Guerre e pace
Destra acquattata, scansa la guerra se non è quella civile
La folla acclamava il Vate che in quelle «radiose giornate di maggio» trascinarono l’Italia a rovesciare le alleanze per gettarsi, buon’ultima, nella Grande Guerra. Con quale bilancio disastroso, lo si sarebbe constatato dopo l’ascesa e la caduta del fascismo
«Beati i giovani affamati di gloria, perché saranno saziati», tuonava Gabriele D’Annunzio il 5 maggio 1915 a Genova, davanti allo scoglio di Quarto da cui erano partiti i mille garibaldini in camicia rossa.
La folla acclamava il Vate che in quelle «radiose giornate di maggio» trascinarono l’Italia a rovesciare le alleanze per gettarsi, buon’ultima, nella Grande Guerra. Con quale bilancio disastroso, lo si sarebbe constatato dopo l’ascesa e la caduta del fascismo, trent’anni dopo.
Adesso, nella guerra che divampa, siamo qui a chiederci: oibò, davvero i discepoli degli interventisti di allora si son trasformati in neutralisti? Da cultori che furono di D’Annunzio, Marinetti, Corridoni, Mussolini – la cui retorica patriottarda gonfia tuttora loro il petto quando si tratti di «difendere i sacri confini della Nazione» dagli sbarchi di straccioni disarmati – li ritroviamo trasformati in pacifisti destrorsi?
Perfino l’intrepido generale Vannacci l’altro ieri, dopo la distruzione di un nostro velivolo nella base di Ali Al Salem, ha raccomandato: «Il Kuwait? Andiamo via».
Le notizie dei militari italiani bersagliati in Iraq, nel Golfo, in Libano, finiscono seminascoste o del tutto espunte dalle prime pagine dei giornali di destra scatenati con i loro titoloni per il Sì al referendum sulla giustizia. Mancano pochi giorni e la parola d’ordine è: minimizzare.
Non siamo in guerra e non ci entreremo. Né condividere né condannare. Perfino Trump e il suo rapporto speciale con Giorgia Meloni – per non parlare di Netanyahu – vengono nascosti sotto lo zerbino perché la loro impopolarità nuocerebbe alla guerra cui i nazionalisti nostrani tengono di più: quella contro i magistrati italiani.
Lo stesso Salvini, cui non sembra vero di schierarsi contemporaneamente con Trump e con Putin sulla ripresa degli acquisti di petrolio russo, si guarderebbe bene dal rilanciare l’ultimo proclama della Casa Bianca: «Dio benedica il nostro grande esercito, che ho ricostruito fin dall’inizio del mio primo mandato, per conseguire una pace duratura attraverso la forza».
Guai. Gli unici riferimenti indiretti alla guerra ammessi sui giornali filogovernativi riguardano la «sinistra pasdaran» che insieme alle associazioni islamiche fomenterebbe la propaganda del No. Se proprio abbiamo un nemico, recitava ieri il titolone d’apertura de La Verità, è l’Europa che «ci rimette alla canna del gas».
Invano Trump chiede agli alleati di fare di più per restituire alla navigazione lo stretto di Hormuz. «Sarebbe molto negativo per il futuro della Nato» se non collaborassero, minaccia… State pur certi che Meloni parlerà per ultima, dopo che i capi di governo di Germania, Regno unito, Spagna e pure la Grecia gli hanno risposto picche.
Resterà, il suo, un tortuoso sottrarsi. Fece così, del resto, anche con l’Ucraina: vantandosi di aver ideato un meccanismo di protezione militare degli alleati a favore di Kiev, salvo poi precisare che l’Italia non ci manderà un soldato. Lo stesso, naturalmente, a Gaza. Noi non siamo in guerra con nessuno. Noi stiamo acquattati.
Piacerebbe a questo punto rendere omaggio alla destra italiana che rinnega il nazionalismo bellicoso del suo passato. Preferiamo certamente, insieme alla grande maggioranza degli italiani, una destra che si tiene fuori dalla guerra irresponsabilmente scatenata da quelli che restano pur sempre i suoi modelli ideali: Usa e Israele (non ci dica però guerra «a sua insaputa»; lo sapevano anche i sassi che era in preparazione, e una leadership degna di questo nome avrebbe potuto distanziarsene per tempo). Vabbè, meglio doppiogiochisti che avventuristi.
Ma il nonsense impersonato da questa destra «pacifista» – loro direbbero «pacifinta» – ha ben poco di affidabile. La sua modernità, fra le ragioni principali del suo successo, consiste nell’aver declinato il culto della Nazione e della forza innanzitutto contro il nemico interno. Cavalcando il malessere di una vasta platea interclassista contro l’invasione del suo territorio.
Accusando di disfattismo e collaborazione con oligarchie finanziarie apolidi chi ritiene necessario dare più potere a organismi sovranazionali. In sintesi, la nostra destra oggi si ritrova più Maga che trumpiana. Più che per la guerra esterna è attrezzata per la guerra civile. Pervenuta al governo di un paese come il nostro non può certo permettersi l’isolazionismo made in Usa.
Ma nemmeno quando s’imbosca nel contesto internazionale può rinunciare al suo profilo minaccioso rivolto contro nemici alla sua portata. Cioè deboli. Facili da maltrattare.
GAD LERNER
foto: screenshot ed elaborazione propria


















