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Marco Sferini

Elezioni regionali, battere le destre votando reponsabilmente

Probabilmente non sarà sufficiente, ma può trattarsi comunque di un primo passo. Le elezioni regionali in Veneto, Puglia e Campania sono un altro tassello che si aggiunge ad una rielaborazione della politica attuale che, per quanto possa sembrare statica nel suo riproporre coalizioni più o meno quasi sempre uguali, accompagnate da un pulviscolo di piccoli partiti che vi gravitano attorno, subisce delle oscillazioni non trascurabili e, dunque, non sottovalutabili nell’economia complessiva della tenuta democratica dell’Italia d’era meloniana.

Non trascorre giorno in cui il governo delle destre non porti un attacco a quelli che sono i cardini fondamentali del regime repubblicano. Il disegno si va sempre più nitidizzando e mostra l’intenzione di andare al di là dei principi di rispetto dell’equipollenza dei poteri dello Stato, della centralità del Parlamento nella formazione delle leggi, dell’indipendenza della Magistratura, della terzietà della Presidenza della Repubblica. Per Giorgia Meloni e i suoi ministri esiste, se non soltanto, certamente in modo prevalente l’azione di governo.

La maggioranza è granitica al momento del voto ma, nell’intermezzo tra due tornate elettorali, mostra una dialettica tutt’altro che ordinaria amministrazione tra le forze politiche che la compongono: un certo nervosismo serpeggia dalle parti della Lega per i magri risultati elettorali ottenuti proprio alle amministrative regionali fino a qui svoltesi, con la evidente speranza di vincere almeno la partita del Veneto e, in particolare, di non farsi superare da Fratelli d’Italia nell’ambito della coalizione.

Il giro di concessioni sull’autonomia differenziata, regione per regione, dovrebbe servire ad ingraziarsi un elettorato che, più del federalismo, ha a cuore un trattenimento delle risorse in loco e, quindi, con una certa disperata avidità abbraccia l’idea della fine della solidarietà nazionale. Conta dove si vive e non come si vive nel complesso. La celebrazione del localistico egoismo nordista non è mai del tutto venuta meno nell’elettorato di riferimento della Lega che, tuttavia, ha conosciuto molti mutamenti nel corso della parabola altalenante del Carroccio.

Ma, in fin dei conti, per quanto litigiosa possa essere la compagine governativa al suo interno, nel momento in cui si dispone a fronteggiare il timido tentativo di compattamento delle opposizioni, riscopre l’armonia delle relazioni e il fronte unito e comune per non perdere una posizione che sia una e che sia, ovviamente, puntello di sostegno all’azione più generale dell’esecutivo. Il patto siglato è: tanto avanza l’autonomia differenziata, tanto avanza il premierato, così da sovvertire assolutamente la conformazione della Repubblica democratica e parlamentare.

Chi non coglie il pericolo che tutto questo rappresenta oggi per l’Italia, incappa in una pericolosa sottovalutazione, in una visione del tutto miope tanto dei rapporti di forza esistenti quanto di quelli che si potranno generare da un rafforzamento ulteriore della compagine governativa nel suo rapporto tra centro e territori, nella diminuzione sempre più progressiva di una rete di diritti che sono già stati ampiamente decurtati e che proditoriamente sono stati prima smussati, poi tagliati e infine esibiti come retaggi di un passato assistenziale di cui nessuno aveva più bisogno.

Dalla stagione delle privatizzazioni a tutto spiano, nel passaggio dalla prima alla seconda fase della vita della Repubblica, si sta passando ad uno spezzettamento delle funzioni dello Stato, ad un decentramento pernicioso che, per quanto non rientri nei cosiddetti Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), concernono funzioni di dirigenza e di decisione su materie ed ambiti che sono essenziali nella vita di tutte e tutti noi, ogni giorno: si va dalla Protezione civile all’amministrazione delle professioni (albi professionali, relativo esame, compensi richiesti), dalla previdenza complementare e integrativa al coordinamento della finanza pubblica in ambito sanitario.

Si comincia ad alzare l’asticella della pseudo-riforma calderoliana che separa il Paese tra regioni più virtuose e ricche e regioni meno virtuose e decisamente povere. Se questa concezione di particolarismo interessato va avanti, ha bisogno, secondo il pensamento delle destre, di una compensazione a livello centrale e nazionale: il premierato. Una aberrazione, un tentativo di unificare funzioni oggi separate, di rendere più eminente la figura del Presidente del Consiglio rispetto a quella del Presidente della Repubblica. Il primo eletto direttamente dai cittadini, il secondo dal Parlamento.

Se si fa corrispondere, ipocritamente, questa delega popolare ad una approvazione del programma di governo, magari con una apposita legge elettorale, che unifichi il tentativo di abituare l’elettorato al “capo della coalizione” da dichiarare al momento del voto, quindi una esplicito passaggio dalla funzione delle idee e delle proposte a quella della leaderizzazione a tutto tondo, il gioco sarà in pratica fatto. E non somiglierà nemmeno – come qualcuno si affanna a proclamare – ad un cancellierato alla tedesca, perché cui il ruolo di garanzia del “Bundespräsident der Bundesrepublik Deutschland” (in pratica il “Presidente federale della Repubblica federale di Germania“) è e rimane simile a quello del Quirinale.

Per questo, non somigliando a nessuno dei ruoli di governo contemplati nelle costituzioni di mezzo (e più) mondo, si dice che il premierato meloniano è un unicum nel suo genere. Si parla spesso di “voglia dei poteri forti” da parte dell’attuale maggioranza, di sogno di poter possedere il potere e non solamente gestirlo, amministrarlo da parte della compagine conservatrice erede del missinismo neofascista, del liberismo berlusconiano e del leghismo sempre meno d’antan. Questa è una affermazione che può indurre nell’equivoco, perché mai e poi mai la risposta sarà affermativa da parte di Giorgia Meloni o dei suoi corifei.

Pare evidente che la formula migliore per fare accettare un sempre maggiore potere del governo rispetto agli altri poteri dello Stato, è il mantenimento formale della democrazia repubblicana, di un rispetto del Parlamento che è però svuotato del suo ruolo di proponente delle leggi, della Magistratura che viene riformata in senso poliziesco, mettendo il Pubblico Ministero alle dipendenze dell’esecutivo e depotenziando l’autonomia e l’indipendenza del ruolo dei giudici; e ancora, redarguendo tutti gli organi di garanzia che sono preposti al controllo delle azioni del governo stesso: a partire dalla Corte dei Conti.

Par arrivare alla Presidenza della Repubblica che è stata fatta oggetto di un attacco inaudito, mai visto negli ultimi decenni, nemmeno durante l’era berlusconiana, in cui pure tanti sono stati gli attriti tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Il carattere eversivo di questa maggioranza di governo deve essere chiaro, altrimenti ci raccontiamo costantemente la favola che è legittimo ciò che viene fatto solamente perché esiste una volontà popolare che ha deciso in tal senso. Non è così. Perché proprio la volontà popolare è la prima a non essere rispettata nel momento in cui l’opposizione viene trattata come un accidente e non come una parte importante che ha un consenso altrettanto tale.

L’interpretazione istituzionale della delega popolare data delle destre non è quella del mandato a tempo determinato, ma l’investitura, la consacrazione, l’acquisizione del potere per il mantenimento del potere medesimo. C’è un retropensiero molto antico in tutto questo, che ha riguardato i peggiori regimi autoritari del Novecento e che, solamente perché oggi è temporalmente lontano da noi, non è affatto detto che si possa ripresentare in altri modi e in altre forme. Vi sembra davvero poco il fatto che questo governo si ponga al di sopra degli altri poteri dello Stato, della altre istituzioni repubblicane e pretenda di non essere giudicato nelle sue azioni?

Non possiamo dare per scontata la democrazia. Non quando questa viene utilizzata per oltrepassarla, per farne altro rispetto a ciò che era stato pensato nel 1946 dalla Costituente e che si è sintetizzato poi nella Carta del 1948. Al mutamento istituzionale in chiave autocratica ed autoritaria corrisponde un sempre maggiore fastidio per le critiche di ogni tipo: dalla stampa alle televisioni, dal giornalismo di inchiesta ai convegni pubblici, dalle manifestazioni di piazza alle organizzazioni degli scioperi in difesa dei diritti del mondo del lavoro e del non-lavoro.

Dunque, ritornando alla passaggio elettorale regionale dei prossimi due giorni, si impone il dover prendere atto di un bilancio dei primi tre anni di governo Meloni di questo paese che hanno avuto ricadute pesanti sui territori in quanto a tagli dei comparti essenziali per le tutele e le garanzie in materia di salute, istruzione, infrastrutture, reti sociali, diritti civili, rapporti economici, assistenze di vario tipo, tutele dell’ambiente e delle specificità dei singoli ambiti regionali e provinciali. L’inversione di tendenza è possibile, e va iniziata ogni volta che ne sussiste l’occasione per cementare un patto nuovo, un fronte politico e sociale che si ponga come alternativo in tutto e per tutto alle destra.

Un progetto di capovolgimento radicale di quello che è stato fatto fino ad ora: prima con le politiche liberiste anche dei governi di centrosinistra, poi con quelle dei governi di destra, tecnici e di destra-destra per ultimi. In Veneto, in Puglia ed in Campania bisogna sostenere la concreta possibilità di battere questi eversori conservatori e, al contempo, dare forza alle liste che portano avanti una alternativa di società fin dentro le più piccole realtà del nostro quotidiano: dai quartieri alle città con la prospettiva di allargare questo spettro innovativo all’intero panorama nazionale. Per quanto il voto disgiunto non sia particolarmente apprezzabile, va utilizzato in questo frangente.

Va utilizzato là dove sembrano inconciliabili la lotta per battere le coalizioni di destra e quella per sostenere le forze della sinistra di alternativa in un percorso di unità delle forze progressiste e democratiche verso una nuova idea delle cento città del Paese, di una nuova Italia rifondata sul sociale, sulla solidarietà di classe, civica e civile, per una cultura della condivisione e non della semplice “inclusione” (troppo spesso scambiata per un concetto positivo, al pari della “tolleranza“…). Chi vive e vota nelle regioni appena citate, faccia questo sforzo: votare per il candidato presidente del campo largo e votare per le liste che rappresentano l’alternativa di sinistra.

Due voti che esprimono la volontà di salvare l’Italia dalla torsione autoritaria che non merita e innestare la marcia per un cammino più agile verso un programma veramente alternativo all’attuale compagine di governo: per difendere chi è sfruttato, per tassare chi è straricco, per proteggere ogni singola comunità locale in un interesse solidale nazionale, mettendo da parte l’odioso particolarismo egoistico dell’autonomia differenziata, seria minaccia, tanto quanto la riforma della Giustizia, tanto quanto il premierato, alla tenuta di una libertà e di una democrazia italiana che non possono essere solo formalmente rispettate.

MARCO SFERINI

22 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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