la biblioteca
Donald. Storia molto più che leggendaria di un golden man
Tre cose devi fare per vincere: mai stare sulla difensiva e, invece, essere sempre in attacco; non ammettere niente, nemmeno ciò che è più evidente se ti viene scaraventato contro; infine mostrare che hai vinto anche se hai perso, dirlo, ripeterlo, non lasciare adito al dubbio che tu possa essere in qualche modo persuaso che sì… forse, come nel caso della crisi iraniana tutt’altro che archiviata dopo la notte dell’ultimatum che ha tenuto il mondo col fiato sospeso per la minaccia della cancellazione di una intera civiltà dalla faccia della Terra, magari hai clamorosamente perso o non hai proprio vinto… Convinciti di non pensarlo e non lo penseranno neanche gli altri. Il gioco cinico e baro è fatto.
Non tutti, ma tanti, almeno quelli che ti servono per rimanere a galla, riterranno che sei ancora potente, che tutto quello che tocchi diviene oro, che niente e nessuno ti può prendere per il naso e che, quindi, la raffigurazione di te stesso come l’Invincibile è ancora valida e creduta da chi, per lo meno nella tua cerchia, sta su un carro che inizia un po’ a deragliare, ma ci rimane perché, al momento, di altri carri non se ne vedono e, quindi, tanto vale rimanere dove si è, nonostante le ruote comincino a cigolare. Il tuo cognome, del resto, troneggia al cinquantottesimo piano di una torre che svetta sulla linea dell’orizzonte. Fa la storia del presente ed entra in quella del passato per proiettarsi funereamente in un futuro di cui devi essere protagonista.
“Donald. Storia molto più che leggendaria di un golden man” (Einaudi, 2025) è la lettura perfetta di un tempo che Stefano Massini traduce in uno stile straordinariamente perspicace nel radunare tutte le peculiarità di un individuo soltanto da cui dipendono i destini di miliardi di persone. Non solo i centinaia di milioni di americani che vivono entro i confini degli Stati Uniti, ma una intera umanità che si sta pericolosamente abituando a sentir parlare in termini assoluti: un giorno la guerra è completamente vinta, come mai era accaduto prima nella Storia dell’umanità; un altro giorno, quello magari immediatamente successivo, continuerà senza poterne conoscere il motivo: per un capriccio, si dirà… Forse anche questo è un elemento da tenere in considerazione. Ma prima di tutto The Donald va compreso (nel senso letterale del termine) entro il tempo che l’ha creato e l’ha reso quello che oggi è.
Quindi, si parte del Novecento, dall’analisi della sua giovinezza un po’ frustrata dal fatto che, sì, nasce nella grande Repubblica stellata, ma è pur sempre figlio di un tedesco e di una scozzese. Non è quel che si suol dire un vero e proprio originario e autoctono del posto. Del resto, se già nel giovane Donald albergano dubbi in merito per il confronto che fa con altri suoi coetanei, si capirà naturalmente – senza alcuna intenzione giustificazionista – che ci troviamo nell’America che analizza ancora la sua nascita, la sua crescita a discapito di altri popoli che sono stati prima sottomessi, poi relegati nelle riserve e sterminati, passando per una guerra civile tra due differenti impostazioni di lancio verso un fine Ottocento e inizio di nuovo secolo in cui le prospettive del capitalismo si pensavano oltre modo rosee.
Al pari del Mussolini di Scurati, Trump è anche lui un “figlio del secolo“: di un mondo in cui non solo più l’Europa è alla conquista, ma anche la potenza statunitense che si protende sul globo come neoconquistatrice, neocolonizzatrice e faro di democrazia liberale per chiunque voglia apprendere la virtù costituzionale più splendente. Prima loro, gli americani, e poi i francesi a fare la rivoluzione. Quindi uno ius primae noctis dei tempi nuovi: l’esibizione della preponderante ricchezza che si cumula e che fa di ogni americano lo speranzoso self made man pronto a conquistarsi la fortuna con le proprie mani. Chi sa fare avanza, chi non ha quel tanto di sfacciataggine e protervia soccombe. Massini racconta la vita di Donald con un ritmo martellante, tipico del suo affascinante modo di inebriare l’ascoltatore e lo spettatore, rendendolo partecipe in prima persona del racconto.
Così, la vita del golden boy scorre fino a farlo diventare quell’uomo di successo estremo che si ammanta di una luminosità che nemmeno le aureole dei santi e delle madonne sono capaci di rendere a chi guarda dabbasso. Perché, si intende, lui sta sempre al di sopra di chiunque: ieri dei suoi diretti concorrenti nel mondo dell’edilizia, dei casinò, dell’imprenditoria spregiudicata e liberistissima; oggi di qualunque altro statista e presidente o capo di Stato del mondo. Nessuno gli può stare a pari: perché oltre ad essere l’Invincibile è anche l’Irraggiungibile. Dall’avvocato Roy Cohn, cacciato dall’ordine per il suo modo di esercitare senza alcuno scrupolo, apprende negli Anni settanta le tre leggi della spregiudicatezza esponenziale citate al principio di queste righe. Le sta tutt’ora mettendo in pratica, in tutta lapalissiana evidenza.
I paragoni ormai si sprecano se si vuole trovargli un simile nel corso dei millenni. Non è tanto questo che conta per poterne comprendere le dinamiche politiche oltre che quelle umorali, capaci certamente di condizionare l’andamento della incapacità gestionale del Grande Paese. Massini mette l’accento su quei “dieci minuti” che sono alla base della formazione psico-caratterial-culturale di un personaggio che ha oggettivamente del patologico ma che non è quel folle che si vorrebbe troppo semplicisticamente rappresentare. Quando ci si trova innanzi a rotture di schemi consolidati, come ad esempio il linguaggio di un capo di Stato, che dovrebbe essere improntato alla ponderazione, alla moderazione, al dialogo e alla ricerca dell’abboccamento diplomatico, la risposta più semplice è la pazzia.
Non era pazzo Adolf Hitler, non è pazzo Donald Trump. Come non lo erano Gengis Khān e Tamerlano, Mussolini e Videla, Pinochet e Pol Pot. Si può fare il giro del mondo durante i secoli nel cercare un filo logico che leghi le follie ad un tratto comune e si troverà sempre che ognuna di queste esistenze è stata caratterizzata da una compresenza di fattori che hanno dato origine a comportamenti megalomani cui si sono necessariamente legate e saldate repressioni di massa perché il punto di partenza era e rimane l’assolutismo: ognuno di questi dominatori ha preteso di conservare il potere a discapito di chiunque muovesse delle critiche o tentasse l’organizzazione di una opposizione. C’è chi lo ha fatto con una cruenza scientificamente studiata e chi ha improvvisato in guerre tra le steppe o le sabbie desertiche e le montagne.
Ma tutti hanno tratto dal potere ottenuto, anche democraticamente (si pensi appunto ad Hitler tra gli esempi di maggiore eclatante negativa emblematicità), una maggiorazione di un ego che era gli era proprio fin da prima del successo politico o militare (pur sempre temporaneo) fatto registrare al culmine delle rispettive ascese. Stefano Massini indaga conscio ed inconscio trumpiano: anche quello singolare del soggetto in esame, ma soprattutto i riflessi dati da questo sulla vastissima platea popolare che lo ha, nel corso dei decenni, assecondato, ammaliato, reso ciò che oggi è. Non è questione di colpa di una nazione per aver creato una sorta di mostro: come ci ha insegnao Hannah Arendt, i peggiori carnefici erano e rimanevano comunque simili nostri, non avevano nulla di eccezionale se non una pressoché totale mancanza di empatia verso i propri simili.
Non è poco… Si tratta di un qualcosa che anche Donald Trump in un certo qual modo possiede: trattando i palestinesi di Gaza come se fossero dei residui di una storia ormai archiviata, così da poter istituire un consiglio privato di gestione della Striscia su una base puramente affaristico-lobbistica; trattando gli iraniani alla stregua di una civiltà che, pur essendo ultra millenaria e, quindi, almeno sul piano della temporalità, autorizzata a non ricevere lezioni da una nazione nata appena due secoli e mezzo fa, può essere spazzata via «in quattro ore», «in una notte». Non vorrei farlo – dice The Donald – ma potrebbe essere così… Ora che la nottata è passata, non è trascorso però il pericolo che si ripresenti un eccesso di umoralità negativa. Ci ripenserà? Del resto il piano in dieci punti è, se lo si legge, una quasi completa vittoria iraniana.
Massini non intende sminuire Trump, ridicolizzarlo o farne il prototipo moderno dell’imperatore folle. Tutt’altro. Proprio la gigantissima statura immorale che lo caratterizza è il primo segno di una patologia del potere che, seppure compreso entro il perimetro di una garanzia democratica, riesce a trascendere sé stesso, a pervertire le istituzioni, ad avere un sostegno popolare che, nella stragrande maggioranza dei casi, si fonda sulla disperazione sociale, sulla voglia di uno solo al comando che risolva tutti i problemi e, possibilmente, in un istante. Ma poi, proprio la pulsione imperiale e imperialista, il fanatismo del culto di sé stesso, porta il tiranno, l’autocrate, il despota a scoprire le carte: lo dice con nettezza. Gli interessa solo di armare a tutto spiano gli Stati Uniti d’America. Non gli importa nulla degli asili nido, della sanità…
Non gli importa nulla del lavoro, dell’economia sociale. Gli importa del successo di sé stesso che, quindi, anche borsisticamente parlando, è il successo delle sue aziende e di quelle dei suoi sostenitori che stanno facendo affari da nababbi in una bellicizzazione globale dei conflitti tra gli Stati, rendendo il mondo un posto insicuro, mettendo al primo posto la luccicante straordinaria adorazione dell’oro senza alcun se, senza alcun ma. Quell’elemento chimico è parte integrante di un’esistenza votata all’eccesso del successo e viceversa. Persino i suoi capelli biondissimi ne sono la dimostrazione: quasi si trattasse di una predestinazione, di una sorta di presagio plasticamente stagliato sulla fronte del dominus sine pares. L’imprevedibilità delle azioni di Donald assume oggi un carattere ancora più scomposto: non si tratta delle vecchie mosse mercatiste per ottenere più profitti. Non soltanto di questo si tratta.
Ormai, ad ottant’anni quasi suonati (li compie il 14 giugno di ogni disgraziato anno…), l’impero è già nelle mani dei figli, del genero che lo affianca nell’amministrazione, forse pure della valchirica moglie che gli sorride accanto in una onnipresenza distonante che mette ancora più in evidenza la grottesca grossolanità del personaggio unita ad una tragica declinazione dei suoi intenti, del suo volere. Il cerchio molto poco magico che lo circonda obbedisce ciecamente e magari obietta solo coralmente se qualcosa proprio eccede. Il punto è che, mentre per gli altri autocrati e tiranni si può trovare l’origine della matassa, dello scoppiare delle guerre, anche di quelle più apparentemente insignificanti e tipiche del corso dis-umano della Storia, ora siamo invece in presenza di una assenza di motivazioni.
O, per meglio dire, i motivi sono evidenziabili negli interessi economici, militari, nell’acquisizione di nuovi spazi di dominio imperiale nella fase multipolare del capitale. Ciò che lascia interdetti è la rovesciabilità repentina delle posizioni di un minuto prima: con disinvoltura assoluta, con l’arroganza e la prepotenza di sempre. Ce ne sorprendiamo? Non dovremmo? Forse è bene sorprendersene sempre, ma sapendo che, come cantava Guccini «più il tempo passa e più il nemico si fa d’ombra e si ingarbuglia la matassa».
DONALD
STORIA MOLTO PIÙ CHE LEGGENDARIA DI UN GOLDEN MAN
EINAUDI, 2025
€ 18,50
MARCO SFERINI
8 aprile 2026
foto: particolare della copertina del libro
Leggi anche:
- La guerra spiegata ai poveri
- Discorso sulla servitù volontaria
- Apologia del fascismo
- Il disagio nella civiltà
- Populismo sovrano
- Seppellite il mio cuore a Wounded Knee
- C’è del marcio in Occidente
- Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà
- Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme
- Sfidare il capitalismo
- Sindrome 1933
- 12 ottobre 1492. Una invasione chiamata scoperta
- Intervista sul potere
- Cronache anticapitaliste














