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Il portico delle idee

Gabriel Marcel e il nuovo approccio alla questione esistenziale

Ad un rapporto strettamente intimo con le proprie ispirazioni ci si può riferire se si considera il pensiero di Gabriel Marcel riguardo l’insieme del suo percorso tanto accademico quanto più strettamente riferito alla ricerca del significato prima e senso poi dell’essere, dell’esistente, nonché del più heideggeriano “esserci“. L’indagine quasi tutta metafisica del filosofo francese, al netto – seppure necessariamente considerato – del suo carattere religioso, della sua conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, ha un certo fascino, molto discreto, per nulla invasivo o pretenzioso. Va apprezzata, quindi, anzitutto la sua disponibilità all’incontro interculturale e interdisciplinare: tra scienza e filosofia, tra ragione e fede, tra materialità e spiritualità.

Non c’è volontà di confutazione, ad esempio, del cartesianesimo che, pure, viene volutamente superato unificando soggetto e oggetto della considerazione umana tanto per sé stessi quanto per l’esistente nel suo insieme. Semmai vi è in Marcel un desiderio conoscitivo però consapevole dalla sua finitudine e che, in ragione di essa, non ha quindi la pretesa di spingersi continuamente verso il limite del conoscibile, lambendolo costantemente con l’esercizio della dubitabilità e, quindi, della critica in sé ma non fine a sé stessa. Punto essenziale della sua filosofia è un empirismo misticheggiante, una voltura della mera scientificità in un qualcosa di più condiviso con un piano metafisico che, nonostante tutto, non la contraddica.

Si parte quindi dall’affermazione per cui la realtà esistente, ossia l’esistenza stessa, non è – come invece parrebbe ovvio affermare – una “oggettività“. La scissione tra soggettivismo umano e oggettivismo dell’esistente cui noi ci rivolgiamo soprattutto mediante la mediazione sensibile è da Marcel presa in considerazione solamente per essere termine di paragone di un approccio nettamente differente: Cartesio pone l’essere pensante, in un certo qual modo, distante dal resto di ciò che lo circonda. La “res cogitans” è separata dalla “res extensa” e, dunque, si pone di fronte ad essa con una attitudine indagatrice che la pone su un piano quasi di superiorità affidandosi quasi esclusivamente ad una razionalità inconfutabile.

Questa scissione in Marcel non esiste o, per meglio dire, viene ridotta ad una condivisione tra parte pensante e parte materiale, tra elaborazione concettuale e osservazione particolare di ciò che noi siamo e che, soprattutto, siamo nell’essere stesso, nel complesso di una esistenza che è non scindibile da sé medesima. Su questo viatico, quindi, l’essere umano pensante ed autocosciente non può astrarsi completamente dal contesto in cui si trova e ritenere di osservare, interpretare, catalogare, criticare e formulare sull’esistente come se si trovasse al di là di esso, al di fuori della realtà in se e per sé. Facendone pienamente parte – e questo è ovviamente oggettivo – il metodo di indagine è un tutt’uno con l’indagato. Per cui muta anche il tipo di interrogativo che ci si pone sull’essere: almeno da Parmenide in avanti.

Non più un qualcosa di meramente problematico, per cui ci si domanda che cosa sia, che senso abbia, quale significato gli si possa attribuire secondo la razionalità umana che è, lo si voglia o no, insita nel processo di evoluzione della materia. Non più, quindi, un dilemma che è indiscutibilmente irrisolvibile tramite lo strumento della razionalità; bensì l’accettazione della trascendenza del mistero dell’esistente che è tale proprio perché “trascende” la nostra capacità di comprensione anche se spinta ogni volta al di là di sé stessa tramite la coltivazione del dubbio e la teorizzazione, l’ipoteticità. Ci siamo riferiti molte volte a tutto questo come al Grande Mistero, all’Incomprensibile per eccellenza o, se vogliamo, per antonomasia. Ed è evidente ciò che Marcel sottolinea, pur nell’affidarsi, alla fine, all’ipotesi-Dio.

Piuttosto interessante risulta, poi, la considerazione per cui l’essere umano ha la necessità di stabilire una sua verità che, quindi, diviene parte di un processo di stabilizzazione esistenziale che può, non soltanto ritrovarsi nella fede ma anche in una calma, pacifica, serafica accettazione dell’insensatezza del vivere se, per lo meno, proiettato nella sovradimensionalità incalcolabile delle misure di un Universo che, nonostante tutto, grazie al progresso scientifico abbiamo incominciato a perlustrare e conoscere negli ultimi cento anni.

Ciò dimostra che le potenzialità della mente umana sono probabilmente più di quelle che noi immaginiamo e che la stimolazione delle stesse è indispensabile per una acquisizione di maggiori elementi conoscitivi riguardo quello che viene definito l’Universo osservabile: una piccola porzione di un infinitudine visibile dal nostro “punto” di vista. Definibile così, proprio in tutti i sensi… L’interessante disquisizione di Marcel sul contrasto che lui scorge tra “problema” e “mistero” dell’esistente, sempre al netto della sua visione mistica e religiosa, permette una riconsiderazione dei rapporti che abbiamo sempre avuto (indotti dalla nostra capacità conoscitiva ed autoconsapevole di ciò) con l’esternita del problema stesso.

Noi osserviamo l’essere sentendoci ovviamente parte del tutto ma con la presunzione che il nostro punto di osservazione sia oggettivamente oggettivo. Invece questa verità che tendiamo ad associare a quella dell’esistente stesso, in quanto, appunto, reale, visibile, tangibile, sensibile per noi e per gli altri esseri viventi (per l’appunto senzienti), non ha un carattere ontologico: non è a prescindere da noi, ma è propriamente solo nostra e ci riguarda in prima persona, prima ancora di riguardare ciò che noi osserviamo, tocchiamo, sentiamo e studiamo. Quando analizziamo il problema dell’esistente noi lo facciamo sempre e soltanto tramite una razionalità che è esclusivamente umana e che, per quanto parziale possa quindi essere, è insita nella materia stessa.

Giacomo Leopardi avrebbe sentenziato: il dato di fatto che la materia pensi è un fatto. Ma questo non ci dice nulla riguardo ad una intrinsecità del pensiero nella materia medesima. Poiché noi siamo, sempre riguardo il punto di osservazione da cui ci muoviamo, ossia noi medesimi e qui su questo pianeta, la dimostrazione che, date certe condizioni, la materia può passare dallo stato dell’esistenza inerte a quello dell’esistenza cosciente ed autocosciente, potremmo affermare che compreso nel mistero dell’essere vi è il potenziale per l’Universo di potersi autoconoscere. Questo cosa significa? Che se le condizioni non si verificano, molto banalmente, l’esistente esiste ma non ha coscienza della sua esistenza. Noi siamo una parte dell’Universo che sa dell’esistenza di ciò che lo include, di ciò di cui fa parte.

Qui riprendiamo Marcel quando afferma che noi siamo quindi inclusi nel “mistero” e che ognuno di noi ha, senza ombra di alcun dubbio, un approccio molto soggettivo, personale nel disporsi nei confronti dello stesso (e quindi anche del resto del genere umano, dei propri simili come dei dissimili). Il bisogno della verità, che sia quindi la “mia” verità, è per il filosofo francese soddisfacibile esclusivamente se si passa dal razionalismo scientifico al trascendentalismo mistico e religioso. Qui le nostre strade divergono, perché per lui la necessità dell'”avere” una spiegazione dell’esistente pone il soggetto e l’oggetto in una competizione in cui il rapporto è estremamente estrinseco, visto che l’oggettività è imprendibile, inafferrabile.

L’oggettivo fa smarrire quel senso dell’essere nella realtà, perché ci affiderebbe ad una presunzione: la conoscibilità dell’essere. Che è, ne conveniamo, inconoscibile. La separazione netta tra una forma di sapere scientifico-oggettivizzante e una filosofico-trascendentale è una dicotomia evitabile. Marcel individua una sorta di spersonalizzazione dell’individuo-scienziato, dell’essere razionale per cui conterebbe esclusivamente il risultato da raggiungere o raggiunto. Terminato questo itinerario della scoperta, ciò che rimane è la scoperta stessa e non tutto ciò che l’ha consentita. Mentre – afferma – in filosofia chi elabora un cammino conoscitivo non è mai separabile dal cammino stesso e dai risultati o meno che raggiunge.

Sembra esservi in questa definizione quasi antitetica tra razionalità oggettivizzante e metafisica soggettivizzante una vena di tristezza, un rigagnolo di lacrimevole affermazione dell’impossibile sincretizzazione tra scienza e filosofia. Ma è solamente una sensazione, un derivato che non ha riscontro nell’analisi di Marcel che rimane tutta presa dall’affermazione dell’essere non come problematicità ma come mistero inestricabile che affida l'”io stesso” che siamo al “raccoglimento” del pensiero entro un corpo che “noi siamo” e che noi “abbiamo“. Essere e avere, dunque, in un rapporto estremamente dialettico o, forse, molto semplicemente tale. Fu, in sostanza, la Prima guerra mondiale che impose quasi a Marcel di interrogarsi sulle grandi problematiche “irrazionali” che da sempre si pone l’umanità.

Su sé medesima, sull’esistente, sulle più classiche interrogazioni ontologiche così come su quelle più prettamente idealistiche, criticando queste ultime con più asprezza, ritenendo che l’entità umana, la coscienza e le mutazioni continue della stessa non fosse riconducibili e riducibili alle sola astrazione del pensiero, nel pensiero stesso. Del resto, se in Marcel la critica dell’idealismo è radicale, lo è anche quella riguardante lo scetticismo che viene assimilato ad una sorta di estremo riduzionismo dell’esistente ai limiti del negazionismo. Prevale dunque un piano ontologico che «può essere riconosciuto soltanto con un atto personale, tramite la totalità di un essere impegnato in un dramma che è il suo».

Viaggiano su Internet spesso frasi e citazioni che intendono essere lenitive e curative per i mali dati dall’autocoscienza esistenziale, dal raffronto tra noi e il resto del mondo, della società. Citazioni spesso erroneamente attribuite ma che, anche a prescindere dall’autore, ogni tanto regalano un momento di estraneazione dalla problematicità del possibile, della quotidianità e del considerare sensata la vita fatta di regole, di morali, di leggi, di affermazioni e di negazioni date dal diritto, dalle leggi, dalle norme che ci siamo imposti e che facciamo subire ogni giorno a molta gente, a molti animali non umani, alla natura stessa. Queste frasi aiutano ad estraniarci per un secondo da tutto questo, a considerare che forse l’esistenza più vera sta proprio nel rapportarsi con il Grande Mistero. Di cui siamo parte.

Non si tratta di minimizzare il qui e ora, ciò che andiamo ogni giorno facendo. Ma si tratta di considerare la pragmaticità dell’oggettivo, del reale, del logico e del razionale un po’ meno sacra di quanto sia stata considerata fino ad ora: proiettarci nell’inconoscibilità dell’Universo ci rende tanto piccoli da permetterci di vedere con lenti differenti ciò che reputiamo importantissimo, sempre e comunque. La vera nostra condizione esistenziale è questa e noi, per non soffrirne, le abbiamo sostituito una vita sensata al di sotto delle grandi problematiche che istintivamente, naturalmente l’essere umano autocosciente si pone da millenni. Marcel ci dice: non sono problemi, ma misteri cui affidarsi.

Il punto è che noi non facciamo, come umanità, né l’una né l’altra cosa: fingiamo che ciò che è importante sia vivere senza considerare la vita stessa, ma facendoci attraversare da tutto un sistema di relazioni (anti)sociali che il divenire di noi medesimi ha posto in essere giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo. I rapporti di forze tra le classi sociali determinano il loro benessere o la loro rovina. Ma è pure vero che una diversa disposizione nei confronti dell’esistenza stessa determinerebbe un approccio molto differente per ciascuno e per tutti alla vita in comune. Un approccio più realistico (e misteriosamente tale!), rispetto a quello in cui ci illudiamo di vivere: quello del “senso” che, alla fine, è solo un modo di vedere il particolare sfuggendo all’universale.

MARCO SFERINI

7 giugno 2026

foto: elaborazione propria

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