Marco Sferini
Destra che perde, destra che vince sul bel Danubio blu
È troppo presto per cantare vittoria. Però, non è poi così balzano affermare che si intravedono delle inversioni di tendenza in un rapporto di assoluto privilegio tra i sovranisimi populisti, le autocrazie illiberali, i compositi schieramenti di una destra mondiale che, fino a poco tempo fa, pareva inscalfibile, inattaccabile, destinata ad avere un consenso sempre più crescente e inarrestabile. Anche le peggiori dittature novecentesche, ad un certo inevitabile punto, hanno dovuto fare i conti con la realtà cruda di quei fatti economici e sociali, nonché – ovviamente – con quelli bellici, ancora più coriacei ed ostinati di quelli appena citati.
Quelle realtà, l’una sommata all’altra, hanno determinato la progressiva destabilizzazione di quadri e piani di espansione di domini a cui, in un primissimo momento, era impossibile non attribuire l’invincibilità come elemento propriamente caratterizzante l’ascesa i totalitarismo stessi. Corsi e ricorsi storici, si sarebbe detto ai tempi degli studi giovanili. Oggi si discute delle ciclicità di crisi multipolari che riguardano un po’ tutte le aree geopolitiche del globo e che, quindi, rivelano una oggettiva – quasi ontologica – fragilità di un capitalismo iperliberista incapace di relativizzare e minimizzare le proprie instabilità, diminuendo il potenziale endemico della propria contraddizione in essere: aumentare la produzione della ricchezza per distribuirla solo ad una piccolissima parte del pianeta.
Le destre estreme, i nazionalismi esasperati alla Orbán, alla Trump, alla Milei come anche al fenomeno putiniano in Russia (pur con tutte le differenti combinazioni con quelli occidentali), prima o poi finiscono con il doversi raffrontare con crisi che sovrastano le loro prerogative tanto politiche quanto organizzative di una tutela dei privilegi cui sono devoti: quelli dei grandi imprenditori nazionali così come quelli delle multinazionali che fanno affari d’oro là dove maggiore è l’instabilità sociale governata da esecutivi che fanno della guerra tra i poveri la cifra di logoramento dei costituzionalismi democratici.
Alla lunga, tanto le vecchie quanto le più giovani generazioni tirano le somme e si rendono conto che gli spazi di agibilità per sé stessi come per chiunque altro sono sempre più diminuiti. Sono state limitate quelle libertà civili che sono strettamente legate a quelle sociali, proprio perché, nello schema multipolare che rende concorrenti fra loro nuovi assetti regionali che puntano all’egemonia globale, la necessità urgente è massimizzare i profitti a scapito di qualunque preteso richiamo ad una umanità che si scopre senza un futuro, imprigionata nelle claustrofobiche recinzioni di ossessioni identitarie che erigono muri di novello filo spinato alle frontiere, pensando così di alzare il livello del patriottismo.
Dove il potere di acquisto dei salari e delle pensioni frana rovinosamente, dove non si può parlare, discutere e baciarsi liberamente, dove non è consentito altro se non approvare le politiche del governo, se la democrazia non è completamente stata messa da parte perché le elezioni si svolgono regolarmente (a parte nei tragici teatri di guerra dove ogni diritto è completamente abolito), lì si può sperare che il peggio del peggio venga messo da parte e che un recupero della critica coscienziosa nei confronti dei moderni tentativi di assolutismo possa farsi piano piano nuovamente strada. La detronizzazione di Viktor Orbán è la sola buona notizia che si è potuto avere dalla giornata elettorale ungherese.
Per il resto il quadro magiaro rimane a tinte fosche: il successore dell’autocrate xenofobo e omofobo è un suo ex delfino, un suo ex collaboratore che promette una nuova Ungheria, il ritorno pieno della democrazia con libertà e diritti ripristinati, partendo dal rispetto del ruolo della magistratura: un qualcosa che anche noi in Italia abbiamo rischiato di conoscere molto bene e che, grazie proprio al moto cosciente e critico del popolo italiano, è stato sventato assestando al governo di Giorgia Meloni un durissimo colpo sul piano politico e non di meno su quello più complessivamente costituzionale. La dimostrazione prima, in questi frangenti, è quella degli anticorpi che, pur con tutte le loro difficoltà, le democrazie riescono a mettere in atto quando non è possibile per i loro detrattori superarle di netto.
Non sussiste alcun dubbio sul fatto che, internamente al contesto ungherese, sia in atto una crisi istituzionale che origina da una crisi del potere stesso e dei rapporti politici che si sono anche determinati con il voto: dopo quasi vent’anni di istituzionalizzazione dell’orbánismo, i principali centri amministrativi dello Stato magiaro sono in mano a fedelissimi di Fidesz. Dai vertici della polizia a quelli dell’agenzia delle entrate: quindi dal controllo sociale e civile a quello economico. Le prime dichiarazioni di Magyar sono andate proprio in questa direzione: rimuovere questo apparato condiscendente il governo e ristabilire un equilibrio tra i poteri. Se accadesse sarebbe un primo segno di ripristino di una liberalità che era ormai quasi dimenticata a Budapest.
Le sue dichiarazioni riguardo la problematica sociale delle migrazioni non lasciano certo ben sperare che, invece, altri assetti vengano mutati, certi muri siano abbattuti: il giovane nuovo premier ungherese non ha fatto mistero nella appena trascorsa campagna elettorale di esibire alla popolazione una affinità non cancellata col suo predecessore in materia di xenofobia. Le sue parole precise sono state: «Ci sono paesi europei che sono riusciti a risolvere il problema di conformarsi al diritto comunitario e allo stesso tempo impedire l’ingresso di migranti illegali. La Slovacchia e la Polonia ne sono un esempio: è possibile, basta volerlo». La linea del compromesso con l’Europa, quindi, a questo riguardo non esclude una conferma dell’esclusione nel nome – manco a dirlo – del nazionalismo riconfermato.
La rivincita democratica quindi è tutta da dimostrare nei fatti, proprio perché le premesse sono di natura tutt’altro che critica quando si tratta di difesa dei diritti civili e umani: ciò non stupisce e l’Europa di von der Leyen ha buon gioco ora nel tentare di provare che c’è la possibilità concreta di una ritrovata unità. Sì, nel nome comunque di una destra continentale che, dietro cinquanta sfumature di nero, egemonizza la UE: dall’Italia all’Ungheria, dalla Croazia alla Cechia, dai Paesi Bassi alla Lituania, dalla Svezia alla Finlandia, passando per il centrista e liberista governo francese e quelli di coalizione a traino centrodestra in Portogallo, Germania, Austria, Polonia, Slovacchia, Romania, Danimarca, Irlanda, Cipro e restanti paesi baltici. Unico spiraglio progressista in Spagna con il governo socialista di Sànchez.
Fatte queste debite considerazioni, la cacciata di Orbán appare figlia di un voto di massa che è andato oltre la singolarità della proposta politica di destra di Peter Magyar. Chi ha preferito quest’ultimo al vecchio leader ipernazionalista, sapeva di votare per un partito conservatore rivolto però ad Occidente, quasi cercando nell’Unione europea un’ancora di salvezza dal precipizio autoritario in cui era sprofondata da oltre quindici anni l’Ungheria. È altrettanto probabile che una gran parte dell’elettorato abbia esercitato una sorta di “voto utile“, sacrificando così una necessaria presenza di sinistra nel parlamento di Budapest.
Ed infatti la composizione dello stesso è una tinta quasi unica, con sfumature molto diverse, ma sempre di destra si tratta. La vittoria di Peter Magyar, quindi, non è assolutamente una garanzia di cambiamento in senso sociale e civile visto che rappresenta una destra moderata e popolare ma pur sempre nazionalista. Tuttavia dobbiamo sapere leggere la concretezza che i risultati elettorali consegnano e che, purtroppo, fanno leva con troppo ottimismo su un asse continentale che li deluderà ben presto. Incomprensibile, del resto, è ragionamento opposto, di chi, a sinistra, afferma che non c’è da rallegrarsi proprio per niente, di niente e in nessun caso.
L’uno valeva l’altro e quindi chi oggi – come qui si può leggere – si compiace di un fatto che reputa positivo, altro non sarebbe se non un ottuso o, peggio ancora, una sorta di traditore della Causa. Forse non è chiaro, ma esultare per la dipartita politica di Orbán non vuol dire plaudire Magyar… Non sempre il nemico del mio nemico è mio amico. Ed infatti qui nessuno è felice del fatto che nell’Országház siedano solamente deputati dichiaratamente di destra, nazionalisti e liberisti. Oggi noi commentiamo il fatto che il cambio di regime è una buona notizia: per quanto ci riguarda lo è per i motivi che abbiamo esposto; per quanto riguarda i vertici europei lo è perché Magyar ha tirato la volata alla sua elezione sulla base del filo-europeismo senza troppi se, senza troppi ma.
Se così non fossero andate le cose, ci ritroveremmo a scrivere di una riconferma di Viktor Orbán a capo del governo magiaro e di un rafforzamento del suo sistema di potere e dell’asse non solo con l’Est ma pure con Meloni e con quel trumpismo che non è disconosciuto ma, anzi, largamente apprezzato. Non c’è alcun dubbio sul fatto che Magyar sia per la Commissione europea il presidente oggi ideale per riportare l’Ungheria in seno al perimetro del liberismo del Patto di Stabilità e, quindi, del piano sdrucciolevole dell’austerità a tutto tondo. Il punto è che molte analisi tendono, soprattutto negli ambienti della sinistra di alternativa a non vedere il cambio di passo dell’elettorato, la volontà popolare di mettere un argine ai sovranismi e ai populismi.
Con una risposta di destra? Sì, purtroppo. Con quella che è maturata in un contesto, quello ungherese, che aveva preferito una risposta ancora più di destra nei tre lustri precedenti. Non ci si deve mai dimenticare il contesto da cui si parte per poter avere così più chiaro il punto di arrivo. Tutto viene sempre visto nell’ottica campista. Si è in gran parte persa la capacità della distinzione massima in virtù di una minima che è, al contempo, una vera e propria banalizzazione delle differenze. Il semplicismo con cui si trattano i pensieri e le riflessioni altrui è veramente la cifra di una pigrizia mentale che si associa ad una voglia di scontro permanente con chi non la pensa ESATTAMENTE come noi. Così, si fa largo una insopprimibile esigenza polemica che si accompagna ad una destrutturazione del ragionamento.
È importante che non ci si arrenda al fatto che si tende a semplificare estremamente per avere comunque ragione. Non solo dall’economia proviene il cambiamento, ma anche da una commistione con un diverso modo di approcciarsi agli altri, rispettando le opinioni e dando valore a qualunque pensiero. Esclusi ovviamente fascisti ed affini. Dunque, la fine politica di Viktor Orbán è e rimane una ottima notizia. Riguardo il presente e il futuro politico ungherese nelle mani oggi di Peter Magyar al momento si può solo aspettare: la formazione del governo, i primi provvedimenti e il rapporto che intenderà avere con la UE. Tutte incognite su cui è facile presagire perché, in definitiva, si tratta di euro sonanti che vanno e che vengono da Bruxelles a Budapest e viceversa.
Ma se in Ungheria si potesse nuovamente scioperare, manifestare per i diritti di tutte e tutti, per rivendicare con le lotte una nuova giustizia sociale, dite che sarebbe poi così male?
MARCO SFERINI
14 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















