Comunismo e comunisti
Due o tre cose che so di Karl Marx
INTRODUZIONE
Il marxismo è un mondo a sé, come la psicoanalisi, conchiuso in se stesso e talmente importante da diventare materia autonoma di studio e universitaria.
Nel lungo arco di studi post lauream, prima si diventa “marxologi/marxisti teorici” (nel mio caso dopo la laurea in filosofia, l’iper specializzazione presso il prestigioso, internazionale e very expensive Centro Studi Marxisti dell’Università Gregoriana – 20 esami su Marx, la storia della filosofia marxista, la storia degli stati socialisti e tutta la sistematica marxista, con obbligo della conoscenza di greco, latino ed una lingua tra il tedesco e il russo. Con il crollo dell’URSS, il Centro si trasformò in una delle migliori biblioteche specializzate d’Europa; fui il penultimo studente a finire i corsi.
L’ulteriore PH.D. tra Italia e Russia conclusero il periodo di introduzione accademica alla materia). Poi si diventa “sovietologi” per ragioni di importanza e vicinanza geografica all’ex URSS nella quale ho vissuto, studiato ed insegnato per qualche anno a Leningrado da professore residente. Ma sostanzialmente sono (stato) uno specialista, ora in quiescenza, del marxismo orientale, massimamente per il periodo comunista cambogiano e per il tempo che va da La Campagna dei Cento Fiori alla fine della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese. (1956/1976)
Nel luglio 2005 la rete radiofonica della BBC al canale 4 promosse un’iniziativa davvero singolare. Si chiedeva agli ascoltatori di indicare il più grande filosofo della storia fra una lista di 20 autori. L’esito finale del sondaggio, proseguito per alcune settimane e con alcuni significativi riflessi mediatici, apparve per molti aspetti sorprendente. In questa insolita classifica risultò largamente vincitore Karl Marx con il 27,93%, seguito a notevole distanza da David Hume col 12.67%.
Stupisce, e per certi versi allarma, il fatto che un settimanale austero e prestigioso quale l’Economist, nelle ultime settimane del sondaggio, abbia svolto una campagna fra i suoi lettori affinché fosse votato Hume, al solo scopo dichiarato di evitare l’incoronazione di Marx, segno evidente della persistenza di paure e pregiudizi tutt’altro che superati.
La scomparsa dell’Unione Sovietica e la trasformazione in senso capitalistico della Cina ci permettono di rivolgere a Marx uno sguardo più libero e di accostarci a lui come a un grande classico che per alcuni versi ha perso di attualità, ma per altri resta una figura di estremo interesse: per i suoi scritti ma anche per una vita dedicata integralmente a un’ideale che gli costò un prezzo altissimo sotto il profilo umano, mentre il suo enorme talento gli avrebbe facilmente consentito di affermarsi negli studi e nelle università e di trascorrere un’esistenza tranquilla e agiata.
La sua analisi anticipa con estrema lucidità il fenomeno più rilevante della nostra epoca, cioè la globalizzazione delle attività produttive, degli scambi, dell’immaginario collettivo, anche se le appartenenze etniche e le tradizioni spirituali mantengono una presa ben maggiore di quanto egli avesse ipotizzato e i proletari di tutti i paesi sono ben lungi dall’unirsi, anzi appaiono profondamente divisi. Una sfasatura che rappresenta una sfida per tutti coloro che intendono studiare il nostro tempo non applicando formule prefabbricate.
Tale sfida è tanto più difficile in quanto il sistema economico dominante, definibile ancora come capitalista, anche se radicalmente mutato rispetto al diciannovesimo secolo, si è dimostrato ben più vitale, resistente e flessibile di quanto Marx immaginasse, ma anche ben più instabile, incontrollabile e distruttivo (specie sotto il profilo ambientale) di come è stato presentato dai suoi fautori.
L’idea che lo si possa regolare, addomesticare, funziona sempre di meno perché il capitalismo assomiglia più a un feroce e insaziabile carnivoro che a un mite animale da pascolo. I poteri finanziari sembrano ormai prevalere sulle autorità politiche di origine elettiva e per reazione dilagano le suggestioni populiste, protezioniste, xenofobe, tendenzialmente autoritarie. Forse la visione marxiana peccava di catastrofismo ma certo molti problemi indicati dal filosofo di Treviri restano aperti. Soprattutto rimane irrisolta la questione sociale al centro delle riflessioni di Marx.
In fondo la sua opera è stata il tentativo audace di dare una risposta con gli strumenti più sofisticati della filosofia e della scienza economica all’eterna aspirazione all’eguaglianza che in precedenza si manifestava soprattutto nella forma di messianismo religioso. L’idea che tutti gli uomini debbano godere degli stessi diritti, in primis economici, ben radicata nella nostra civiltà, continua a essere smentita dai fatti nel mondo intero.
Finché questa contraddizione tormenterà come una ferita sanguinante la coscienza umana, la voce indignata di Marx non cesserà di interrogarci.
LEZIONE ZERO
Tra le varie definizioni della filosofia ci potrebbe essere quella di una disciplina delle domande esatte. Le risposte, al contrario, sono sempre molteplici e molte volte opposte. Prendiamo la complessa vicenda che riguarda il controverso rapporto tra scritti editi e scritti soppressi dall’autore che potrebbe sembrare interessante solo per i filologi o lo studioso accademico di Marx. Come valutarli nella costruzione a posteriori della dottrina marxista? La domanda ha una valenza enorme per un autore come Marx.
Sia detto che Marx diffida apertamente di ogni tentativo di trasformare il suo pensiero in dottrina in quanto è l’esercizio concreto della “critica spietata di tutto ciò che esiste” in cui si riassume il suo contributo intellettuale. L’opera marxiana più rilevante è il primo libro del Capitale vale a dire l’unico dei quattro libri che sia stato pubblicato vivente Marx, da lui finalizzato in modo esplicito alla stampa, mentre il secondo e il terzo libro vedranno la luce postumi a cura di Engels nel 1885 e nel 1894, e il quarto, le Teorie sul Plusvalore, uscirà a cura di Kautsky tra il 1905 e il 1910.
I Manoscritti Economico Filosofici del 1844 e l’Ideologia Tedesca che risale al 1865, di norma considerati rilevanti per la delineazione della filosofia marxiana, vennero pubblicati solo nel 1932, condividendo perciò il destino di altri scritti coevi o successivi come le Tesi su Feuerbach scritte nel 1845 e pubblicate nel 1888, 5 anni dopo la morte dell’autore. I 7 voluminosi quaderni inediti più noti come Grundrisse, redatti nel biennio 1857/1958, verranno pubblicati dall’Istituto per il Marxismo Leninismo dell’Unione Sovietica fra il 1939 e il 1941.
Eppure a dispetto di una volontà di soppressione apertamente dichiarata dall’autore, il testo marxiano in assoluto più letto e commentato è l’Introduzione del 1857, pubblicata come testo autonomo nel 1903, a Per la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859.
Ciò che tradizionalmente è considerato il pensiero filosofico di Marx, – il Materialismo Storico -, soprattutto, ma anche altri temi rilevanti quali la concezione della storia come storia di lotta di classe, la visione deterministica dell’evoluzione del capitalismo e dunque della sua inesorabile dissoluzione, la riduzione delle formazioni teoriche a semplici sovrastrutture, sono esposti in testi inediti, a carattere precario e non destinati alla stampa. Questi testi vengono poi recuperati, pubblicati e tradotti in molte lingue nel corso del ‘900 e adoperati come strumenti di battaglia ideologica da parte di personaggi o istituzioni riconducibili al movimento operaio organizzato.
Un discorso analogo può essere fatto anche in rapporto al termine Comunismo. Si deve osservare infatti che questo riferimento è sostanzialmente assente nel primo libro del Capitale mentre ne troviamo traccia fin dal titolo nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, come ripresa di quanto scritto nei Manoscritti del 1844 e nell’Ideologia Tedesca. (Difficilmente lo scritto del 1848, in quanto testo redatto su commissione dalla Lega dei Comunisti, destinato a una specifica scadenza politica e per giunta pubblicato anonimo, può essere posto sullo stesso piano di opere non legate a contingenze particolari.).
A ciò si aggiunga un punto ancora più importante. Non solo nel Manifesto, ma anche negli altri scritti degli anni ‘40 soppressi, col termine Comunismo non viene indicato un regime politico determinato, una forma politica in sé compiuta contrapposta per esempio alla democrazia borghese. Non si tratta infatti di vagheggiare il Comunismo come approdo finale di un processo di trasformazione politica.
Al contrario, “il Comunismo è un movimento”, come scrivono i due amici, “il Comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un’ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo Comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Il Comunismo non sarebbe dunque il problematico punto di arrivo di un processo storico di trasformazione, nel quale trovare la piena realizzazione delle proprie attese, ma è una dinamica storica, un processo che non conduce alla fine della storia ma che caratterizza piuttosto una fase determinata dello sviluppo del sistema capitalistico.
CONTESTO STORICO
La Gran Bretagna della prima metà dell’‘800 è teatro di quella grande trasformazione che cercò di realizzare l’utopia di un mercato capace di autoregolazione, purché liberato da qualsiasi briglia. E’ il periodo in cui lo stato abolisce ogni forma di protezione dei lavoratori, comprese le norme che imponevano di pagare salari in grado di comprare almeno il pane.
Marx elaborò e mise in circolo le sue analisi e il suo messaggio politico proprio mentre la rivoluzione industriale stava trasformando le società europee più avanzate e le sofferenze indotte dall’industrializzazione erano più sentite: ne è testimonianza il grande libro del suo amico e protettore Engels, in La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato in Germania nel 1845. Marx è un uomo del proprio tempo.
METODO MARXIANO
Sappiamo che la conoscenza storica sociale non può contare su uno statuto scientifico forte ma tutti i passi fatti in quella direzione diminuiscono l’indice ideologico del processo conoscitivo. E’ fondamentale sul piano del metodo la “fusione di natura chimica tra economia e storia”. L’indicazione di Marx va nella direzione della costruzione di una teoria pregna di storia e di una storia pregna di teoria in cui il processo di concretizzazione risulta da uno slittamento progressivo delle categorie filosofiche in categorie economiche e poi soprattutto nella lettura di quest’ultime come espressione di rapporti sociali.
Allo stesso tempo il presente non viene considerato come una dimensione esterna alla storia. Solo lo studio minuzioso del “presente come storia” permette la conoscenza del ventaglio di possibilità che ragionevolmente ci si può attendere dalle logiche dei processi in atto.
ELEMENTI TEORICI
Marx non ha alcuna intenzione di circoscrivere il proprio lavoro scientifico a un ambito specifico, di fondare l’autonomia o la priorità di una disciplina rispetto alle altre, come nel caso di Adam Smith o David Ricardo per l’economia, o August Comte e Herbert Spencer per la sociologia.
Ha l’ambizioso progetto di costruire una spiegazione generale del funzionamento della società capitalista e delle sue trasformazioni, al cui cuore sta il nesso fondamentale tra la dimensione economica e sociologica, nel senso che l’economia politica costituisce l’anatomia della società civile, una teoria del sistema sociale a un livello di astrazione pari a quelle delle pur diversissime teorie struttural-funzionaliste di Talcott Parsons o Claude Levi-Strauss.
Si tratta di un modello insieme statico e dinamico, in cui tutti gli elementi costitutivi sono interconnessi e il cambiamento è causato dalle contraddizioni endogene. A livello di maggior astrazione è una teoria relativamente semplice, completa e chiusa, il cui determinismo è temperato dal metodo dialettico che viene complicato mediante analisi storicamente determinate, basate su un vastissimo materiale empirico di aspetti specifici. Il nucleo centrale è la concezione materialistica della storia, (così ostica agli studenti).
Si tratta di leggi generali con un ben definito nucleo causale: il complesso dei rapporti sociali dipende in ogni epoca storica, e in misura più evidente e completa nel capitalismo, dal modo di produzione dominante, e conseguentemente di distribuzione, e la causa del cambiamento sociale è il rapporto dialettico che si instaura tra base reale o struttura e la sovrastruttura. La prima è formata dalle forze produttive ovvero macchine, forza lavoro, denaro, conoscenze tecnico scientifiche e i corrispondenti rapporti di classe che si esprimono nelle forme giuridiche della proprietà e del potere di disporre dei mezzi di produzione stessi.
La seconda è costituita dal complesso dei rapporti politici, legali, culturali e religiosi: il regno delle ideologie. Le interpretazioni del mondo elaborate fino ad ora non sarebbero altro che mascheramenti e “sublimazioni” della realtà manipolata simbolicamente al fine di renderla accettabile, stabilizzando i rapporti di produzione e svolgendo un’essenziale funzione giustificativa del dominio di classe; il loro contenuto specifico non sarebbe molto rilevante: si tratterebbe sempre e comunque di un “oppio per il popolo” con un destino segnato in quanto il mondo delle idee andrà a riallinearsi con il mondo materiale, finalmente spoglio di contraddizioni.
La storia dell’umanità è scandita dalla successione dei modi di produzione e dalla lotta di classe, nata dalla divisione del lavoro tra proprietari e non proprietari e procede verso la ricostituzione dell’unità originaria attraverso le contraddizioni tra forze produttive, rapporti di classe e sovrastrutture che non sono aspetti separati della realtà sociale, ma componenti di una totalità conflittuale.
La borghesia ha svolto un ruolo rivoluzionario nel distruggere i vecchi rapporti sociali che frenavano la rivoluzione industriale (ruolo magistralmente descritto da Marx e Engels nel Manifesto del Partito Comunista) ma a un certo punto si trasforma in principale ostacolo allo sviluppo delle forze produttive del capitalismo, che è segnato da crisi economiche sempre più gravi, provocate dalla diminuzione del tasso di profitto, dalla caduta della domanda e connessa sovrapproduzione, dall’impoverimento crescente di massa, da concorrenza anarchica e concentrazione del capitale.
Il capitalismo è così maturo per essere rovesciato e sostituito da un modo di produzione in cui i nuovi rapporti sociali siano più in sintonia con le forze produttive.
Fu merito di Marx aver svelato l’arcano del capitale, il modo perfettamente legale, e però ben nascosto, con il quale gli imprenditori capitalisti si appropriano del sovrappiù prodotto dai lavoratori: nei precedenti rapporti di produzione le modalità non trasparenti discendevano in modo immediato dall’uso della forza o della consuetudine e da concezioni politiche e religiose che le giustificavano.
Violenze e predominio politico furono indispensabili anche nell’avvio del capitalismo in Inghilterra. Ma quando il capitalismo si è consolidato in un ordinamento che adotta principi giuridici liberali – quelli che le rivoluzioni dei secoli XVII e XVIII avevano reso prevalenti in Occidente e i grandi filosofi politici dell’epoca, da John Locke a Immanuel Kant avevano definito -, dove risiede lo sfruttamento, l’estorsione di una parte del prodotto dei lavoratori da parte dei capitalisti? Si nasconde negli stessi rapporti di mercato dove regnano soltanto “libertà, eguaglianza, proprietà e Bentham”.
Libertà perché il lavoratore è formalmente libero di accettare o rifiutare il salario di mercato; eguaglianza perché sul mercato si scambiano valori equivalenti, salario contro forza lavoro; proprietà perché come il salariato è il proprietario della sua forza lavoro, così il capitalista è il proprietario dei mezzi di produzione con i quali lo impiega e resta proprietario del prodotto finale; Jeremy Bentham, il filosofo dell’utilitarismo, perché l’unico potere che li mette in rapporto è quello del proprio utile, dei loro interessi privati.
Ma il salario, il tempo di lavoro incorporato nelle merci necessarie al lavoratore per sopravvivere e riprodursi, è inferiore a quello incorporato nelle merci che il lavoratore produce. Questa è l’origine del profitto, lavoro pagato sì al suo valore, valore che però è inferiore a quello delle merci che il lavoratore ha prodotto.
In definitiva nel capitalismo i lavoratori sono come merci, costretti a vendere le proprie braccia ai capitalisti. Del plusvalore si appropriano interamente i datori del lavoro. Alienazione e sfruttamento stanno alla base di una struttura fortemente diseguale ed oppressiva.
Nella fase socialista, i mezzi di produzione saranno “socializzati”. Ciascun lavoratore ottiene dal fondo comune una quantità di risorse che corrisponde esattamente al suo contributo lavorativo. Questo principio di equivalenza è già un notevole avanzamento rispetto alla società dello sfruttamento capitalista. Tuttavia osserva Marx non tutti hanno le stesse doti: distribuire a ciascuno in proporzione al suo contributo dà ancora luogo alle diseguaglianze in quanto favorisce chi è avvantaggiato da differenze naturali.
Nella società comunista, pertanto, ciascuno contribuirà secondo le proprie abilità ma riceverà secondo i suoi bisogni. Si potrebbe dire che Marx abbia posto le fondamenta di una originale concezione della giustizia distributiva
La categoria fondamentale marxiana, il Capitale, non significa un fondo di ricchezza ma il rapporto tra classi. Il concetto di classe è dedotto dalle categorie economiche del valore lavoro, plus valore, profitto e salario e la condizione degli individui nella società è determinata dalla loro posizione nel processo produttivo ma non si esaurisce in essa. Nel capitalismo dei tempi di Marx, i salariati sono oggettivamente una classe e tendono a comportarsi in modo simile in virtù dell’omogeneità della loro condizione.
Restano non di meno soggetti passivi del divenire storico, incapaci di determinare il proprio destino; un aggregato di individui, non una collettività, se non si trasformano da “classe in sé” a “classe per sé”, acquisendo una coscienza di classe che consiste nella consapevolezza della propria collocazione nella struttura produttiva e ancor più delle contraddizioni del capitalismo e del rapporto antagonistico tra le classi.
Ma questa presa di coscienza postula un rapporto tra teoria e prassi, tra analisi del sociale ed esperienza politica e a sua volta la prassi politica rivoluzionaria richiede l’organizzazione di un partito per attuare le potenzialità della lotta di classe.
Gli attori possono non essere pienamente consapevoli del ruolo da essi giocato, ma questo è sempre comunque necessariamente determinato dalla struttura e costantemente all’opera. In altre parole ci sarebbe una sorta di “astuzia delle condizioni materiali”, che come “l’astuzia della ragione” di Hegel, tiene in pugno i comportamenti incanalandosi nella direzione storicamente corretta.
La chiave per spiegare il successo e la diffusione del socialismo marxista va cercata proprio nell’inscindibile connessione tra teoria e pratica che ha permesso agli epigoni di Marx di continuare a sviluppare, sulla base delle mutevoli interpretazioni delle fasi storiche, l’intreccio dialettico senza dover mai porre il problema della verifica della falsificazione del modello. In questo senso la teoria marxiana, invitando ad attrezzarsi, politicamente e socialmente, in funzione di un cambiamento epocale di cui non si fornivano connotati e modalità ma si predicava l’inevitabilità, si rivelò estremamente malleabile.
Non a caso l’incontro decisivo del marxismo con la storia doveva avvenire nel modo e nel luogo meno attesi, in un contesto di profonda arretratezza politica e sociale come quello della Russia zarista debilitata dalla guerra. La rivoluzione russa del 1917 rappresentò dunque la conferma della capacità della teoria marxiana di adattarsi alle diverse condizioni storiche a dispetto della vulgata teorica che individua nelle società capitaliste molto avanzate l’ambiente ideale, maturo, per una trasformazione dei rapporti di produzione e la conseguente installazione di un sistema socialista.
INATTUALITA’ DI MARX
L’intuizione che lo sviluppo della produzione lasciato soltanto al motore dello spirito di guadagno dei singoli capitalisti, nonché il loro coordinamento lasciato soltanto al mercato avrebbe incontrato tensioni nel suo procedere, sia a livello nazionale, sia globale è un’intuizione profonda. Il sistema capitalista ha però reagito creando una sequenza di assetti sociali parziali, precari ma capaci di risolvere temporaneamente le contraddizioni contingenti rinviandole a una fase successiva in cui il mutamento delle condizioni generali del sistema modifica anche la natura di tali contraddizioni.
Sono passati 170 anni dalle analisi di Marx e gran parte delle previsioni che avanzò e delle contraddizioni che credeva di avere individuato, o non sono teoricamente sostenibili, o non si sono verificate nei fatti, oppure si sono verificate però sono state superate. Non si è verificata e non è teoricamente sostenibile, nel modo in cui Marx pensava di averla dimostrata, la tesi della caduta tendenziale del saggio di profitto: la dimostrazione legata strettamente alla teoria del valore lavoro non tiene.
Tradotto il tutto in prezzi di produzione, non c’è motivo per cui, in rapporto al capitale impiegato, il profitto debba ridursi in conseguenza dell’aumento dell’intensità capitalistica dei processi produttivi : facendo leva sulla mobilità dei capitali, sul progresso tecnico e sull’alterazione nel riparto del prodotto tra salari e profitti, i capitalisti sono riusciti a mantenere in media il saggio del profitto a livelli abbastanza elevati da stimolare una continua espansione degli investimenti e della produzione. (Per la difesa del modello marxiano vedi Rubin, Isaak Il’ič: Saggi sulla teoria del valore di Marx, ma non è il caso di insistere in questa sede).
La profezia del crollo dal punto di vista politico, con il suo corollario di previsioni non verificatesi, è imputabile in particolare alla sottovalutazione dei valori della cultura politica moderna e delle sue istituzioni e cioè diritti civili, divisione dei poteri, pluralismo.
Marx li considerava mere espressioni dell’ideologia borghese, ignorandone le potenzialità di cambiamento sociale anche per quella che considerava la classe rivoluzionaria. Le lotte della classe operaia mediante le sue organizzazioni sindacali, partitiche, cooperative, per l’estensione del suffragio, il diritto di sciopero, la tutela del salario, dell’occupazione, dello sviluppo, del Welfare State (la cui origine va ricercata nella politica bismarckiana di controllo sociale) non hanno solo realizzato “principi borghesi” ma hanno modificato quei processi di polarizzazione e radicalizzazione del conflitto di classe che doveva accelerare il crollo del sistema.
Non si sono poi verificate le crisi del crescente immiserimento e della sempre maggiore omogeneità delle grandi masse di lavoratori dipendenti, il proletariato, il soggetto rivoluzionario, quello che avrebbe raccolto la fiaccola dell’ulteriore sviluppo delle forze produttive dopo il collasso del capitalismo. Questo soggetto è profondamente differenziato al suo interno e nelle condizioni attuali resta frantumato in una miriade di stati nazionali a livello di sviluppo molto diversi, fattori che ostacolano qualsiasi previsione sul ruolo di un processo rivoluzionario.
CRITICHE EPISTEMOLOGICHE
Il Pensatore di Treviri era convinto di trovarsi a fronte un capitalismo ormai maturo e in ciò confluivano sia le speranze del rivoluzionario sia l’influenza di una cultura sociologica ed economica ottocentesca che considerava i passaggi tra i modi di produzione in termini di successione stadiali.
A dispetto di una pretesa scientifica, l’approccio e le tesi di Marx sono di natura filosofica. Per quanto imperniato sulle “cose” il materialismo storico resta un’interpretazione del mondo, un’idea che radicalizza e sovradetermina (Althusser) alcuni aspetti, alcune relazioni causali a dispetto di altre, elevate a motore principale della realtà e del suo cambiamento.
Non c’è alcuna prova che la storia debba seguire binari prestabiliti, scambiando una tendenza osservata nel passato per una legge universale valida anche per il futuro.
Per quanto riguarda la logica dialettica come strumento conoscitivo, se si accetta la contraddizione come verità, cade il principio logico di esplosione (ex falso quodlibet) e da una contraddizione può seguire qualsiasi proposizione/cosa; ma una logica che accetta tutto non può distinguere il vero dal falso né fa capire cosa causi cosa, perdendo così ogni rigore. La dialettica tratta i conflitti sociali (opposizioni reali) come contraddizioni logiche che debbono risolversi in una sintesi. Ma la realtà non è fatta di concetti ma di forze ed oggetti.
Perché lo scontro tra borghesia e proletariato deve portare proprio al socialismo e non alla distruzione di entrambe le classi (come Marx stesso a volte ammetteva) ma la dialettica non può formalizzare? La logica dialettica è estremamente efficace nello spiegare il passato (era necessario che accadesse x perché c’era la contraddizione y) ma è inutile per prevedere il futuro. Poiché non ci sono tempi certi né modalità fisse per il “salto dialettico”, la teoria non può essere smentita.
Se la rivoluzione non avviene, il dialettico dirà che la “negazione dell’antitesi” non è ancora matura. Di conseguenza la dialettica diventa una cornice metafisica che interpreta i fatti a posteriori, rendendo il materialismo storico una narrazione formidabile ma non una scienza.
CONCLUSIONE
Marx è stato uno dei più originali e straordinari interpreti dell’ultimo secolo e mezzo: ha inciso sul mondo proprio perché lo ha radicalmente reinterpretato. Non presteremmo oggi così tanta attenzione alle basi materiali della politica, agli interessi legati alle posizioni strutturali, alla stratificazione di classe, alle disuguaglianze economiche nel condizionare la formazione delle decisioni e non decisioni pubbliche se non avessimo letto Marx.
Così come non avremmo attribuito alla sfera del lavoro quella centralità che gli compete (nel bene e nel male) nel modellare i percorsi e le chances di vita delle persone, la loro stessa identità. Separato dalla cornice del materialismo storico, il comunismo resta un imponente visione perfezionista di come potrebbe organizzarsi la società se gli uomini non fossero “legni storti” (Kant), vincolati da scarsità e in cammino su una corda sempre tesa fra umanità e rapacità.
Ma nel rapporto fra interessi materiali e idee a volte sono i primi, a volte sono le seconde a prevalere perché la causalità non si fa imbrigliare da schemi unidirezionali e deterministici. E in qualche caso conta moltissimo il fattore umano, cioè la comparsa sul proscenio della storia e della politica di interpreti geniali e creativi del calibro, per esempio, di Karl Marx.
La fase degli Stati Socialisti è terminata. Il che ci riporta agli anni 40 del XIX secolo quando Marx entra in scena: bisogna resuscitare, rinnovare la visione comunista e organizzare l’ingresso di un’altra tappa del suo divenire storico. Se niente di questo accadrà, finiremo in un’altra guerra mondiale. In definitiva, la storia non finisce mai ma la si può scrivere solamente a posteriori.
LUCA PAROLDO BONI
8 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














