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Discorso sulla servitù volontaria

Étienne de La Boétie visse soltanto per trentatré brevi anni, ma furono sufficienti a cementare una solida amicizia con Montaigne e a scrivere un trattatello in cui veniva esponendo l’idea di una società in cui non vi fosse più alcun bisogno di capi, re, sovrani per governare ed essere governati. Per l’epoca (siamo nei decenni centrali del Cinquecento), si tratta di parole che, visto il portato di netta discontinuità con l’impostazione politica, sociale, civile e morale imperante, risultano quasi incomprensibili alla maggior parte dei notabilati.

Dopo la rivolta spartachista nella Roma repubblicana, i sussulti della povera gente contro i governi che li opprimevano si sono verichificati sparutamente: timor di Dio e timor di regnante si sono saldati, molto spesso anche combattuti, e hanno stabilito, per reciproca convenienza, che era meglio se schiavi prima e servi della gleba poi se ne stavano al loro posto, nella piena ignoranza del fatto che il loro servaggio era l’ottima condizione per chi deteneva privilegi a non finire e si faceva chiamare “signore” o “maestà” e, non di meno, “santità“.

Il giovane Étienne, cresciuto in un ambiente influenzato dall’umanesismo italiano, complice uno zio curato della città di Bouilhonas, non ci mise molto ad avvicinarsi ad un ideale un po’ romanticamente repubblicano, tipico della Firenze medicea, ma anche piuttosto afferente ad una concezione di amministrazione del potere su un piano orizzontale, rifiutando quel verticalismo acceso e indiscutibilmente dogmatico (“per grazia di Dio“, ma non certo per volontà della Nazione, almeno non ancora…) che era tipico degli assolutismi e, più in generale, di ogni monarchia che competeva nella prevalenza su altre, nel dominio regionale pur dentro un contesto continentale in cui gli spazi non erano più così contendibili.

Nel 1553 Étienne de La Boétie si laurea in giurisprudenza e diviene consigliere del Parlamento di Bordeaux. Qui ha modo di conoscere Montaigne e di stringere con lui un rapporto amicale che è anche politico e, soprattutto, intellettuale e storico. I fermenti religiosi imperversano, la Riforma protestante si diffonde in Europa e tocca le lande non poi così desolate e lontane del Midi francese. Il suo “Discorso della servitù volontaria” (Feltrinelli, 2014) non sarà influenzato da questo periodo, essendo la sua redazione antecedente, e nemmeno da quello trascorso alla corte parigina, chiamato direttamente da Caterina de’ Medici per sostenere la sua politica di tolleranza e di riconciliazione religiosa.

Semmai sarà il contrario: nella sua opera politica si potranno scorgere molte delle idee giovanilissime, dell’epoca universitaria. La ricerca affannosa della conciliazione (o per meglio dire della “riconciliazione“) tra cattolici e protestanti non ha solamente lo scopo che si prefigge la corte reale, ossia quello di una stabilità più generale nell’intero regno di Francia; per Étienne si inserisce nel suo considerare l’utilità sociale al di sopra di tutto, preferendo semmai una condivisione di intenti tra singola persona e insieme collettivo dell’ambiente in cui si vive o si sopravvive.

La domanda cui tenta incessantemente di dare una risposta nel suo “discorso” è questa: «Quale disgrazia, quale vizio, quale disgraziato vizio fa sì che dobbiamo vedere un’infinità di uomini non solo ubbidire ma servire, non essere governati ma tiranneggiati a tal punto che non possiedono più né beni, né figli, né genitori e neppure la propria vita?». Cosa induce, quindi, gli esseri umani a rimanere tacitamente sotto il comando di altri esseri umani che si sono proclamati loro signori e sovrani? Ovviamente siamo molto lontani dalla concezione dialettica del materialismo storico, per cui non possiamo chiedere a de La Boétie di farsi interprete di una critica sociale riferita alla lotta fra le classi.

Ma, nonostante questa, per così dire…, diffettazione, il giovane studioso rifiuta l’idea che alla base di questa sudditanza vi sia una sorta di generale codardia che rende uomini e donne privi di una volontà di riscatto che permetta loro di vivere dignitosamente e, dunque, liberamente. I suoi riferimenti all’abitudinarietà di una consuetudine che si autoalimenta di secolo in secolo, pongono semmai il problema della quantità (oltre che della qualità) dello sforzo che il potere ha dovuto fare per ingarbugliare il senso critico di masse di persone, di interi popoli costretti a dimenticare i propri istinti, i propri desideri, le proprie pulsioni emotive.

Al mistero del servo che non si libera delle sue catene, perché rimane immobile – come scrive Rosa Luxemburg – e accetta uno stato di passività pur dentro una attività di vita che gli è continuamente rubata dal sistema economico in cui si trova ad arrancare giorno dopo giorno, si contrappone quel concetto che si farà strada lentamente ma inesorabilmente: la “disobbedienza civile“. Quello proposto da Étienne de la Boétie è un riscatto quasi ghandiano, una non collaborazione col potere, una separazione coscienziosa, alta nei suoi principi morali, decisa e ferma nella rivendicazione di quelli sociali. Vi si riferiranno i giacobini napoletani nel 1799 durante la loro rivoluzione e vi prenderà spunto anche Simone Weil quando scriverà le “Méditation sur l’obéissance et la liberté“.

I regimi assoluti dell’Europa del Cinque-Seicento sono delle macchine del potere che non lasciano spazio alcuno al diritto alla pur timida rappresentanza popolare che viene, di tanto in tanto, reclamata. Ieri come oggi le guerre vengono presentate come un’occasione straordinaria di civilizzazione, di protezione degli interessi nazionali nel nome del re e di Dio. Non c’è ragione alcuna per affermare un principio di classe, una solidarietà altrettanto tale e, quindi, reclamare qualcosa di particolare in un tutt’uno quale è il Regno, in questo caso di Francia. Forse condizione ancora peggiore è quella di una teocrazia millenaria, lo Stato della Chiesa, che ha un potere secolare e uno spirituale mediante cui tenere in sudditanza la gente comune.

Monumento a de La Boétie a Sarlat-la-Canéda, sua città natale

Tocqueville parlerà, due secoli dopo la morte di de La Boétie, di «dispotismo di specie nuova» riferendosi ad un adattamento del potere ai nuovi standard di espansione anche coloniale: l’Europa oltre i suoi confini, diretta in ogni parte del mondo, la nascita della nazione statunitense, la dimostrazione di una possibilità di concretizzazione dell’autonomia prima e dell’indipendenza. Il potere cambia radicalmente prospettiva per perpetuarsi ed è disponibile, in taluni casi, quando si rende conto che il suo rovesciamento può essere imminente, ad addivenire ad una serie di compromessi che fanno largo a nuove forme di libertà civile nonché sociale.

Ed è proprio qui che la scoperta di de La Boétie, ossia l’essere volontariamente servi, si va a confrontare con l’evoluzione socio-politica dei tempi più moderni: l’affermazione dei diritti dell’uomo e del cittadino a cui ogni costituzione moderna fa in qualche modo riferimento. Una volta squarciato il velo della sudditanza senza se e senza ma, il mutamento culturale fa un tutt’uno con quello sociale: la borghesia contende all’aristocrazia il primato del governo delle nazioni e, dunque, ritornare indietro al vecchio assolutismo pare, almeno dalla metà dell’Ottocento in avanti, un qualcosa di veramente assurdo, persino inesprimibile a parole.

Sembrerebbe quasi che l’intuizione del giovanissimo Étienne sia stata ormai superata dalla modernità delle grandi basi legislative fondamentali in cui non si può non scrivere che l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza sono pietre angolari di un edificio più complesso che è l’intera società in cui si vive rifacendosi ad una consapevolezza dell’importanza del singolo individuo che non è però prevaricante nel definire l’ambito più ampio del villaggio che sta divenendo sempre più globale. L’attualità del pensiero di de La Boétie non viene meno, perché, per quanti sforzi si faccia per affermare i fondamentali dell’Illuminismo e di una critica sociale compita (più propriamente tipica del marxismo), di Stati dittatoriali ne esistono anche (e soprattutto) nel Novecento.

Ed oltre. L’imperativo categorico kantiano sulla volontà come legge di sé medesima, quindi la legge morale che proviene dell’interiorità coscienziosa dell’essere umano autocosciente, non fa quei proselitismi necessari ad innescare un nuovo metodo di azione che riscatti da millenni di violenze, di sopraffazioni e di coercizioni. Non è colpa di Kant, certo. Semmai è colpa di una evoluzione sempre più interessata del forte rispetto al debole, quindi di colui che ha le concrete possibilità materiali di influenzare le vite degli altri che non hanno mezzi di produzione, ricchezze, benessere.

La lettura di questo piccolo testo, così lontano dal nostro tempo, pur trattandosi solamente di cinquecento anni, invita a ragionare su quanti passi ancora debbano essere fatti per portare a compimento delle semplici affermazioni di principio che sono rimaste tali nonostante tanti capovolgimenti epocali determinati proprio dalla lotta fra le classe, dalle controversie belliche tra Stati più o meno imperialisti, tra intere porzioni di pianeta contro altre. Qualcuno potrebbe essere tentato dal rubricare le parole del giovane studente universitario Étienne de La Boétie come un fuoco sacro di un ardore tipico di chi ha l’entusiasmo, dato dalla fiorente energia di vita, per cercare di cambiare il mondo.

Questa interpretazione è certamente possibile, molto facile e scontata. Per questo incappa nell’errore di considerare il Cinquecento alla stregua del nostro tempo: allora, differentemente da oggi, l’uniformità nei confronti del potere era pervasiva al punto da impedire che lo scritto di uno studente appena ventenne circolasse come libera manifestazione del pensiero. Oggi, pur con tutti i limiti anche delle democrazie (che spesso, a torto, si pensano eticamente superiori ad ogni altro regime e che ritengono di essere inattaccabili sotto il punto di vista dell’etica-socio-politica), noi siamo in grado di far circolare le nostre opinioni.

Altrove, tutt’ora, è impossibile o molto pericoloso: si pensi alle moderne teocrazie (dall’Afghanistan all’Iran) o agli Stati autoritari, autocratici tanto in Occidente quanto in Oriente (l’Ungheria nella “civile” Unione Europea, oppure la Turchia, l’Arabia Saudita, la Russia, la Cina, la Corea del Nord, molti Stati africani, altrettanti nelle Americhe, con una menzione particolare per il trumpismo…). Ecco, dato tutto ciò, anche l’epoca della nostra presunta modernità abbisogna del contributo di quel giovane acquitano cinquecentesco che è per lo più misconosciuto e che merita di essere riscoperto.

DISCORSO DELLA SERVITÙ VOLONTARIA
ÉTIENNE DE LA BOÉTIE
FELTRINELLI, 2014
€ 9,00

MARCO SFERINI

26 novembre 2025

foto: particolare della copertina del libro


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