Connect with us

Cronache

Fofi, l’inesauribile attrazione per i diversi e lontani mondi

Addio a Goffredo Fofi con questo bel ricordo di Emanuele Dattilo

Goffredo Fofi non amava che si parlasse di lui. Presentava ogni mese quattro o cinque libri in giro per l’Italia, ma diceva che non aveva mai presentato in pubblico un proprio libro, e che quella gli sembrava la iattura estrema, da cui si era sempre tenuto scaramanticamente lontano. Così, quando qualcuno gli chiedeva una dedica o un autografo sul frontespizio di un suo libro, Goffredo non lo dedicava e molto raramente firmava.

Preferiva disegnare – come sembra facesse Elsa Morante – due o tre grandi stelle, a cinque punte, magari con un pennarello colorato. Anni fa, un fisioterapista gli aveva prescritto un esercizio per la cervicale da fare ogni giorno davanti allo specchio: doveva torcere il collo a destra e a sinistra, e poi sopra e sotto, avanti e indietro, per alcuni minuti. Essere costretto a guardarsi in faccia per lunghi minuti, in bagno, facendo quelle smorfie: quella era secondo lui la vera tortura, molto peggio di vertigini e cervicali.

Eppure Fofi, tutti lo sanno, amava molto raccontare di sé. Dei suoi viaggi, degli incontri, delle sue amicizie. Tutto poteva diventare materia inesauribile dei suoi racconti: Gubbio, Parigi, Napoli, Palermo; ma anche Milano e Torino, e perfino – ma con disprezzo – Roma.

E non solo luoghi: il mondo contadino e il mondo industriale, Fritz Lang e la Mensa per i bambini proletari, le sue traduzioni del ciclo pornografico di Emmanuelle per un editore bordighista, la ranchera messicana, Faulkner, i fumetti.

Un suo libro scritto negli anni ’80 si intitolava Storie di treno. Quanto ha viaggiato Fofi? Quale regione gli era ignota? E quante storie conosceva, quanti i suoi amici fraterni, sparsi ovunque? Ma mi domando: parlava davvero di sé, in quelle storie? Credo di no. Goffredo era attratto dai mondi: dai molti diversi lontani mondi che ha saputo attraversare, mentre cresceva e si popolava quell’unico mondo povero di storie che tutti abitiamo.

Questa imprendibilità di Fofi, questo irrequieto rapporto con se stesso, credo che fosse una delle sue risorse più vitali e preziose. Lo si è rimproverato di poca coerenza, di avere predilezioni e antipatie troppo arbitrarie, di non avere un solido fondamento teorico per le sue critiche. Ma è chiaro: Fofi era mosso, anzitutto, da una propria irrefrenabile dionisiaca vitalità, per cui poteva contraddire o trasgredire se stesso e i propri editti papali, senza colpa. Fofi amava e odiava; imprecava e pregava; dava morsi e pugni e abbracci, spesso insieme; si commuoveva, cedeva ogni volta, si pentiva, si disilludeva. Era insieme Pinocchio e Geppetto.

Una specie di puer capriccioso, umorale e intelligentissimo, con una perfetta capacità di sintesi umoristica, con un profondo intuito sociologico. Nulla gli era più lontano del giudizio estetico, letterario.

Il suo eros mercuriale, insofferente, lo portava ogni volta al di là delle posizioni che poteva rivendicare nei gruppi o riviste che animava. Quelle posizioni, infatti, erano anzitutto prese di posizione. Dunque: inizio del movimento.

Questa mobilità inarrestabile credo sia una chiave per comprenderlo. A un certo punto le sue riviste furono invase dalle dure lettere polemiche di un tale Saverio Esposito: lo pseudonimo che utilizzava per scuotere le proprie stesse fondamenta.

Se doveva definire se stesso, Goffredo Fofi preferiva il suo antico nobile titolo di diploma: «maestro elementare». E Fofi sapeva bene che non conta tanto ciò che un maestro dice o insegna, ma importa soprattutto come è. Questa virtù apparentemente più inafferrabile è proprio ciò che viene trasmesso dal maestro all’allievo. E credo che proprio questo, come Goffredo generosamente era, chi l’ha conosciuto non può dimenticarlo.

EMANUELE DATTILO

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

Condividi, copia, stampa l'articolo

SOTTO LA LENTE

LEGGIBILITÀ

CHI SCRIVE








FACEBOOK

REFERENDUM

TELEGRAM

NAVIGA CON

LICENZA

ARCHIVIO