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Marco Sferini

Dietro la crociata di Trump, la necessità della Nigeria “stabile”

Possiamo anche fare finta di essere, molto ipocritamente, tutti più buoni a Natale, ma sparse per il mondo vi sono circa sessanta guerre di cui ci siamo dimenticati anche il nome e, quindi, i contendenti del potere, delle terre, delle sfere di influenza locali o macroregionali. Di per sé, poi, quell’assunto sulla maggiore bontà natalizia rispetto a tutti gli altri periodi dell’anno è sempre stata melensamente insopportabile: perché mai bisognerebbe divenire più buoni solo per due, tre giorni su trecentosessanta e più? Alibi, maschere, occultamenti di istinti che vanno in tutt’altra direzione. La favola antica, arricchitasi cammin facendo di tanti fronzoli, di dolcissimi e tenerissimi canti, rimanda ad una umanità che sarebbe capace di allontanare da sé ogni malevolenza.

Facciamo pure finta che sia così se ci piace coltivare l’idea che il mito cristiano sia di per sé foriero di una ispirazione alla bontà cui dovrebbero fare seguito concrete, pratiche azioni. Non è così, ma tant’è ci piace cullarci in questo iperuranico mondo di metafisiche ispirazioni che servono a placare un po’ le angosce quotidiane di quel resto dell’anno che, oltrepassate le feste, si riprensenta in tutta la loro cruda, crudele, antipatica e spregevole oggettività. Proprio la notte di Natale è stata molte volte il momento giusto per delle azioni straordinariamente sorprendenti: sia in chiave positiva, sia in chiave negativa. Il più delle volte si è attesa la celebreazione della nascita di Gesù da parte della Chiesa cattolica e delle chiese protestanti per sorprendere il mondo.

Non con parole di solidarietà, di uguaglianza, di pace, ma con atti offensivi, inaspettati visto il momento sacrale, celebrativo, anche contemplativo. Per rimanere proprio alla notte tra il 24 e il 25 dicembre di quest’anno che volge al termine, Donald Trump ha, nella sua qualità di comandante in capo delle forze armate statunitensi, ordinato un attacco alle basi dello Stato Islamico nel Sahel, nello Stato di Sokoto, uno di quelli che compongono la federazione nigeriana. Ad essere colpite sarebbero state delle basi dell’ISIS da cui partivano sovente attacchi alle comunità cristiane. Precisa Trump che non si è trattato di una rappresaglia isolata e che, a sua discrezione, questi attacchi potrebbero anche riprendere per sferrar altre colpi letali all’organizzazione terrorista.

La Nigeria è uno Stato con una popolazione davvero numericamente enorme: quasi duecentoquaranta milioni di abitanti, di cui poco meno del 10% vive a Lagos, una vera metropoli africana. Nella capitale Abuja vivono invece “appena” un milione e mezzo di persone. L’espansione demografica ha conosciuto un vero e proprio boom a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e, come era ovvio che fosse, si è portata dietro tutte le problematiche inerenti i rapporti di forza tra classi sociali che, uscite piano piano dal colonialismo occidentale, si avviavano a confrontarsi con un mondo allora bipolare (verrebbe da dire anche nel senso medico del termine, preso in prestito come metafora di un pianeta assolutamente privo di una unità di intenti nella sua popolazione globale).

Premesso che riesce difficile credere che Donald Trump sia stato mosso da genuini sentimenti di difesa dei cristiani nigeriani nel promuovere l’attacco militare portato nello Stato di Sokoto, la domanda, come si suol dire, sorge spontanea: che cosa cercano gli Stati Uniti d’America ancora in Nigeria? Siccome è difficile pensare che il mondo non sapesse delle uccisioni perpetrate dal gruppo terroristico Boko Haram nei confronti delle comunità cristiane anche per motivi di carattere religioso, ma soprattutto a carattere di estorsione, per raggranellare soldi e sostenere la loro lotta criminale (così come fanno del resto molte altre fazioni armate), e siccome queste azioni non sono una novità degli ultimi mesi, settimane o giorni, è logico chiedersi perché ora? Perché a Natale?

L’ultima domanda è presto risolta: per sfruttare l’evento a fini propagandistici e giustificare un attacco contro postazioni dell’ISIS che sono una minaccia al governo amico di Washington. La narrazione è un po’ sempre la stessa dei tempi di George W. Bush: si attacca il terrorismo nel mondo per pacificare, per rendere il pianeta un posto più sicuro; lo si fa lanciando missili dalle portaerei presenti su tutti gli oceani, in molti mari, davanti ai principali obiettivi che sono elementi potenzialmente o concretamente destabilizzatori per la difficile competizione multipolare che gli Stati Uniti d’America devono affrontare di questi tempi. Riepiloghiamo un po’: Siria, Iran, Yemen, frontiera col Messico e acque dell’omonimo golfo (che avrebbe dovuto cambiare nome in “Golfo d’America” ma che su Google Maps sta ancora tra parentesi…).

E poi il Venezuela di Maduro, le storiche minacce a Cuba, agli Stati che tentano una via dell’alternativa al mondo dove predomina il capitalismo iper-neoliberista. Trump rinverdisce la dottrina Monroe, riporta in auge un primato nordamericano sull’intero emisfero che reputa di sua competenza e posiziona nel resto del pianeta le sue pedine come su un piano di gioco del “Risiko“. L’occasione del Natale è ghiotta per infarcire il tutto, oltre che di lotta al terrorismo, anche di una ispirazione da defensor fidei, rievocando le imprese dei re e degli imperatori dell’Europa cinquecentesca. Più pragmaticamente, l’amministrazione trumpiana svela tutte le sue carte davanti ai cronisti confermando quello che si pensava fosse il vero obiettivo: «avevamo un sacco di petrolio laggiù. Ce lo hanno rubato e vogliamo andare a riprendercelo».

Molto simile a quello che accadde nel 1990 e anni seguenti con le guerre del Golfo Persico. Non meno diverso dalle successive guerre al terrore, ad Al Qaeda e agli Stati teocratici mediorientali ed Asiatici: pretestualizzare tutto il pretestualizzabile per muovere contro regimi oggettivamente dispotici, repressivi e neganti qualunque minimo diritto umano, per appropriarsi poi delle ricchezze sotterranee e spadroneggiare nelle regioni occupate. Della democrazia esportata nemmeno l’ombra, se non quella dei cannoni e degli aerei parcheggiati sulle piste circondate da vaste dune sabbiose, da montagne, rocce e brandelli di esistenza ridotti ad ancora più magra immagine agli occhi di un mondo che ha creduto troppo a lungo alle ipocrisie occidentali.

La Nigeria è l’ultimo, ma non ultimo, obiettivo di una campagna imperialista che prosegue e che si fa sempre più minacciosa. Il trumpismo teorizza prima e sentenzia immediatamente dopo che non intende perseguire l’isolazionismo economico interno di cui è stato, piuttosto sbrigativamente, considerato il padre politicamente putativo. In un primo momento il presidente Nigeriano Bola Tinubu ha respinto le accuse americane di inefficienza da un lato, di manifesta inattività dall’altro, nei confronti della repressione delle milizie ISIS nel nord del paese (quasi vi fosse una sorta di collaborazionismo o, per meglio dire, di colpevole tolleranza dei misfatti dei terroristi nei confronti delle comunità cristiane). Al momento dell’attacco americano, però, il governo di Abuja si è allineato: collaborazione con Trump senza alcun se, senza alcun ma.

Grande federazione di Stati piuttosto complessi nella loro gestione, la Nigeria è, sul piano religioso, letteralmente spaccata a metà tra cristiani di orientamento per lo più protestante (il 49% della popolazione) e musulmani (49% anche qui). Il restante 1% pratica culti animisti. Autorevoli studiosi affermano che le persecuzioni dello Stato Islamico del Sahel sono sì rivolte per lo più verso le comunità cristiane, ma non di meno anche quelle musulmane sono oggetto di violenze da parte di gruppi come Boko Haram che non sono mai stati sciolti e su cui non si è mai intervenuto duramente per liquidarne la presenza nel nord del paese. La Nigeria è, e non da oggi, il primo Stato africano per ricchezza generata dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio. La presenza delle milizie armate, e degli scontri che ne derivano, non fa che alimentare un’instabilità che non aiuta questi commerci mondiali.

Ecco uno dei motivi principali dell’intervento trumpiano: favorire il tutto, sostenere nuove esportazioni verso gli Stati Uniti d’America, rendere Abuja un partner commerciale ancora più diretto e affidabile. Del resto, Boko Haram si è scissa in due fazioni principali che puntano ad interventi terroristici su scala differente: una con un raggio di azione più continentale e globale (gli islamici con culti più tradizionali che si situano essenzialmente nelle regioni nord-orientali tra gli Stati di Yobe e Borno fino al Lago Ciad), un’altra invece con un puntamento più propriamente locale formata da qualche migliaio di miliziani che hanno le loro basi sempre nella zona predetta. Nello Stato di Sokoto, come in quelli della Nigeria nord-occidentale, si pratica l’islamismo sunnita. La guerriglia di Boki Haram circonda questa zona nord cingendola anche da est.

Dal ritorno della democrazia nel 1999, la grande federazione nigeraniana ha fatto dei passi avanti, ma non si sono mai del tutto attenuate le persistenti incertezze che hanno riguardato i presidenti a capo di uno Stato in cui non solo le ambiguità politiche hanno pesato sulla complicata economia in crescita, ma gli interventi del neocolonialismo occidentale hanno continuato a fare la loro parte. Trump sa benissimo che la Nigeria era, è e rimane una sorta di cartina di tornasole dell’intero continente africano. Chi è capace di influenzarne o controllarne l’economia multistrato, in fondo non fa che riverberare questa egemonia su altri Stati tanto limitrofi quanto più lontani ma, al contempo, vicini ad esempio alle lande mediorientali nonché a quelle europee.

La regione del Delta è quella più interessata ad una implementazione delle estrazioni petrolifere dove, infatti, si concentra un altro tipo di guerriglia tutta economica e finanziaria, sostenuta da gruppi armati non meno spietati di quelli terroristici dell’ISIS. Trump colpisce a nord per attenuare quelle contraddizioni derivate dalla presenza di uno Stato Islamico del Sahel che gli interessa eliminare non per le persecuzioni contro la popolazione di fede cristiana, ma per i problemi che può arrecare al complessissimo, fragile impianto federale nigeriano. Ancora una volta le evidenti ipocrisie sono facili da svelare: basta andare al cuore degli interessi economici che sono strutturali e che, quindi, guidano le politiche delle grandi potenze imperialiste.

La minaccia americana sul mondo non è venuta meno: dove sussiste o si rende più evidente e forte un problema all’approvvigionamento per Washington di grandi fonti di risorse primarie, lì si inventa un pretesto per intervenire. Per quanto vero sia il punto che sta al cuore di quel pretesto, ossia in questo caso il fatto che Boko Haram effettivamente perseguita le comunità cristiane nigeriane, il primo intento non è mai quello che si dichiara. Dalla fine delle dittature del Golfo e dell’Africa Sahariana alla guerra al terrorismo qaedista, passando per mille altri motivi spacciati per nobili intenti su scala globale, conta per la Repubblica stellata solo quello che le serve, che le abbisogna. Costi quel che costi…

MARCO SFERINI

27 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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