Marco Sferini
Doppia crisi del melonismo e costruzione dell’alternativa
Tutto è fatto col sottofondo della eco di un “si salvi chi può” che, nel fitto buio cavernoso in cui è precipitato il governo di Giorgia Meloni dopo la batosta referendaria, pare l’ultima ancora di salvezza prima delle prove che attendono l’esecutivo dopo il periodo di pausa estiva. La crisi internazionale è tanto grave quanto ingestibile: la gelida manina della Presidente del Consiglio non la riscalda più il potente alleato trumpiano che, anzi, rincalza e rintuzza tutto il suo sdegno per il mancato supporto italiano in quel dello Stretto di Hormuz.
Meloni ha capito, di fronte alla cruda realtà di una prospettazione della sua sconfitta alle politiche del 2027, che occorreva prendere un po’ di distanza dall’inquilino della Casa Bianca: meglio tardi che mai, se si vuole utilizzare una comune, gergale espressione. Ma, a dire il vero, questa sua folgorazione sulla via del voto (più che su quella di Damasco…) è data non dalla presunzione di aver finalmente avuto contezza dell’istrionica, cinica, pericolosissima eccentricità (per usare un eufemismo) del presidentissimo a stelle e strisce. O, per meglio dire, Meloni sa che ora Trump è più ingombrante che mai, più di prima senza ombra di dubbio: ma le affinità ideologiche col magnate rimangono inalterate.
Quello che oggi li divide è la postura rispetto ad una politica internazionale che a Trump forse farà ancora comodo (in patria e oltre i confini degli States), ma che ai leader europei che lo applaudivano invece risulta un pesante macigno da caricarsi su un groppone sul quale gravano altri altrettanto pesanti problemi di caratura interna e nazionale. Dopo il tracollo della controriforma Nordio e il suo sfracello contro il muro messo da quindici milioni di italiani, la fine del dominio autocratico e autoritario di Viktor Orbán in Ungheria non lascia presagire nulla di buono all’orizzonte. Di qui a ritenere che per le destre sovraniste sia trascorso il tempo dello stare al governo tanto in Italia quanto negli USA, ce ne passa, eccome…
Ma, del resto, non è peregrina l’osservazione di un cedimento strutturale di una certa importanza: perché i risvolti fragorosi della guerra si fanno sentire anche qui nel Bel Paese e sempre più. Si tratta di un fragore che detona sui prezzi dei carburanti, sul costo generale della vita e che, affermano le organizzazioni internazionali, tra cui la dimenticata ONU, potrebbe avere un effetto diretto anche sulle scorte di medicinali e prodotti sanitari che, come è noto sono immessi in fialette di vetro, in contenitori di alluminio. Le materie prime per la produzione di questi involucri – avverte Farmindustria – non provengono dalla zona di Hormuz, ma la crisi bellica sta facendo aumentare i prezzi delle esportazioni e delle importazioni in ogni parte del pianeta.
L’alluminio, per esempio, arriva da Cina, India e Australia. In teoria dovrebbe essere un viaggio sicuro quello dalle zone citate all’Europa. In realtà le produzioni stanno diminuendo per via dei costi generali, le importazioni diminuiscono e così anche la produzione di medicinali essenziali come paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e certi farmaci oncologici può ritrovarsi a rischio nel giro di pochi mesi. Facile comprendere che la crisi ha dimensioni tali da non poter essere ridotta in breve termine allo stato precedente il suo scoppio con la guerra mossa da Netanyahu e Trump nei confronti dell’Iran. Per questo l’unica mossa possibile rimasta in questa fase a Giorgia Meloni è stata quella di provare a dimostrare che, in seno al governo, c’è un cambiamento di rotta. Potente eterogenesi dei fini di un referendum che, nella sostanza, ha squadernato un po’ tutto.
Ma l’esecutivo meloniano comunque non demorde sulle lotte che lo caratterizzano per quello che veramente è: la rappresentanza plastica di un autoritarismo che, al momento, è stato bloccato, fermato ma non sconfitto, non ancora derubricabile nella classificazione dei tempi verbali al passato. Tanto meno remoto. Il governo delle destre è lì, vegeto e vivo che, infatti, si prepara ad una nuova stretta repressiva con il decreto sicurezza che fa grandi passi nell’approvazione delle Camere. Le norme sugli impedimenti a manifestare sono state estese e rafforzate per chi ha avuto delle condanne per resistenza a pubblico ufficiale o per danneggiamento.
Inoltre le forze dell’ordine potranno essere dotate di pistole ad aria compressa e sparare capsule con spray al peperoncino, oppure proiettili a deformazione programmata e vernice per marchiare i soggetti ritenuti pericolosi. Dunque, da un lato Meloni tenta di giocare la carta della correzione della politica propria sul piano internazionale, dall’altro, dentro i confini d’Italia, continua ad impostare il tutto sulla linea della durezza, della repressione, del controllo totale sulle manifestazioni, sull’espressione critica del dissenso e dell’opposizione al suo governo. Il Consiglio Superiore della Magistratura avverte che così si rischia di dare troppi poteri alla polizia: proprio mettendo al centro di tutto il nuovo fermo preventivo. Eccessiva discrezionalità che indurrebbe gli agenti a scivolare «verso un modello di prevenzione fondato su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto».
Ed è proprio quello che il governo Meloni cerca e ricerca: il pretesto per esercitare un controllo massivo, così da arginare la libertà di espressione per favorire una logica dell’emergenza nazionale di fronte ad uno stato di guerra che, fino ad ora, ha sostenuto senza alcun tentennamento, ma con piena convinzione. Ma Donald Trump sta così esagerando, oltrepassando ogni limite, da rendere qualunque afferenza nei suoi confronti una pericolosa comunanza, una commistione da evitare se si vuole mantenere una certa credibilità nei confronti dei mercati europei ed anche di quelli nazionali. La lotta multipolare, del resto, è in pieno svolgimento e alla Casa Bianca poco importa se la fragile Europa viene investita dagli effetti della crisi in atto. Quello che importa è portare a casa, a scapito di tutto e tutti, un qualche risultato.
Cambiano quindi certe circostanze, ma l’impostazione governativa meloniana non è mutata: soprattutto se ci si riferisce all’impianto complessivo delle controriforme che le destre hanno in mente. A cominciare dalla nuova legge elettorale, senza dimenticare che, al momento, autonomia differenziata e premierato sono accantonati, perché rinfocolerebbero le proteste e salderebbero nuovamente le opposizioni e la società civile intorno alla necessaria difesa della Costituzione nel suo insieme; ma il pericolo di un sovvertimento della democrazia è tutt’altro che passato. Non siamo, quindi, al sicuro. Ma una cosa è certa: oggi Meloni sa di non godere più di quel consenso da “luna di miele” con gli italiani che poteva rivendicare nel settembre del 2022, poco dopo il voto che l’ha premiata con una maggioranza relativa.
La Lega scende in piazza per la “remigrazione“, per la difesa di un’Europa minacciata di “estinzione” nella propria “identità“. Siccome non rimane niente altro cui aggrapparsi, si riporta in auge tutto il vecchio armamentario xenofobo del recente passato, un po’ storicamente datato se si va indietro nel tempo, ai primordi, quando si vaneggiava di repubbliche nordiste, di un autonomismo sempre e soltanto egoistico e non solidale (come dovrebbe invece essere nell’accezione federalista) e si prova così a gareggiare entro il contesto di coalizione per una sopravvivenza che è minacciata, da destra, dalla presenza ingombrante del vannaccismo. Nel mentre si fermano i giornalisti per la terza volta: scioperano per un rinnovo contrattuale che da troppo tempo è lì che langue.
L’Italia è attraversata dalle correnti contrastanti di una situazione internazionale che la mette su un doppio piano di economia di guerra: ad Est con le forniture di armi all’asse NATO-Ucraina, nel Medio Oriente verso l’altro asse, quello israelo-americano. Su quest’ultimo il governo meloniano ha posto un freno: disattivando il rinnovo automatico degli accordi in merito con lo Stato ebraico e, parimenti, subendo l’ira trumpiana per la questione dello Stretto di Hormuz. Ripetiamolo: non per volontà diretta, ma per contrarietà. Costrizione e non libera scelta. Quindi non si può francamente parlare di cambiamento di linea in politica estera. Se così fosse, l’esecutivo avrebbe dovuto accompagnare il tutto con la condanna del genocidio in corso in Palestina e dell’aggressione militare di Tel Aviv e Washington all’Iran.
La condizione della coalizione di destra è dunque tutt’altro che precaria, ma di certo oggi è mutata tutta una serie di condizioni favorevoli che consentivano alla politica interna di fare leva su alleati esteri della stessa risma per muovere alla competizione con le istituzioni e le organizzazioni internazionali si differenti scenari, su altrettanto diverse letture del momento complicato che, anno dopo anno, si è sempre più aggrovigliato su sé stesso e pericolosamente incistato. Per questo occorre, per tempo, lavorare ad una unità delle forze politiche, sindacali, sociali e civili democratiche, popolari, pacifiste, antifasciste. La messa in campo di una alternativa ci riguarda tutte e tutti, partendo dal grande risultato referendario del 22 e 23 marzo scorsi.
La domanda di quell’elettorato è anche una domanda di convergenza delle differenze verso un obiettivo imprescindibile per la tutela della Costituzione, della Repubblica, della democrazia: mandare a casa questo governo, se non prima, almeno alla scadenza naturale della legislatura. Con una risposta altra rispetto a quella data dagli ungheresi: non una nuova destra al posto della vecchia destra, ma un campo largo progressista che sia, nei fatti, l’opposto di quello che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni e, se è permesso affermarlo senza incorrere in chissà quale accusa di estremismo, di netta discontinuità anche rispetto ai governi precedenti. Alcune premesse favorevoli sono riscontrabili nei mutamenti registrati tanto dalle dirigenze delle singole forze politiche quando dal loro posizionamento nello scenario più generale del Paese.
Questa è la premessa maggiore a cui ne possono seguire altre minori, ma non di importanza certamente relativa. Senza una evidente proposta alternativa si riproporrà una delusione nuovamente crescente e le forze conservatrici, autoritarie e repressive oggi al governo avranno buon gioco a ripresentarsi alla popolazione come le uniche capaci di risolvere problemi sociali che, invece, come dimostrato nel quasi quadriennio di governo meloniano, sono peggiorati e di gran lunga. Bisogna lavorare nella direzione del dialogo, degli accordi e delle condivisioni di tutto quello che è condivisibile. Con uno spirito unitario ma non unicizzante. Ognuno deve mantenere la sua autonomia, avendo come obiettivo il rispetto di ogni singola riga della Carta del 1948: rispetto che, prima di ogni altra cosa, le dobbiamo mettendola in pratica.
MARCO SFERINI
17 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















