Qui non siamo al postfascismo, che pure rimane una piaga per la democrazia repubblicana. Qui siamo al neofascismo, alla reinterpretazione del Ventennio in chiave tutta attuale, fatta di imbellettamenti un po’ parolai, di nuovi emblemi, di slogan che echeggiano il nazionalismo mussoliniano, l’autoritarismo esacerbato dall’imposizione dell’unica legge fondata sul Partito-Stato e su una ideologia del tutto identitaria che maleodora di suprematismo assoluto. Il tentativo di tenere alla Camera dei Deputati la presentazione della partenza della raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sulla “remigrazione” è fallito.
Le opposizioni democratiche, costituzionali e antifasciste hanno per una volta fatto davvero fronte comune, hanno agito con spirito resistente e si sono messe tra questi tracotanti ammiratori della forza brutale unita alla politica altrettanto tale e l’altezza morale di un Parlamento come istituzione inaccessibile per chi si dichiara senza alcun infingimento un fascista senza se e senza ma. Si potrà anche dire: ma gli eredi del MSI, partito oggettivamente neofascista e fuori dal cosiddetto “arco costituzionale“, sono in Parlamento da sempre, sono stati e sono tutt’oggi al governo del Paese. Vero.
Esistono delle differenze tra la maggioranza meloniana e queste frattaglie di neofascismo che provano a venire a galla. Si tratta, per lo più, di questioni di numeri: i partiti che compongono il governo delle destre si possono permettere un certo distacco oggi dalla truculenza del linguaggio di forze extraparlamentari che hanno puntato a condizionare e dirigere anche una parte del voto politico, ma non ad entrare con risolutezza nelle Camere. Lo spazio era già occupato da altri: dal MSI prima, da AN poi e, infine, da Lega e Fratelli d’Italia.
Fanno parte tutti, forse con la sola differenza delle forze di centro-destra come “Noi moderati” e “Forza Italia“, di una galassia nel migliore dei casi a-democratica, nel peggiore antidemocratica e apertamente ostile alla Costituzione, alla Repubblica nata dalla Resistenza, all’antifascismo come religione civile del Paese. La distinzione principale sta nell’occupare le posizioni: di potere, di governo per Meloni e Salvini; di piazza, come quinta colonna per i neofascisti del terzo millennio. I programmi sono diversi nel qui ed ora. Se, invece, si va sulla valutazione storico-politica del passato o del più recente presente, non sussistono grandi dubbi: molti pregiudizi collimano ancora, molte idee comuneggiano.
A cominciare dai busti del duce del fascismo, dai riferimenti bibliografici di un moderno racconto di una società in cui vengono vissuti con aperto fastidio tutti quegli elementi che stonano con l’icastica omogeneità: dei colori, dei sapori, degli odori. L’oscurità dell’orbace, giusto con un taglio un po’ differente rispetto al passato, per sembrare più moderni. Poi, seppure in tempi e modi distinti, ognuno per conservare la propria di identità e di pseudo-verginità, tutte e tutti ad Acca Larenzia, nei pressi o sopra la grande croce celtica antistante la vecchia sede del MSI oggi gestita, guarda un po’ il caso, da CasaPound.
Nella proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione c’è la filosofia di questa galassia neofascista che pretenderebbe di contendere un po’ le postazioni egemoniche alla destra di governo che si è – a detta di questi duri e puri – troppo “istituzionalizzata“. Intanto non si tratta solo di reimmigrare i migranti che vivono sul territorio italiano, ma nel farlo, si pongono le basi per un progetto molto bene espresso nel titolo stesso della proposta di legge: la “riconquista“. Un progetto condiviso da CasaPound e Veneto Fronte Skinhead, ex forzanovisti e “patrioti” di varia natura, a cui si associa qualche deputato vannacciano.
I presupposti da cui partono sono tanti, ma tutti arrivano precisi precisi al punto: se c’è stata una immigrazione, ci può essere una inversione di tendenza che, ovviamente, siccome non può essere oggi determinata dai veri fattori che scatenano gli spostamenti delle genti sul pianeta – in maggior parte di natura economica – allora deve essere prevista e messa in pratica dallo Stato. Pazienza se gli italiani sono stati un popolo di migranti tra fine Ottocento e per tutto il Novecento. Pazienza se sono nati interi quartieri di grandi metropoli intitolati all’Italia proprio per la presenza massiccia di immigrati del Bel Paese. Pazienza.
Acqua passata. Anzi, magari pure questo è orgoglio nazionale perché, c’è da giurarci, questi fascisti del nuovo millennio sono sicurissimi che noi stavamo tutti quanti nel solco del tradizionale detto che siamo “brava gente“. Gli africani e gli asiatici invece per la maggiore sono in un altro solco: ci rubano il lavoro, delinquono, sporcano, stuprano le donne e fanno tutto il peggio che possono fare. Perché? Perché c’è la pessima idea (ed è pure eufemistico definirla così) che sono geneticamente portati a questi comportamenti. Che dovremmo mai dire noi italiani, allora? Che siamo geneticamente portati all’organizzazione mafiosa, camorrista o ‘ndranghetista?
Siccome il cuore della proposta è, letteralmente, la «difesa della sovranità e dell’integrità nazionale», tutto quello che aiuta a sostenere pregiudizialmente questo cortocircuitante assunto che si fonda sulla differenze non come ricchezze ma come maledizioni da evitare, viene a gioco e serve alla causa con una ci che non merita nessuna maiuscola. Nel testo della proposta di legge si parla di “rimpatrio volontario e assistito” da parte dello Stato. Ma sulla volontarietà viene qualche legittimo dubbio: se così fosse, già oggi molti migranti lascerebbero l’Italia per tornare nei loro paesi ancora devastati dalle guerre frutto non di antidiluviani tribalismi, ma fatte dalle élite locali sostenute dagli ex colonizzatori europei e, comunque, occidentalissimi.
Ciò vale per i migranti regolari. Per quelli giudicati non tali c’è l’espulsione: si va dall’«allontanamento coattivo dalla frontiera» al divieto di ingresso sul territorio nazionale per un minimo di dieci anni e «aumentabile in base alla gravità del caso». Come nella peggiore tradizione del fascismo sempre stato razzista e divenutolo ancora di più a partire dalle Leggi del 1938, si pensa alla creazione di una burocrazia che sovraintenda a questo piano di riqualificazione omogenea della popolazione esclusivamente italiana. Perché quando si parla di remigrazione si deve sempre tenere bene a mente che non ha altro scopo se non quello di neonazionalizzare, di italianizzare a tutti i costi.
Le leggi si possono scrivere anche con terminologie giuridiche che somigliano molto ad una sorta di rispetto formale dei diritti umani, ma poi nella sostanza conta la volontà del Legislatore e quella, soprattutto, di chi le mette in pratica, di chi le fa eseguire: i governi. E qui le note diventano dolenti. I neofascisti proponitori del dispositivo, quindi, ritengono che si debba dare vita ad un vero e proprio “Istituto della Remigrazione“ volto a «promuovere il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale». Poi, siccome si sa che la volontarietà è un pretesto più che altro infiorettante una legge liberticida, si prevede alla lettera A del punto 3 del comma 2 dell’articolo 10 del capo III un «incentivo economico individuale, erogato in più tranche e vincolato a criteri di corretto utilizzo».
Inoltre, siccome tutte queste meravigliose idee non si mettono in pratica senza soldi, serve anche una programmazione economica che, a sua volta, deve essere gestita da un settore di un dicastero governativo ad acta. Ed ecco, quindi, bello pronto il “Fondo per la Remigrazione” istituito presso il Ministero dell’Interno. Siccome i fascisti fanno le cose per bene o non le fanno, non si fanno mica mancare anche un capo IV in cui si esplicita una lotta serrata alle Organizzazioni Non Governative che vengono giudicate colpevoli di traffico di migranti: per costo rientra in questa disumana dicitura anche il pescatore che tira sù dal mare dei bambini che stanno per affogare in mare aperto e che sono stati scaricati da un gommone.
Ma pazienza. Questione di interpretazione, cavillosità di chi vorrebbe, come noi, accogliere chi ha bisogno indipendentemente dalla nazionalità e vederli un giorno o vivere in pace qui con noi oppure vederli tornare nei loro paesi davvero volontariamente, scegliendo un rientro dettato dalla possibilità di avere se non le stesse, quanto meno le simili opportunità avute in uno Stato democratico, civile e socialmente sostenibile. Tutte prerogative che le destre non contemplano come elementi fondamentali di sviluppo: per loro solo gli italiani meritano di vivere in Italia e, se approfondissimo un po’ la questione discutendone senza troppi infingimenti, verremmo come di consueto a sapere che è meglio pure se questi italiani sono di pelle bianca e non figli di matrimoni etnicamente misti…
Fuori dal linguaggio giuridico e dalla metafora che questa proposta di Legge è in sé e per sé: il proposito è quello dichiarato della remigrazione di massa, del rimpatrio dei migranti, dello svuotamento dello Stivale dalle presenze indigeste di coloro che fanno apparire l’Italia come una nazione che cambia col passare del tempo. Tutto deve fermarsi ad una italianità che non è mai veramente stata fissa su sé stessa e che, quindi, come ogni altra storia di popolo, è cambiata nel corso dei millenni. Quell’integrità identitaria e culturale che pretendono di difendere i neofascisti è stata negata anzitutto dalla rottura di una tradizione di interazione che affonda nei secoli dei secoli.
L’Italia è terra di tradizioni e cultura comune ma, come tutte le altre nazioni, è fondata su una compartecipazione delle stesse che provengono da diversi ambiti e che sono il frutto di una integrazione molteplice di passaggi veramente epocali che l’hanno riguardata: da ovest ad est, da nord a sud. L’idea di società che i fascisti del nuovo millennio hanno è escludente e fa dell’identitarismo una maschera dietro la quale nascondere le fragilità comuni: non ci si può isolare da un contesto globale difendendo a spada tratta una etnicità pura che scade miseramente nel peggiore dei razzismi, nel più retrivo dei conservatorismi, nel più ottundente dei suprematismi.
Non siamo prima italiani e poi esseri umani. Anzi, siamo prima animali umani, poi anche esseri umani e infine, per puro caso, italiani perché nati qui, in questo meraviglioso lembo di terra che si protende nel Mediterraneo e che, dato che tutto passa e tutto si trasforma, un giorno non esisterà più e si confonderà con altre terre o si troverà in parte sommerso dal mare. Ciò che preme sottolineare è la temporaneità di tutto. Persino della stessa presenza della vita sulla Terra. Se corriamo dietro alle miserie dei nazionalismi, perdiamo di vista uno scopo nobile con cui possiamo dare un minimo significato all’esistenza: vivere il più possibile serenamente questa vita.
Farlo nel rispetto di tutte e di tutti, a partire da ogni forma di vita. A partire quindi dai nostri fratelli animali non umani che consideriamo ancora oggetti da asservire, da trattare antropocentricamente come nella nostra piena disposizione: non individui con una propria capacità di sentire, di percepire, di provare gioia e dolore, emozioni che leggiamo nei loro occhi, nei loro atteggiamenti. Tutti gli esseri viventi. Ma qui siamo ancora, dopo migliaia di anni, a disquisire sul fatto che, nella stessa “specie” umana ci si fa la guerra per differenze di colore della pelle, per credenze religiose, culturali e per avere una “identità“, senza cui pare impossibile riconoscersi in sé stessi.
Il razzismo è prima di tutto un fenomeno di crisi profonda, di disagio interiore che si sfoga in una società che lo alimenta per interessi disparati: economici, politici, tanto per citare quelli più comuni e riconoscibili. Lottare contro il razzismo è fare di questa lotta un qualcosa di più esteso rispetto alla sola “umanità“. Ma, intanto, continuiamo da qui, sapendo che i pregiudizi sono duri a morire: per abbatterli bisogna modificare i rapporti di forza nella società e, con essi, mostrare che l’uguaglianza è possibile. Perché è logica, razionale e, al contempo, rimane un sempre oltrepassabile orizzonte verso un miglioramento che non conosce fine.
Gli anticorpi alla deriva autoritaria siamo noi. Noi che siamo consapevoli di questo scivolamento antidemocratico e antirepubblicano in cui ci troviamo. Gli anticorpi all’oscenità della remigrazione siamo noi: è chiunque rifiuta di vivere nella sua identità ristretta per sentirsi puro e immacolato, astratto dal resto di un mondo che non ha confini se non quelli immaginari messi dall’essere umano. Gli anticorpi uniti possono sconfiggere una malattia. Anche grave. Dunque, facciamolo.
MARCO SFERINI
31 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















