Marco Sferini
Forti scricchiolii sovranisti: il lascito della Terza guerra del Golfo
La più che oggettiva sconfitta trumpiana nella guerra con l’Iran permette di riflettere sulla “potenza” dei sovranismi, delle forze di estrema destra che si prefiggono, con metodi decisamente autoritari, di invertire la rotta dei regimi democratici e trasformarli in qualcosa di simile alle antiche oligarchie ma senza i presupposti quanto meno formali di un riferimento del proprio consenso alla volontà popolare. C’è una esigenza – o quanto meno se ne dovrebbe avvertire una certa urgenza della stessa – di cercare di comprendere tutto questo caotico, diseguale, sproporzionato e finto sviluppo globale. Il multipolarismo ha, in pratica, decretato la fine del precedente ordine e ci troviamo in una fase di transizione in cui i singoli eventi stanno, a poco a poco, costruendo la fisionomia del nuovo.
La crisi – ammesso che si possa definire in questi termini la serie di inciampi in cui è incorsa l’amministrazione di Donald J. Trump – pare mettere in crisi il binomio stabilito tra la politica quasi autarchica interna e quella neo-imperialista esterna. La sottovalutazione di una serie di elementi oggi probanti la complessità delle dinamiche regionali, soprattutto in questo caso di quelle mediorientali e, nello specifico, riguardanti l’Iran, va attribuita anzitutto all’approccio disinvoltamente superficiale della Casa Bianca nei confronti di una conflittualità che era obiettivamente asimmetrica: per sproporzione di forze, per conclamato dominio mondiale di un tempo, per saldatura tra potenze nucleari che, solo per questo fatto, avevano la reputazione di una sorta di indiscussa invincibilità.
Cosa ha mandato esattamente in crisi la postura sicumerica del trumpismo? Perché i sondaggi interni, anche tra i sostenitori della prima ora del presidente-magnate, sono impietosi circa il consenso che oggi avrebbe l’inquilino dello studio ovale? Una delle risposte possibili (perché ci troviamo comunque sempre sul piano inclinato dell’osservazione molto soggettiva, di un punto di vista politico-attualistico) è che sia andata letteralmente fallendo quella certezza di cui Trump si era fatto promotore assoluto: siamo forti, siamo il movimento che rivendica questa forza con l’acronimo MAGA, quindi “facciamo come ci pare“. Fin dagli inizi della tragica avventura in cui Washington è stata trascinata dalla tracotanza di Netanyahu nei confronti della Repubblica islamica, il diverbio tra amministrazione presidenziale e Pentagono è risultato piuttosto chiaro.
Non passava giorno in cui i dubbi sull’aggressione all’Iran non emergessero piuttosto energicamente da parte di qualche gola profonda e venissero pubblicati a titoli quasi cubitali sui principali quotidiani americani. Di contro, però, tanto Trump quanto i suoi comandanti avevano (e forse hanno ancora) la convinzione che un conflitto vincente avrebbe potuto intimorire il gigante cinese, afferente alla zona mediorientale e tutto teso a stabilire un asse di dominio tra la zona del Pacifico, intesa come estensione dal Mare Cinese Meridionale e le coste dell’Africa. Su questa ambivalenza si è giocata una preponderante esposizione d’attacco da parte del presidentissimo nei confronti di Xi Jinping, lasciando tutt’altro che su un secondo piano l’irrisolta questione di Taiwan e, quindi, del controllo di una vasta area di commerci tutta intorno alle Filippine.
Ma la guerra scatenata da Netanyahu contro Teheran ha costretto gli Stati Uniti ad un inseguimento repentino, soprattutto per evitare di non sedere al tavolo della spartizione dopo la vittoria data per certa. Se, da un lato, Israele ottiene un qualche successo in merito, corrisponde pure a verità il fatto che nei quattordici punti di compromesso stilati e firmati sotto gli occhi dei capi di Stato del G7 ad Evian vi è la fine di ogni conflitto nell’area regionale del Medio Oriente. Ivi incluso quello contro il Paese dei cedri. Viaggia di pari passo quindi una affermazione del carattere di assoluta importanza dell’Iran nel contesto attuale, come cerniera tra Ovest ed Est, come punto di fulcro per la determinazione del passaggio del petrolio e di ogni altra materia prima da uno Stretto di Hormuz riaperto sotto pedaggio. Si contano i morti e, certo, il prezzo più alto lo paga Teheran.
Ma Trump, con il compiacimento certo di Pechino, ora ha gli arsenali che si stanno svuotando, anche perché c’è un’altra guerra che non è ancora terminata. I sovranismi alimentano conflitti espansionistici e poi, siccome si traducono in confronti con opposti estremismi, simili e molto, tanto uguali a loro, finiscono per non sapere più come cavarsi d’impaccio da gineprai sempre più fitti, irti e pungenti. Un altro elemento chiave su cui puntano tanto i russi quanto i cinesi, nei rispettivi assi di sviluppo dei loro poli economico-finanziario-militari è il trascinamento dei tempi su una lunghezza pressoché indefinita. Putin è in difficoltà sul fronte ucraino? È probabile, perché i rifornimenti occidentali all’esercito ucraino continuano, perché la NATO non ha dismesso il suo ruolo di guardiano imperialista dell’Occidente.
Ma è anche un dato di fatto la questione dell’inamovibilità del fronte stesso. Né avanza verso ovest, né procede verso est. Se è azzardabile un provvisorio bilancio macroregionale delle avventure dei regimi autoritari sparsi per il pianeta, chi ne esce relativamente vincitore in questa fase è la Cina che si è posta come osservatrice (tutt’altro che passiva) di una condizione di molteplici interessi che si sono scontrati e che hanno determinato anzitutto che è tutt’ora in definizione una specie di era “post-egemonica” degli Stati Uniti d’America, nonostante il fervore propagandistico (perché tale rimane, niente di più, niente di meno…) di Donald Trump che non può nemmeno vantare il “successo” venezuelano come esempio di una politica espansionistica di nuovo modello. Non esiste, dunque, nessuna correlazione tra esibizione della forza e pratica della stessa sul campo.
L’Iran, dato per spacciato dopo la decapitazione dei suoi vertici politici e militari, ha dimostrato di riuscire a controllare internamente la crisi verticale del potere, reprimendo duramente le proteste di piazza e contenendole anche grazie allo spirito patriottico suscitato nella popolazione dai duri attacchi israeliani e statunitensi. La Terza guerra del Golfo è quindi un boomerang: certamente per Trump, probabilmente anche per Netanyahu. Non fa che rafforzare l’autonomia e l’indipendenza della vecchia Persia, mentre Pechino osserva compiaciuta, mentre le altre guerre sono in continuo svolgimento. Vi sono poi, nella vicenda mediorientale, tutta una serie di attori apparentemente silenziosi ma che sono importantissimi: primo fra tutti la Turchia di Erdogan che rimane una potenza in ascesa nel sogno neo-ottomano del suo presidente-padrone.
Si sono iniziate queste riflessioni partendo dall’analisi della tenuta o del cedimento dei sovranismi di destra, dei neonazionalismi in auge, rispetto ad una eterogenesi dei fini dati data dall’incontro-scontro di interessi profondamente differenti nella condizione globale delle contraddizioni dettate dal multipolarismo. La domanda, quindi, ora diventa ineludibile: ma l’Italia, il nostro Paese, in tutto questo che ruolo ha, che cosa rappresenta, come si muove tanto entro i confini dell’Unione Europea (e quindi della guerra d’Ucraina) quanto in quello del Mediterraneo (e quindi delle aggressioni contro Gaza e contro l’Iran)? Mai come in questo momento appare piuttosto lapalissiano il fatto che, parzialmente sganciata dall’ingombrante referente d’oltreoceano, per obbedire alle compatibilità del contesto europeo, la debolezza diplomatica e di politica estera è un tratto negativamente distintivo quello che ci sta più a pennello.
A Giorgia Meloni tocca sperare che Trump si riabbia dalla batosta subita nello Stretto di Hormuz e che venga a più miti consigli con le fazioni interne (comprese quelle che si agitano nello stesso Grand Old Party), così da riagganciare un asse privilegiato con un’America che si appresta, con le elezioni di medio termine, a dimostrarsi quanto ancora crede nell’arroganza di un megalomane che si è fatto ritrarre come non mai nessuno nella Storia della Repubblica stellata, mostrando quanto spregio abbia per la democrazia parlamentare, per la coralità dell’azione di governo, per pesi e contrappesi del sistema messi nella Costituzione proprio a garanzia di eventuali tentativi di stravolgimento degli equilibri federalmente preposti. Ma c’è, al di là di questo, un punto che non può non essere notato: esiste una responsabilità italiana, quindi del governo, in un sostegno aperto a tutte queste azioni di guerra.
Da quelle israeliane contro la popolazione palestinese e quelle contro la popolazione iraniana: nel nome, si intende, dell’espansione democratica anche in quei territori e del consolidamento dello Stato ebraico almeno da questa parte del Mediterraneo. Per l’esecutivo e la maggioranza delle destre hanno avuto valore, più che le vite umane, i contratti milionari per l’esportazione degli armamenti, la fedeltà atlantica e l’asservimento fino a poco tempo fa totale verso colui che al vertice di Evian ha “scherzato” (le virgolette sono d’obbligo!) sul suo ritardo alla riunione plenaria affermando: «I’m the Boss!». Ciò che pare sufficientemente evidente è la difficile tenuta tra politica interna ed estera laddove si produce un moto neo-imperialista: più in crisi però vanno i regimi occidentali rispetto a quelli orientali. Putin e tanto meno Xi Jinping paiono stabili al vertice del loro potere. Molto meno Netanyahu, tanto meno Trump.
Ma è relativamente presto per poter affermare che ci troviamo davanti ad una crisi verticale di questi sovranismi e nazionalismi esasperati. Hanno subito una battuta di arresto con il compromesso dei quattordici punti. Se poi questo troverà realizzazione concreta è ancora tutto da vedersi. Donald Trump per primo ci ha abituato ad una variabilità così veloce delle sue azioni e convinzioni da non permettere di avere una anche latissima certezza in merito. L’impressione è che l’Italia meloniana continui a navigare a vista e non abbia la più pallida idea di quale postura darsi. Certamente non quella antisovranista e antibellica della Spagna di Pedro Sánchez. Difficile pure che possa assumersi un ruolo di mediatrice come tentano di fare Francia e Germania. Le resta, quindi, una immaturità congenite in questo contesto di caos che ha poco del primordiale, perché si è già visto nel corso della Storia.
Ma è indubbio che il rivolgimento attuale rappresenti un cambio di fase che è stato, non senza qualche ragione, definito come una sorta di “rivoluzione mondiale“. Lo è di certo per un neoliberismo che prova nuovi agganci locali nella pluralità dei poli emergenti. Il contesto del Mediterraneo spinge il melonismo verso l’unico autoritarismo possibile, quello con caratteri di premierato ormai di lungo corso, di repressione del dissenso in un ambito di vicinanza occidentale: la Turchia. Ma se questo è il modello cui può guardare Giorgia Meloni, che vanta ottime relazioni con Ankara, i risvolti per l’Italia che subisce continuamente tutti gli effetti dell’economia di guerra, sono presagibili come nuovi, ennesimi restringimenti dei diritti: sociali, civili ed umani…
MARCO SFERINI
18 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















