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Cina

Gestiamo insieme il caos. Ma Taiwan è la linea rossa

Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale

Non pochi hanno notato che il Tempio del Cielo di Pechino, dove ieri è stato accompagnato in visita Donald Trump, fu voluto dall’imperatore Yongle, terzo della dinastia Ming (dal 1402 al 1424) e in alcuni casi associato proprio a Xi Jinping.

Il Tempio del Cielo è il luogo che unisce visione armoniosa confuciana e gli estremi, cielo e terra, di radice taoista, luogo di antiche preghiere per un buon raccolto. Ma Yongle è stato anche l’architetto della potenza globale cinese, un «legista» nei metodi (proprio come Xi Jinping, ovvero a favore di una società disciplinata, controllata e determinata) e che volle una flotta tecnologicamente fuori scala per l’epoca: centinaia di «navi dei tesori» (baochuan) lunghe tra i settanta e i cento metri secondo le fonti Ming, vere cittadelle galleggianti con cui Pechino impose il proprio sistema tributario dall’Indonesia fino alle coste orientali dell’Africa, proiettando l’ombra dell’Impero sull’intero Oceano indiano.

Quindi, simbologia spinta. E chiarezza immediata: Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo per il primo round di incontri, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale, ovvero Taiwan. Il leader cinese ha specificato che le relazioni tra Cina e Stati uniti hanno un termometro determinato dallo status dell’arcipelago.

I media cinesi riportano che Xi avrebbe detto questo: «Se la questione Taiwan sarà gestita correttamente, le relazioni tra i due paesi possono mantenere una stabilità generale. Se gestita male, i due paesi potrebbero scontrarsi o persino arrivare al conflitto, spingendo l’intero rapporto verso una situazione estremamente pericolosa. L’ “indipendenza di Taiwan” è incompatibile con la pace nello Stretto; mantenere la pace e la stabilità è il massimo comune denominatore tra Cina e Stati uniti. La parte americana deve agire con estrema prudenza nel gestire la questione di Taiwan».

Questa è l’offerta cinese al presidente Trump: basta una parola, più che qualche gesto o atto politico, basta un minimo disimpegno statunitense e il resto andrà da sé. La carta Taiwan indica un elemento piuttosto rilevante di questo summit (che i media statunitensi continuano a definire «ad alta tensione», nonostante il clima in realtà molto disteso, i bambini ad accogliere Trump, gli articoli zuccherosi dei media nazionali eccetera), ovvero la posizione di forza della Cina. Xi Jinping sa che Trump ha bisogno di de-escalation, di probabile aiuto cinese per Hormuz e di dimostrare di saper gestire la complicata relazione con la Cina e di portare a casa qualcosa (acquisti di soia, di Boeing e rassicurazioni sulle terre rare).

D’altro canto Xi Jinping stesso ha bisogno di calma (e magari di nuove aperture sul fronte tech): la disoccupazione giovanile, i postumi della crisi immobiliare e soprattutto i consumi che continuano a non andare come vorrebbe la leadership, a indicare un senso di pessimismo della classe media cinese, suggeriscono la necessità di trovare un modus vivendi con la controparte americana. Dire Taiwan significa anche ricordare agli Stati uniti che è finita l’epoca del chongmei del «fascino per gli Usa» e che ora è la Cina che può dettare i tempi della relazione.

Su Taiwan Trump non ha detto niente, per ora: si è limitato a dire quanto stimi Xi Jinping e quanto la Cina sia bellissima. Parole al miele di fronte a un altro avvertimento di Xi Jinping, che nel suo discorso introduttivo ha usato una delle sue espressioni preferite: bianluan. Bian indica il mutamento dei rapporti di forza, luan l’instabilità che ne deriva se tale processo non è guidato.

Nel lessico politico di Xi Jinping, l’espressione (traducibile come «turbolenza» o «caos a seguito di un cambiamento») non descrive un semplice disordine contingente, ma delinea la complessa compenetrazione tra i cambiamenti epocali (bian) della transizione multipolare e il caos sistemico (luan) generato dal declino dei vecchi equilibri, elevando la stabilità a imperativo strategico e ponendo la Cina come l’ancora di certezza necessaria a governare l’entropia della storia contemporanea.

Per Pechino, dire bianluan significa dire a Washington (e al mondo) che la stabilità non è più un dato acquisito, ma un obiettivo da negoziare per evitare che la competizione scivoli nel conflitto. In questo schema, nel quale Xi Jinping ha citato anche «la trappola di Tucidide», la Cina si autorappresenta come l’unica forza capace di dare una direzione razionale al caos, l’unico «timoniere» in grado di gestire la transizione senza far schiantare la nave contro gli scogli della Storia.

SIMONE PIERANNI

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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