L’attacco statunitense al Venezuela e il rapimento del presidente Nicolas Maduro inducono ad una considerazione riguardante il rapporto di interazione tra struttura economica capitalistica e sovrastruttura politica: la questione dell'”interesse” particolare dei singoli Stati non è qualcosa di particolarmente esclusivo ma riguarda tutte le istituzioni organizzate. In pratica, tutti i poteri che, in maniera maggiore o minore, rispondono a precise linee di sviluppo e, quindi, sono guidati da classi sociali emergenti o pienamente consolidate.
La questione dell'”interesse“, quindi, è fondamentale ogni volta che si tenta di comprendere come mai determinati accadimenti siano andati in un verso piuttosto che in un altro. Come sinonimo di questo concetto si potrebbe adoperare – per utilizzare delle categorie che si rifanno all’interpretazione, all’analisi e allo studio marxiano della società e delle dinamiche politiche ed economiche ad essa relative – il termine “merce“. Sappiamo che nel sistema capitalistico praticamente ogni cosa è soggetta alla trasformazione in altro da ciò che naturalmente potrebbe essere.
Il solo “valore d’uso” delle cose non è l’unica caratteristica delle stesse: il “valore di scambio” è ciò che fa di un oggetto, di un bene, una merce e quindi un qualcosa che ha un suo proprio interesse, determinato dalle ore di lavoro che vi sono volute per poterlo realizzare. Dunque, le relazioni tra le persone, ergo tra i poteri e, quindi, tra gli Stati, sono rapporti di tipo economico sempre e comunque. Non si può pensare all’attacco statunitense contro il Venezuela in termini differenti se non nella commistione tra politica e affari, tra affari e politica.
Così come nessun’altra intromissione di uno Stato negli affari di un altro Stato ha altro scopo se non quello di accaparrarsi le sue risorse e, dunque, anche le sue potenzialità economiche e finanziarie. Il neoliberismo che abbiamo (sembra) imparato a conoscere, per quanto sia una evoluzione violenta del liberismo stesso (e dell’ormai dimenticato liberalismo di compromesso tra capitale e lavoro su un terreno di apparente tenuta delle democrazie), ha bisogno di uno Stato forte. Ma questa evidenza entra in clamoroso contrasto con quelle che sono state le teorizzazioni proprio sullo Stato da parte dei circoli iperliberisti degli ultimi trent’anni.
La propaganda supportata dalle tesi dei Chicago Boys diceva esattamente l’opposto: lo Stato avrebbe dovuto scomparire perché risultava più che altro un problema, un intralcio nei confronti della predominanza dell’economia privata. Tutto ciò che era pubblico, che aveva aiuti, interventi da parte delle istituzioni, nel nome dell’interesse generale, assumeva una fisionomia di avversarietà rispetto al controllo da parte capitalistica e finanziaria di una società in cui dovevano valere più i doveri dei diritti. Celebre, a questo proposito, una frase di Ronald Reagan, uno dei più conservatori e iperliberisti presidenti americani: «Il governo non è la soluzione… Il governo è il problema».
Se ne deduce che, non potendo eliminare il ruolo pubblico dello Stato, dovendo comunque gestire il sistema dei rapporti tra sovrastruttura istituzionale e struttura economica, i grandi capitalisti hanno preferito influenzare il cambiamento dei regimi al potere, democratici o autocratici che fossero. Così la funzione della rappresentanza è cambiata radicalmente nel giro di pochissimi decenni: dall’essere delega popolare per il miglioramento delle condizioni di tutte e di tutti, è divenuta una protesi, una estensione, una continuazione del ruolo del capitale.
Il rafforzamento capitalistico dello Stato è, se vogliamo, un deperimento dello Stato nel senso più classico del termine: non più la res publica, la una res tutta privata. Da soggetto che contrattava con la classe sociale dominante, il potere istituzionale è divenuto – come evidenzia David Harvey – un “agente attivo” dell’economia di mercato, del privato e del profitto. Seguendo questa chiave di lettura, supportata dall’analisi marxiana, pare sempre più oggettivo il fatto che vale il detto di alcuni economisti e analisti per cui “segui il denaro e troverai i motivi” dell’agire politico.
A questo proposito sono illuminanti le pagine scritte da Rosa Luxemburg proprio riguardo la diretta correlazione tra la sempre maggiore accumulazione capitalistica, la concentrazione quindi del capitale in mani sempre minori, e quella caratteristica non solo novecentesca, ma prevalentemente tale, di mettere in pratica un sistema imperialistico su cui si va velocemente incrementando il rapporto diretto tra centro di sviluppo del neoliberismo e periferie di un sistema che, via via, vengono inglobate e, quindi, assoggettate all’impero di turno. In questo caso, gli Stati Uniti d’America, pure in crisi nella fase multipolare (quindi dell’avanzata di altri centri di potente accumulazione e di rappresentazione politica della stessa), mordono ancora.
Interessante la domanda che Rosa Luxemburg si pone a proposito dell’espansione del capitale su scala globale: che cosa accade una volta che tutto il mondo è organizzato all’interno del capitalismo? Ossia: quando non vi è più un luogo geopolitico-economico da conquistare, cosa potrà ancora saccheggiare l’imperialismo? Chi potrà depredare per perpetuarsi e per assolvere al suo barbaro compito? Se terminerà proprio fisicamente lo spazio in cui realizzare l'”accumulazione primitiva” è logico chiedersi cosa avverrà in quella particolare fase di “sviluppo” del capitale. Forse la risposta è difficile da dare perché, ad oggi, assistiamo ad un rinnovamento dello sfruttamento della natura che non si è ancora andato esaurendo.
La domanda più giusta passa ormai dal piano geografico (tra centro e periferia, tra un paese e il resto del mondo) ad uno di tipo quantitativo: preso atto che non esiste un luogo del pianeta in cui il neoliberismo non abbia preso a dominare, seppure con gradi e livelli differenti da regione a regione, da continente a continente, la questione ora riguarda le potenzialità dello sfruttamento del suolo e dei mari. E proprio in riferimento al primo di questi sfruttamenti, la questione venezuelana importa tanto al governo trumpiano (ma non di meno importava agli altri governi precedenti) da mettere in essere un vero e proprio colpo di Stato con tanto di rapimento del presidente Maduro.
Trump non ha fatto finta di niente, pur mettendo avanti a tutto la storia del narcotraffico (che pure esiste ma sulla cui responsabilità del governo bolivariano non esistono rapporti di nessun tipo; anzi, parecchie sono le smentite anche da parte di uffici federali statunitensi), ed ha esplicitamente parlato di sfruttamento delle risorse petrolifere da parte degli States: «Preleveremo enormi quantità di petrolio e una parte andrà agli Stati Uniti come rimborso per i danni causati dall’amministrazione Maduro». Più esplicito di così…
Immanuel Wallerstein ha, insieme ad altri sociologi e studiosi anche marxisti, elaborato e sostenuto la teoria del “sistema-mondo” per quanto riguarda il capitalismo moderno: ogni singolo atto di uno Stato che persegue un proprio interesse interno è anche un atto che riguarda la globalità nel suo insieme e che, quindi, ha degli effetti planetari. Non si tratta soltanto di una questione di interdipendenza dei rapporti, dei regimi economici e delle società che ne sono interessate. Si tratta esattamente di una caratteristica del capitalismo stesso: è fatto e organizzato per essere globale, per spingere l’accumulazione primaria citata da Harvey verso tutte le latitudini e le longitudini del pianeta.
Scrive Wallerstein a proposito: «I sistemi non riescono mai ad eliminare i loro conflitti interni o ad evitare perfino che assumano forme violente. Questa comprensione è il maggior debito che abbiamo nei confronti del lavoro di Karl Marx». Nella costruzione dei privilegi di una classe sociale rispetto alle altre classi, lì sta l’inevitabile radicalizzazione dei processi maggiormente contraddittori della contraddizione per antonomasia: il capitale. Il rapimento di Maduro, per operare il “regime change” è l’atto estremo, al di fuori di qualunque diritto internazionale, di qualunque regola rispettata fino ad oggi, con cui la disperazione statunitense si fa manifesta.
L’emisfero americano deve, secondo la logica della necessità e dell'”interesse” statunitense, stare sotto l’egida esclusiva dell’impero di Washington. Le intromissioni russe e cinesi non sono contemplate nella nuova divisione delle sfere di influenza che si sta multipolaristicamente sostituendo a quella uscita dalla fine della Seconda guerra mondiale. Marx dimostra scientificamente che le contraddizioni capitalistiche sono contraddizioni che si riverberano sulla sfera politica e, nemmeno a dirlo, su quella sociale, civile e culturale.
Harvey pone l’accento, in merito, proprio sui meccanismi più che moderni su cui si stabiliscono le nuove fondamenta di un regime globale del capitale che agisce ponendo la produzione industriale al di sotto dei rapporti commerciali su vastissima scala e, quindi, anche al di sotto dell’importanza che viene ad avere il capitalismo da rendita finanziaria. Qui le teorizzazioni dei Chicago Boys si legano al programma di privatizzazioni a tutto spiano che un governo deve poter mettere in pratica: ne hanno dato clamorosissimi esempi ai lati opposti dell’Oceano Atlantico Margareth Tatcher sulla sponda europea e il già citato Ronald Reagan su quella americana.
Per sopravvivere politicamente, questi ambienti conservatori hanno bisogno di saldissimi legami con l’imprenditoria più spregiudicata: in questa cinica categoria si situano le sorelle del petrolio. Il governo Maduro, che era un ostacolo all’uniformarsi di una nuova America Latina nuovamente sotto il dominio diretto dello Zio Sam, viene così spazzato via con accuse pretestuose e si cerca ora il nuovo agente di Washington. Per ora non ancora all’Avana, bensì a Caracas. Apparentemente non c’è limite alla grandezza di questo capitalismo iperliberista che si espande, che rapina, che depreda, che non rispetta niente e nessuno.
Ma Marx ci ha lasciato, tra gli altri insegnamenti utili, quella dimostrazione che proprio questa enormità del sistema delle merci e dei profitti è forse il suo limite ultimo, quindi quello più dirimente e importante: la traiettoria della crescita dell’accumulazione non può essere infinita, semplicemente perché le risorse del pianeta non lo sono. Quindi nella sua forma attuale il capitalismo è destinato a contorcersi su sé stesso e dovrà cercare delle vie di uscita parziali da un crollo verticale che magari non è imminente ma che non è nemmeno così diluibile in tempi molto, molto lontani.
Il dramma riguarda miliardi di persone che staranno sempre peggio. Noi compresi, si intende. Ed è per questo che l’anticapitalismo è una questione, prima di ogni altra cosa, di sopravvivenza di tutte e tutti. Non solo della nostra specie: se vogliamo davvero scrollarci da addosso, una volta per tutte, questo sistema omicida e criminale (perché uccide ogni giorno e sparge terrore dove lo fa, pur facendosi chiamare “Stato“, “democrazia“, ecc.), non possiamo pensare soltanto alla fine dello sfruttamento dell’essere umano sugli altri esseri umani. La fine di ogni sfruttamento è la vera fine della logica proprietaria (antropocentrica) del capitale che viene da molto più lontano nella Storia nostra.
Ogni essere vivente, e la natura nel suo complesso, devono cessare di essere “nostri“. Dobbiamo metterci al servizio di un mondo che può trarre dalla nostra intelligenza il meglio e non, invece, quello che fino ad ora ha prevalentemente conosciuto…
MARCO SFERINI
4 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














