Nella sua visita in Germania, l’11 dicembre, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha paventato qualcosa di più di una semplice ipotesi sul fatto che il Cremlino sia pronto ad attaccare concretamente il territorio dell’Unione Europea. Citiamolo: «Noi siamo il prossimo obiettivo della Russia e siamo già in pericolo. […] La spesa e la produzione della difesa degli alleati devono aumentare rapidamente. […] …mettiamo Putin alla prova, vediamo se vuole davvero la pace o se preferisce che il massacro… […] Qualsiasi aggressore deve sapere che possiamo, e reagiremo, con forza. […] Il conflitto è alla nostra porta. La Russia ha riportato la guerra in Europa, e dobbiamo essere preparati alla scala di guerra che i nostri nonni o bisnonni hanno sopportato».
Le frasi qui estrapolate dal suo intervento davanti alle autorità tedesche sintetizzano una narrazione che è in crescendo e che pone nuovamente l’orizzonte della guerra come unica possibilità per frenare l’espansionismo russo. Ciò che Rutte omette è, ovviamente, un altro fatto: ossia che da parte dell’Alleanza Atlantica vi è stato nel corso degli ultimi decenni un progressivo espansionismo, nemmeno eguale a quello che Putin ha fino ad ora praticato: se vediamo il tutto in termini di spostamenti di truppe, di acquisizione di spazi entro cui agire indisturbati, incedendo sempre più verso i confini della stessa Federazione russa, la NATO ha operato con molta più energia, con estremo vigore, con l’intento di battersi quanto meno “alla pari“.
Ma questa parità è, a dire il vero, un punto su cui si potrebbe scrivere molto senza arrivare ad una vera e propria veritiera conclusione; per il fatto che per primi gli Stati Uniti d’America sembrano tutt’altro che interessati – prima con Biden e ora con Trump – a fronteggiare prima e combattere poi un nemico che gli è sostanzialmente equipollente in termini di forza bellica, di armamenti pesanti, di arsenale nucleare. Un conflitto con Mosca è da escludere proprio perché, un po’ come ai tempi della Guerra fredda, sarebbe molto complicato poter determinare il vincitore. Le perdite sarebbero immani e le economie, ammesso che ne restino dopo la fine dei bombardamenti, si troverebbero tutte quante a terra.
Trump non vuole fare la guerra, nonostante sia un inveterato ammiratore del bellicismo tout court e non disdegni, ogni volta che ne ha la possibilità, di rimarcare come la forza della superiorità derivi da una impostazione muscolare in tutto e per tutto, sorretta dal neonazionalismo più becero e dal populismo come arma di convincimento di massa. Anche i rapporti con la Cina, sempre piuttosto fragili, non pare possibile che possano risolversi con un conflitto sul campo. Tanto è vero che, almeno fino ad ora, la questione di Taiwan non è stata risolta e le due potenze si sono annusate intorno alle acque prospicenti l’isola che fu di Chiang Kai-shek, hanno schierato le loro flotte ma non hanno mai oltrepassato la linea rossa oltre la quale c’è la guerra vera e propria. Spesso si calcolano le probabilità di prevalere in un conflitto. Qui invece pare si mettano a calcolo quelle di non riuscire proprio a vincerlo.
Mentre Rutte paventa una sorta di “guerra di massa” della Russia contro la NATO (e quindi contro l’Europa, ma forse non contro la Turchia che ospita comunque delle basi dell’Alleanza), Trump sembra escludere anche solo lontanamente questo scenario, perché sa che il suo paese non è in grado di affrontare una eventualità del genere: nonostante la produzione degli armamenti sia continua, il disinvestimento nel settore industriale degli armamenti e la riduzione delle risorse affidate al comparto della difesa – che va avanti da circa trent’anni – pongono il problema logistico anzitutto. Prima ancora di quello tattico. Gli Stati Uniti non avrebbero munizioni sufficienti per affrontare una guerra per come viene intesa da Rutte. Non avrebbero nemmeno i soldati e la loro capacità produttiva non potrebbe essere mai al livello di quella russa.
Ma nemmeno a livello di quella cinese. Russia e Cina hanno dimostrato di avere le capacità per sostenere uno sforzo di questa natura, ma gli USA dovrebbero prima di tutto colmare una carenza di brevissimo periodo e, poi, continuare ad investire sulla produzione di armi leggere e pesanti ad un ritmo che prosciugherebbe il bilancio federale. Per comprendere questa difficoltà basta andare un po’ indietro con la memoria: dalla fine della Seconda guerra mondiale la grande Repubblica stellata si è impegnata quasi costantemente in conflitti sparsi per tutto il pianeta, cercando così di bilanciare prima e di superare poi il potenziale imperialismo dell’Unione Sovietica. C’era allora in ballo davvero una più complessiva egemonia sul mondo intero: commerciale, finanziaria, economica in senso lato e stretto. E pure culturale.
Per moltissimi lustri gli States sono intervenuti là dove si prospettava un cambiamento di regime in senso socialista, dove quindi non solo si sbilanciava la partizione dettata dalla fine del secondo conflitto mondiale, ma prendeva campo una alternativa netta al regime liberale e liberista su cui poggiava (e poggia tutt’ora) la grande complessità di una società americana che ha, nel nome della difesa della democrazia, sostenuto sforzi fiscali enormi per foraggiare le guerre del capitale ma che, con l’avanzare del tempo e con le sconfitte e le ritirate patite (dal Vietnam di Ho Chi Minh all’Afghanistan dei Taliban), ha sempre meno inteso prestarsi a questo pseudo-patriottico compito. Vi è quindi un problema afferente la reindustrializzazione e la conversione tempestiva in ambito di una economia di guerra in cui il trumpismo non pare trovarsi particolarmente a suo agio.
In questi ultimi anni l’America dei democratici, ma non di meno quella dei repubblicani in salsa MAGA, ha puntato su un rilancio economico fondato quasi esclusivamente sui consumi e ha, al contempo, definanziarizzato alcuni dei comparti che, invece, le erano risultati di prioritaria importanza per “esportare la democrazia” nei vecchi paesi socialisti, in quelli presi di mira da Mosca, nel Medio Oriente poi e, infine, con le guerre al terrorismo internazionale di Al Qaeda, del DAESH e dei gruppi minori del jihadismo su vasta scala. La politica dei dazi imposta da Trump si scontra con un multipolarismo in cui il dollaro non è più l’unica moneta con cui si fanno scambi commerciali internazionali, un po’ come si usa l’inglese sul piano delle comunicazioni oltre i propri confini. L’emersione di nuove ricchissime economie ha incrinato queste certezze.
Il rischio di un passaggio dalla definanziarizzazione dei comparti della difesa e degli armamenti alla ripresa piuttosto energica di un sostegno in tal senso, unico viatico per consentire di pensarsi e di essere al pari di Russia e Cina nella competizione bellica mondiale, produrrebbe quasi certamente una recessione di non poco conto e si rifletterebbe, impoverendo larghi strati della società, sulla tenuta politica dell’amministrazione di Donald Trump. Gli Stati Uniti non fronteggiano solamente una competizione globale come ai tempi dell’URSS, ma sono di fronte alla sfida di un multipolarismo in una posizione non certo di vantaggio. Quanto meno alla pari con Mosca e Pechino e in predicato di vedere nell’allineamento di questi grandi paese (dalla formula dei BRICS ad altre…) un nuovo grande dilemma che pare, in questa fase, assolutamente irrisolvibile.
Oggi la sfida bellica si gioca anche (e soprattutto) con le nuove tecnologie dell’Intelligenza Artificiale (AI): il fatto di non essere nel pieno di una “guerra fredda” come ai tempi dell’Unione Sovietica, potrebbe lasciar sperare Washington di avere i margini di manovra necessari per giocarsi almeno questa partita di adeguamento, assolutamente necessario, sul terreno dell’impostazione di quello che viene definito un “potere coercitivo” spacciato per necessario alla preservazione della sicurezza nazionale. Il punto di crisi qui è rappresentato dai grandi quantitativi di energia di cui necessata l’AI e che sono possibili da realizzare solo attraverso un accaparramento davvero immane di risorse idriche e minerali. Il ringhioso, aggressivo atteggiamento assunto da Trump nei confronti del Venezuela di Maduro non ha niente a che vedere con la difesa dei diritti umani nella lotta contro i nuovi regimi individuati dalla Casa Bianca.
Alla Repubblica stellata dell’epoca MAGA interessano le risorse economiche di quelle terre, così come le interessano quelle “rare” che si trovano in Ucraina. Di fronte a tutto questo, l’intervento di Rutte pare quasi una ingenuità dai tratti molto ideologici, confinata in una Europa che Trump disprezza, in una Alleanza Atlantica per cui non c’è nessuna simpatia e per cui si farebbe volentieri a meno di versare le proprie quote di sostegno. Ciò che preme al presidentissimo è un capovolgimento della politica internazionale rispetto all’impostazione pressoché storica data dal 1945 in avanti: non più sostenere i propri alleati e renderli più forti per far avanzare la potenza americana nel mondo, ma il contrario. Prendere da loro tutto il possibile per salvarsi da uno scenario futuro fatto di bancarotte finanziarie e di crisi verticale del settore militare e bellico.
Il discorso di Rutte, date tutte queste condizioni multipolari, assume i connotati di una disperata ricerca di un ruolo per una NATO che non è uscita dalla crisi in cui era piombata con l’inizio del nuovo millennio e che una eterogenesi dei fini avvicina in questo momento a quella che viene scambiata come opera di pacificazione da parte di Trump, tanto a Gaza quanto in Ucraina, e che invece è un tentativo di ristabilire un equilibrio soddisfacente per Washington, Tel Aviv e Mosca. Dei “volenterosi” europei il presidentissimo ha chiaramente dimostrato di volere e di poter fare a meno, trattando senza mezzi termini direttamente con Putin e riservando agli ucraini un ruolo da comparse sulla tragica scena del conflitto tra due imperialismi. Perché, dunque, Trump tiene ancora al coinvolgimento della NATO in tutta questa partita?
La risposta è molteplice: anzitutto perché le basi americane sono una componente essenziale per il mantenimento dell’Alleanza come presidio imperiale dall’Europa fino al Medio Oriente. Poi perché in prossimità dell’area atlantica, esattamente quella dell’oceano che ne porta il nome, non devono affacciarsi ostilità, nemici di alcuna sorta. Europa e NATO sono vissute come intercapedini tra i veri contendenti e, in effetti, anche così paiono ad uno sguardo critico. Una sagace, sintetica formula letta qualche tempo fa in una intervista su un noto quotidiano nazionale, così riportava lo status attuale dell’Alleanza Atlantica rispetto alle questioni tanto europee quanto multipolari: «L’Alleanza Atlantica è nata per tenere gli americani in Europa, i russi fuori e i tedeschi sotto. Tra qualche tempo avremo i russi dentro, gli americani fuori e i tedeschi sopra».
Ai posteri l’ardua sentenza…
MARCO SFERINI
12 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














