello che fanno…

Il video risale ad un mese fa. Tre amici aspettano la metropolitana. Due di loro si scambiano un bacio. Dall’altra parte della pensilina, oltre i binari, uno a loro...
Un frammento del video dell'aggressione omofoba contro Jean Pierre Moreno (con la giacca rossa)

Il video risale ad un mese fa. Tre amici aspettano la metropolitana. Due di loro si scambiano un bacio. Dall’altra parte della pensilina, oltre i binari, uno a loro sconosciuto li apostrofa malamente: «Ma che fate? Non vi vergognate!?». «Ma cosa vuole…?», replica uno dei due innamorati e riprende a baciare il suo compagno. Allora lo sconosciuto salta dal marciapiede, oltrepassa le rotaie e con un balzo arriva vicino ai due ragazzi. Che continuano a baciarsi. E’ la loro colpa: amarsi ed essere gay.

Lo sconosciuto si dimena, li insulta e poi colpisce con un pugno, con dei calci. Uno dei due ragazzi non scappa, rimane lì, lo affronta solamente a parole: «Ma tu sei veramente matto!», gli esce mentre cerca di scansarsi tra le corde di un ring improvvisato dal pregiudizio altrui, dall’odio e dalla cattiveria gratuita. Il terzo, l’altro amico, riprende tutto. I calci arrivano a più riprese, mentre la reazione non violenta del ragazzo sembra non sortire grandi effetti dissuasori nei confronti dell’energumeno.

Poi il video si interrompe, ma le cronache ci dicono che ha tentato di raccogliere dei ciottoli dalla massicciata e scagliarli contro i due amici rimasti. Allora, abbandonata la lotta ghandiana dei primi momenti, hanno raccolto anche loro dei sassi, minacciando di replicare all’eventuale lancio contro di loro, all’ennesima lapidazione contro gli omosessuali. L’energumeno ha desistito ed è ritornato dall’altra parte.

Un episodio gravissimo, che fa seguito a quello in cui Thomas, un giovane di ventuno anni è stato letteralmente lapidato da un gruppo di omofobi che lo hanno preso a pietrate perché i suoi capelli avevano un colore che, evidentemente, a questi campioni della “normalità” non piaceva per niente. Dalle parole ai fatti, da «Frocio di merda!» ai sassi tirati mirando ad altezza d’uomo, al viso, al petto, con la voglia di fare veramente male, di uccidere, di cancellare dalla loro vista qualcosa di inaccettabile, di disgustoso.

Gli omofobi non riescono però a pensare così articolatamente, anche se sanno benissimo ciò che stanno facendo e gli alibi che cercano, per la violenza che esprimono, sono sempre gli stessi e fanno appello all’indecenza, all’a-normalità, a qualche scampolo di moralità che dovrebbe potersi appellare al caro buon senso comune del pudore e così via. Altri, molto più sinceramente, ammettono di odiare i froci, di non sopportarli: gli fanno letteralmente schifo e per questo li vorrebbero cancellare dalla faccia della terra, magari un po’ come fece Adolf Hitler, mandandone mezzo milione a morire nei campi di sterminio o emarginandoli, come fece il fascismo, da ogni attività pubblica, etichettandoli come “invertiti” ed escludendoli da qualunque possibilità di socializzare, di far parte della comunità umana (in un regime disumano).

Gli omofobi possono anche accampare gli alibi che trasudano odio da ogni dove, ma non possono dirsi stupidi, infermi di mente, incapaci di distinguere il bene dal male. Hanno fatto la loro scelta nella vita e la portano avanti chi per convinzione e chi per istinto, ma la prima non è edulcorazione ascrivibile all’impalpabilità dei sentimenti, così come il secondo non è scusabile per essere frutto alieno da ogni considerazione intellettiva (ché dirla “razionale” è fare un vero insulto alla ragione).

Ormai sappiamo che non possiamo più definire tutti questi atti di violenza come “episodi” singoli. Sono puntate di una stessa serie criminale: quella che vede protagonisti persone di ogni età che reputano di essere “dalla parte giusta” della società, quella della “maggioranza” e della “normalità“, contro chi è dalla parte sbagliata, in minoranze e non normale. E di serie criminali, che viaggiano sulla trama del diritto auto attribuito di essere delle sorte di “vendicatori” di un presunto equilibrio “naturale” del mondo, ve ne sono tante: a cominciare da quelle che narrano i martiri delle centinaia di donne uccise ogni anno, non vittime del loro amore, ma esclusivamente della percezione ancestrale ed endemica del potere maschile sull’intera società.

Si chiama “patriarcalismo“, ma anche questa – troppo spesso – è una parola che viene considerata desueta e anacronistica. Ma le donne, intanto, continuano a morire e ad essere discriminate in mezzo mondo (si veda la lotta in Turchia contro il regime di Erdogan, proprio in questi giorni).

L’origine millenaria dell’omofobia e del patriarcalismo, così come altri punti di inizio di pregiudizi non meno impattanti sulla società, non può essere una scusante per giustificare determinati atti e “comprenderli” tanto moralmente quanto socialmente. L’omofobo e il maschilista, il razzista e l’integralista (religioso o laico che sia) si pongono fuori prima di tutto da un patto comune che dovrebbe essere la base di sviluppo per una moderna visione egualitaria anzitutto dei diritti civili, ma anche di quelli sociali, perché non può esistere una classificazione di importanza in merito. Tutti i diritti sono egualmente importanti: se ne viene a mancare uno, significa che viene amputata una parte dell’individuo a cui spetta il riconoscimento della propria pienezza individuale e sociale.

Il moltiplicarsi della xenofobia, dell’omofobia, dei femminicidi, nonché di tutte le loro declinazioni più particolari e articolate tanto quanto è complesso il mondo degli odiatori e dei suprematisti, dei sovranisti e dei complottisti, è possibile soltanto se non si lavora ad un recupero culturale dei valori di giustizia sociale su cui si dovrebbe sviluppare una comunità. Ad iniziare dai nuclei familiari, dove l’insegnamento previene la scuola e la affianca e, spesso, rischia di esserle alternativa nella propagazione di disvalori che mettono il bambino ed il ragazzo più maturo davanti alla scelta: seguire la “tradizione” di famiglia o i dettami di una società che contraddice il razzismo casalingo, l’omofobia genitoriale o il pugno di ferro patriarcale?

Potrebbe sembrare un’utile dialettica delle parti, per consentire ai giovani di formarsi una propria opinione su molti aspetti della vita e sulle problematiche che essa ci presenta: invece rischia di essere, in alcuni casi, una scelta sofferta, un dibattimento identitario che lacera, soprattutto se chi vive queste ambivalenze è un migrante, un ragazzo gay o una ragazza lesbica, un giovane trasngender o una giovane donna cui viene impedito di divenire tale. Non esiste una soluzione pronta e disponibile per tutte e tutti: ognuno deve lottare con le proprie armi, possibilmente pacifiche, quelle della resistenza razionale, intellettiva e della costanza, della perseveranza. Senza farsi dominare da altro odio, anche se è molto difficile.

Ad una azione corrisponde sempre una reazione. In questo caso, è stato davvero bravo il ragazzo aggredito nella metropolitana a resistere ai calci e ai pugni con lo stupore, con le parole, con la distanza. Non è facile sopportare la violenza verbale, soprattutto se accompagnata da quella fisica. Ma denunciare è necessario, sempre. Perché non sarà una risata che seppellirà questi criminali odiatori, figli di una stupidità che non è e non dovrà mai essere una scusa. Semmai un’aggravante.

MARCO SFERINI

21 marzo 2021

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