Conoscendo un po’, ormai, la megalomania trumpiana, si poteva davvero avere qualche dubbio in merito al fatto che il presidente-magnate non facesse uno sperticato elogio del suo primo anno di seconda presenza alla Casa Bianca? Chi ha anche solamente potuto ipotizzare o latamente credere che sarebbe quanto meno partito da un punto di autocritica è stato smentito in men che non si dica, disilluso e riportato alla cruda schiettezza del confronto con un capo di Stato che si comporta da vero e proprio autocrate.
L’affermazione, come del resto il personaggio, è forte e, viste le smentite che riceve da una larghissima parte degli analisti economici a stelle e strisce, è degna della propaganda fin qui resa da Trump al suo popolo quando si rivolge alla nazione, quando intende lanciare un messaggio che ha, oltre agli obiettivi che evidentemente si pone, anche altre mire. L’attenzione di The Donald sembra spostarsi, da qualche settimana a questa parte, su un fronte più interno, dove le problematiche iniziano a farsi sempre più cocenti e, per questo, inevitabilmente cogenti.
La grande enfasi prosopopaica sulla missione quasi divina nel porre fine a sette guerre (troppo poche per un uomo del destino!) segna un po’ il passo, stancamente affannata dal trascinarsi del conflitto in Ucraina, dall’irrisoluzione di quello di Gaza dove, per lo meno, a favore di telecamera sono stati messi degli accordi scritti che, però, non stanno dando particolare riscontro: i palestinesi muoiono di fame, di freddo, sotto le sferzanti piogge di un inverno che fa della striscia una prigione di melma fangosa.
Ma i sogni di gloria del trumpismo possono aspettare anche qualche altra decine di migliaia di morti per una inedia cui si sommano tutte le difficoltà di trovare un riparo, di poter vivere all’asciutto, di non dover vedere sorgere vecchie epidemia che sembravano ormai un retaggio del passato. Tutto scorre, eppure i problemi interni alla grande Repubblica stellata emergono dalle cifre che lasciano dubitare del fatto che Washington possa vincere la partita con la Cina nell’ambito del multipolarismo ormai consolidato, lasciando la Russia in un piano competitivo di minore rilievo; senza però mai dimenticarne il rinvigorimento avuto, da qualche anno a questa parte, proprio grazie alla guerra.
Gli indicatori interni suggeriscono che la qualità della vita negli Stati Uniti d’America è notevolmente peggiorata. Nonostante in diciotto minuti di discorso alla nazione Trump si sia orientato a dimostrare come, da dodici mesi a questa parte, lui sia riuscito praticamente ad invertire la rotta segnata dal fallimento decretato dalla precedente amministrazione di Joe Biden e Kamala Harris, i fatti hanno la testa dura e i dati pure: lì dove vince il democratico e socialista Mamdani, i rapporti delle agenzie di indagine sulla qualità della vita nella Grande Mela affermano che la condizione abitativa è fortemente peggiorata.
Una delle spinte prime della direzione del consenso verso il candidato democratico è stata proprio l’emergenza casa e il caro affitti, nonché il caro vendite. Quasi la metà degli newyorkesi si riferisce proprio all’abitazione come ad uno dei campanelloni di allarme della crisi economica in atto (fonte: 5Boro Institute). Il 40% degli inquilini spende il 30% del proprio salario per l’affitto, mentre un altro 25% addirittura arriva a lasciare il 50% delle proprie entrate per il pagamento della pigione. Quanto costa un affitto mensile a New York? In media più di cinquemila dollari. Il reddito medio di una famiglia si attesta sugli ottantottomila dollari annui.
I conti sono presto fatti e danno ragione agli istituti che analizzano queste fluttuazioni del mercato del mattone, questi veri e propri sconvolgenti numeri che rendono oggi impossibile la vita a milioni e milioni di americani. Ma Trump promette: elargirà 1776 dollari di paga speciale per un milione e mezzo di soldati. Cifra simbolica, nel senso che rimanda all’anno della proclamazione dell’indipendenza dalla madrepatria britannica. Quisquilie lì messe per ingraziarsi il favore dell’esercito, della marina e dell’aviazione. Per rinsaldare un legame tra forze armate e Casa Bianca soprattutto in tempi di neosovranismo MAGA, di ritorno alle tradizioni, di consolidamento del potere.
Sempre nei diciotto minuti poc’anzi citati, Trump sentenzia che l’immigrazione irregolare, a fiumi sotto la presidenza democratica, ora è stata quasi messa al bando, così come, per fare buon cinicissimo peso, anche il dilagare del transgenderismo tra le divise e in altri settori dell’amministrazione pubblica. Ma pure qui i dati dicono l’opposto: anzitutto che l’immigrazione rimane un problema perché non è gestita secondo un metodo razionale ma solamente seguendo delle linee di condotta fortemente repressive che causano ulteriore disagio, sofferenza e anche vittime.
Per non parlare del debito pubblico che è al 124% del Prodotto Interno Lordo, circa trentaseimila miliardi di dollari. Non una enormità, qualcosa di quasi inimmaginabile se si trattasse di un paese europeo o di una nazione non compresa tra i giganti della competizione mondiale multipolare. Il riguardare i problemi di natura economica e sociale interni come un qualcosa di separabile dal più complesso scenario internazionale, è un artificio trumpiano che non potrà durare molto. Non funziona nemmeno oggi, pur riproponendo un ruolo egemone degli Stati Uniti partendo da una riconsiderazione dei rapporti di forza non solo tra le classi ma tra le stesse etnie.
È toccato già dire, e qui lo si ripete, che gli USA non sono in grado oggi di dispiegare le loro forze militari nel mondo per affrontare una guerra sul campo: ma sono ancora meno in grado di affrontare una guerra commerciale, ad esempio con una Cina che seriamente rischierebbe di stracciarli su un terreno in cui molte delle innovazioni tecnologiche portano il marchio del celeste impero e non di quello a stelle e strisce. In questo senso, anche il complesso apparato tecnocratico e burocratico americano ha ingessato molte delle azioni che sarebbero state opportune per una competizione di questa natura.
Il tutto, manco a dirlo, a discapito non solo della classe media ma, soprattutto, del moderno proletariato suburbano che ha sempre meno tutele e garanzie e che vive letteralmente ai margini di una società già fortemente impoverita dalle politiche iperliberiste fatte sotto le amministrazioni democratiche e rimpinguate da quelle repubblicane e poi trumpiane. Il dirigersi dell’amministrazione attuale verso le sponde dell’America Latina, scagliando la nuova offensiva contro il Venezuela di Maduro, lascia intendere che si segue anche una vecchia idea kissingeriana sull’estensione del NAFTA (l’area di libero scambio del Nordamerica) fino alla Terra del Fuoco e, conseguentemente, anche in direzione europea.
Un presupposto quest’ultimo piuttosto ostico per il trumpismo che riguarda i Ventisette come un accidente di percorso, un ingombro sulla via del confronto diretto tra Washington, Mosca e Pechino. Del resto, su questo fronte, è molto difficile poter dare torto al presidentissimo perché oggettivamente l’Europa si presenta come un marasmatico assemblaggio di tendenze, spinte e propulsioni differentissime tanto internamente quanto, in particolare, esternamente. Il vecchio ordine della Guerra fredda si era andato stabilizzando (si fa per dire…) sull’orizzonte atomico: la deterrenza era il punto di equilibrio di una percezione di precaria tenuta di una equipollenza tanto in termini militari quanto politici ed economici tra USA e URSS.
Oggi, soprattutto oggi, saltata la possibilità della completa egemonia statunitense sul pianeta, la fase multipolare innesca da ormai qualche decennio un rimescolamento delle carte, riproponendo scenari anche simili, di fronteggiamento armato, ma giocando anzitutto la partita sul dualismo rappresentato dalla spinta ultraliberista del mercato in criminale associazione con quella della speculazione finanziaria su vasta scala. Trump parla di “rispetto” del resto del mondo per l’America proprio in relazione ad un “boom economico” che dovrebbe inverarsi di qui a brevissimo tempo.
Ripetiamolo: gli indicatori micro e macroeconomici smentiscono questo eclatante ottimismo presidenziale. Propaganda della peggior specie; soprattutto se si pensa alle premesse della crisi economica che risiedono in larghissima parte nello sconvolgimento degli assetti naturali cui il capitalismo di rapina moderno sottopone l’intero pianeta. Dunque, alla fase di disarmo nucleare oggi subentra un qualcosa di più agghiacciante della teorizzazione del riarmo su questo versante: siamo già nell’era di una nuova proliferazione degli armamenti più devastanti e le conversioni di numerose produzioni civili in militari parlano apertamente di una inversione di tendenza marcata e non solamente accennata e indotta dagli ultimi eventi bellici.
Siamo innanzi ad una scelta globale, ad un riposizionamento delle grandi potenze di un tempo e di quelle emergenti nel medio-lungo termine dell’oggi. In aiuto a questa nuova impostazione del capitalismo tanto americano quanto transcontinentale viene il massiccio investimento che si può chiaramente registrare in materia di comunicazioni, di telecomunicazioni e della nuova “Artificial Intelligence” (AI): gli investimenti in merito sono qualcosa di più della semplice classificazione sotto il termine di “enormità“. C’è una sproporzione (per quanto, dicendola così, sembri così di stare sempre nel perimetro dell’eufemismo) tra ciò che lo Stato spende nel sociale e il puntamento delle risorse in questi nuovissimi settori di sviluppo.
Tanto che il rialzo del Prodotto Interno Lordo tra il 2024 e il 2025 fa degli Stati Uniti il paese in cui maggiormente si è investito in intelligenza artificiale. Prima fra tutte è OpenAI di Musk e Altman. La saldatura tra amministrazione MAGA e nuova generazione imprenditoriale del settore non è mai venuta meno; nemmeno quando tra l’uomo di Marte e quello della Casa Bianca i rapporti parevano scricchiolare al punto da essere irrimediabilmente compromessi. Su tutto prevale la necessità del potere da un lato, quella del profitto dall’altro. I diciotto minuti di Trump alla nazione hanno contenuto la promessa dei tassi bassi, di un cambio alla Federal Reserve e di una inversione di rotta sul largo fronte economico e sociale.
Ma proprio su questo fronte il trumpismo segna i suoi passi, arranca davanti ad una crisi che non può risolvere e in cui i suoi competitori sono agguerriti. Sarà piuttosto dura per il presidentissimo, ma sarà, questo è certo, molto più dura per decine e decine di milioni di cittadini americani. Soprattutto per quelli già oggi in un regime di povertà diffusa, crescente e di cui a questi cinici amministratore del potere non interessa proprio un bel niente.
MARCO SFERINI
18 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














