Mondo lavoro
Ex Ilva, Urso nel caos. Cassa integrazione, mancano le coperture
Salta il tavolo al ministero del Lavoro: inaccettabile la cig sotto il 70 percento. I sindacati pronti a riprendere le mobilitazioni
Il governo non sa come uscire dalla questione ex Ilva, ma nel frattempo prova ancora una volta a scaricare i costi dell’inazione sui lavoratori. Il ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, temporeggia con ricorsi su ricorsi al Tar. Stavolta ha annunciato che i commissari di Adi (Acciaierie d’Italia) si rivolgeranno ai magistrati contro l’ordinanza con cui il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha disposto la sospensione dell’esercizio della centrale termoelettrica dell’ex Ilva. «Mi auguro che i giudici diano loro ragione, così da evitare la chiusura dello stabilimento che è quello che vogliono scongiurare i lavoratori degli impianti e quelli dell’indotto» ha detto Urso a margine del convegno organizzato da Confindustria alla Camera dei deputati.
Il riferimento alla volontà dei metalmeccanici appare però strumentale davanti alla richiesta del governo di portare l’integrazione salariale al di sotto del 70% della retribuzione, cosa che ha fatto saltare l’ennesimo tavolo convocato ieri al ministero del Lavoro. La richiesta di cassa integrazione avanzata a febbraio dai commissari Adi in as (amministrazione straordinaria) prevedeva l’estensione della cig per un massimo di 4.450 lavoratori in tutti i siti del gruppo, con decorrenza dal primo marzo 2026 per 12 mesi. Di questi, 3.803 solo nello stabilimento di Taranto (2.559 operai, 801 quadri, 403 intermedi). Il resto è distribuito tra Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera, Milano, Paderno Dugnano e Legnaro. Dopo quattro ore di confronto acceso il tavolo è stato riconvocato per il 22 aprile. Per i sindacati la nuova cassa integrazione è inaccettabile: «Si mortifica ancora la dignità dei lavoratori».
«L’integrazione all’ammortizzatore in scadenza il 28 febbraio era stata messa per decreto, certi del fatto che Ilva sarebbe stata ceduta – ha spiegato il segretario generale della Fim Cisl, Valerio D’Alò – Non avevamo grandi speranze sulla trattativa ma non potevamo aspettarci di dover andare via con una mancata integrazione sotto il 70%: non si può pensare di avere due società, Ilva in as e Adi in as, in cui gli ammortizzatori sociali creano disparità». Una «posizione netta», come dice Guglielmo Gambardella, responsabile del settore siderurgico della Uilm, necessaria perché «bisognava almeno garantire l’integrazione, dare almeno un sollievo a chi subisce la cassa».
Anche per l’Usb senza le «garanzie che può dare solo Palazzo Chigi» non è possibile un confronto. Il governo «deve decidere cosa vuole fare dell’azienda e dei lavoratori perché così non si va avanti – incalza Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom Cgil – se questa è la posizione finale dell’azienda e del governo per noi si interrompono tutte le relazioni e si riprendono le mobilitazioni».
La situazione, soprattutto a Taranto, continua a peggiorare. Dall’inizio dell’anno sono morti due operai, Claudio Salamida e Loris Costantino, entrambi caduti nel vuoto per il cedimento delle grate. Due giorni fa un altro incidente: un dipendente del siderurgico si è ribaltato con il muletto in area Afo4. Per i sindacati «l’episodio rappresenta un evento di estrema gravità che necessita di un immediato approfondimento, ogni giorno si vive con la paura, impossibile lavorare in tranquillità».
Il sindaco della città pugliese ha anche emanato un’ordinanza per fermare la centrale elettrica che alimenta gli impianti dello stabilimento siderurgico per 30 giorni. Bitetti contesta all’azienda di essere ancora «inadempiente in merito alla presentazione del piano di riduzione delle emissioni» in nome del «principio di precauzione ambientale». Cosa che ha fatto infuriare il ministro: «Un pessimo segnale» agli occhi dei potenziali investitori interessati all’acquisto dell’acciaieria, ha detto Urso appresa la notizia. Alcuni emissari della Jindal, la multinazionale che, come il fondo speculativo statunitense Flacks, ha manifestato la volontà di acquisire gli impianti (dopo averci già provato nel 2017) nei giorni scorsi sono stati a Taranto per un incontrare le istituzioni locali.
Dal punto di vista sindacale, però, non è il privato la soluzione, anche perché dovrebbe compensare decenni di investimenti mancati e perché non è ancora del tutto esclusa la frammentazione dei siti. L’unica via d’uscita, insistono Fiom, Uilm e Fim, è la statalizzazione.
LUCIANA CIMINO
foto: screenshot ed elaborazione propria


















