Partiamo dall’assunto hegeliano, posto in prefazione nei “Lineamenti di filosofia del diritto” (1820), per sviluppare meglio i pensieri che si andranno evidenziando di seguito: «Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale». Si tratta di una frase molto famosa che stabilisce una perfetta identità di vedute da parte della ragione nei confronti della realtà tangibile, a cominciare da noi stessi nella relazione che abbiamo con essa, e di un rimando di conseguenza dalla realtà alla nostra capacità di interpretazione e di elaborazione.
Nulla di ciò che ci sta intorno è incomprensibile dal punto di vista meramente razionale. Andiamo scrivendo da tempo in queste pagine che l’antropocentrizzazione del mondo riguarda anche la categorizzazione dello stesso secondo – del resto inevitabilmente – i nostri canoni di schematizzazione; quindi di una classificazione dei fenomeni, delle cose, degli esseri viventi e senzienti, di tutto quello che, in poche parole, sta al di sotto della volta celeste ed è riferibile al micromondo terrestre in cui ci troviamo. Ciò che, invece, va oltre la volta celeste fa parte di un piano differente di acquisizione della conoscenza.
L’Universo non sfugge al razionale, in quanto realtà, ma la sua estensione, la sua dimensionalità tanto spaziale quanto temporale, la sua sondabilità fino ad un certo punto, in uno spettro di non oltre 46,5 miliardi di anni luce di raggio, lasciano intendere che non tutto ciò che è reale è raggiungibile dalla ragione, per oggettivi limiti tanto oggettivi, ossia di capacità visiva, quanto immaterialmente concettuali, ossia di “pensabilità” di un qualcosa che si estende senza una fine in qualunque direzione. Resta però il presupposto che tutto ciò che esiste materialmente nell’esistente (che spesso viene confuso con il “vuoto” (che non è propriamente quello chiamato “cosmico“) è razionalizzabile.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Nonostante ce ne sfugga chissà “quanto” e ammesso che una categoria che possa definirlo proprio in termini di quantità in relazione, quindi, ad un qualcosa che è misurabile. Mentre, invece, tutto quello che riguarda il Grande Mistero dell’Universo pare oggettivamente non essere fatto per essere razionalmente conosciuto fino in fondo e, dunque, compreso. Ci troviamo così di fronte non alla confutazione dell’equazione razional-realistica formulata da Hegel, ma ad una sua collocazione in un piano di realtà che quasi la trascende, che la supera necessariamente perché questo tipo di ragione è propria della finitezza umana.
Il nostro mondo conosciuto e, per certi versi, ancora molto misconosciuto (basti pensare al centro della Terra…) non è nemmeno la parte di un tutto, ma, se osservato dal punto di vista del tutto immaginario di una lente capace di guardare l’immensità dell’Universo, appare come uno tra quei miliardi e miliardi di pianeti che ruotano attorno ad altrettanti miliardi di stelle che fanno parte, a loro volta, di miliardi e miliardi di galassie. Democrito lo anticipa con grande acume: l’unità inscindibile dell’atomo non è più un qualcosa di solamente ascrivibile alla geometria pitagorica. Non sono solo punti da considerare concettualmente, ma sono entità fisiche.
Tra le tante intuizioni dell’abderita, che hanno rivoluzionato il pensiero antico e, nei secoli successivi alla sua morte, gli hanno procurato una censura pressoché totale da parte dei copisti monacensi che preferivano copiare e tramandare le opere dei filosofi considerati più afferenti al Cristianesimo, vi è proprio la caratterizzazione dell’atomo, quindi della materia, come un qualcosa di fisico, di spaziale, di inserito nell’esistente e capace di essere soggetto e oggetto del mutamento della materia. Così, il vuoto non è più nemmeno definibile parmenidianamente come il “non-essere“, ma come “assenza di atomi“. Il nulla non esiste, perché anche laddove pare non essere presente la materia, esiste l’esistente: il vuoto è una forma di esistenza di per sé e in sé.
Le moderne scoperte scientifiche corroborano questa impostazione atomistica e materialista: dell’Universo noi conosciamo solo una parte materiale, molto, molto ridotta. Tutto ciò che i nostri sensi possono percepire è riferibile a quella che gli scienziati definiscono la “materia barionica“: appena il 5% della composizione dell’esistente visibile. Quindi, tutto quello che si citava poco sopra: ossia pianeti, stelle, galassie… La cosiddetta “materia oscura” e l’altrettanto detta “energia oscura“, sono invisibili agli occhi umani. Democrito quando introduce i primissimi elementi dell’atomismo, non lo sa, ma si riferisce a quella che oggi viene definita la “materia ordinaria“. Per noi, tuttavia, l’atomo è un qualcosa di assodato. Sappiamo che, scrutando nel piccolissimo ma non infinito particolare della materia di cui siamo composti e di cui ogni cosa è composta, arriviamo all’atomo.
Per Democrito la questione della “fisicità” dello stesso non riguarda – ovviamente – una percezione sensoriale diretta. Nemmeno qui ed ora possiamo dire di “toccare l’atomo“; semmai di toccare, sentire, vedere, gustare tutte cose che sono composte da atomi. Democrito lo evidenzia molto accuratamente: gli aggregati di questi sono da noi tangibili, ma la prima essenza degli stessi no. Con la mente e, naturalmente, con le nostre mani possiamo dividere molte cose, possiamo separare delle unità che, quindi, ci fanno considerare reale il molteplice – pur nel contesto inconoscibile e insensibile dell’immensità universale – e, allo stesso tempo, non contraddicono l’indivisibilità dell’atomo.
La divisione della materia, quindi, non è proseguibile all’infinito: ha una sua essenzialità, un suo limite. Oggi noi sappiamo che l’atomo è divisibile e che è costituito da altre particelle subatomiche chiamate “adroni” (in pratica i protoni e i neutroni). Sappiamo che l’ultimo stadio della divisibilità della materia è il quark, la quintessenza della particella definibile come “elementare“. Arrivati a questo punto ci si deve domandare, un po’ come fece Aristotele, se davvero tutto l’esistente è riconducibile alla sola materialità, alla sola sensibilità delle cose, delle persone. Che posto occupano le emozioni, i desideri, le paure, le angosce, le gioie, i turbamenti e ogni altra forma di relazione caratteriale tra noi e tra il resto del mondo?

Aristotele visto da Raffaello Sanzio nell’affresco “La scuola di Atene” (1509-1511)
Democrito viene accusato da Aristotele di voler scientemente ridurre tutta la realtà al solo metro della sensibilità, escludendo che possano esistere altri piani dell’esistente, altre forme che interagiscono fra loro e danno come risultato ciò che siamo: in sostanza, l’accusa al materialismo atomistico è formulata seguendo il principio che si sia partiti dall’oggettività sensibile della realtà per arrivare alla considerazione che esiste l’atomo, quindi una particolare semplicità della materia che ha una sua unicità pur nella più complessa e complessiva struttura del molteplice in cui si aggrega o viene aggregata dal caso, dall’incontro e dallo scontro degli atomi stessi.
Per Democrito gli atomi hanno due sole qualità: sono grandi e hanno una forma geometrica. Se due o più atomi si saldano fra loro – sostiene l’abderita – le differenze che possono intercorrere riguardano quindi la quantità e la struttura. Il Nostro sarebbe stato un ottimo enigmista, soprattutto nella risoluzione degli anagrammi: partendo proprio dalla diversità tra le parole composte da lettere uguali, prende spunto per definire la composizione della materia secondo il principio atomistico. Una parola come “insalata” la si può ricomporre così: “analista“, “lesinata“, “antisale“, per fare un esempio… Democrito sostiene che anche gli atomi si comportano così nelle loro aggregazioni e, seguendo i princìpi della moderna chimica, si può dire che non avesse affatto torto.
Un’altra sua intuizione, certamente: composizione e scomposizione della materia, ma osservabilità della stessa nelle sue particelle elementari atomiche (et hodie subatomiche). Sempre e comunque. Aristotele ritiene divisibile all’infinito ciò che invece non lo è; ritiene la materia un continuum che potrebbe forse essere tale, considerando che non tutto ciò che non si vede non è detto che non esista (materia ed energia oscura sono lì a dimostrarlo…) e, dunque, possiamo affermare che gli sviluppi successivi tanto della metafisica quanto della fisica sono affidati ad un insieme di compenetrazioni tra il “finalismo” e la “fisica delle qualità” con l’atomismo e il materialismo meccanicistico.
Le divisioni nelle antiche scuole rimangono, si intende. Ma, da sempre, gli sviluppi tanto filosofici quanto scientifici dei secoli a venire hanno colto da ogni intelligenza del passato quel tanto di intuitivo e quel tanto di elaborato per arrivare oltre le premesse date, per fare passi in avanti se, ovviamente, si considera un avanzamento un maggiore livello di conoscenza di un dato fenomeno, di un elemento particolare dell’esistente o dell’esistenza intesa in quanto vita complessa, fatta di materialità e di intelligenza, percezione interiore delle emozioni e, quindi, di qualcosa molto più considerabile come sfuggente alla sensibilità democritamente intesa.
Ma proprio sul punto riguardante le questioni metafisiche, come ciò che proviamo, ciò che riteniamo bello o brutto, giusto o sbagliato, quelle che, dunque, sono le regole che ci diamo per discernere, per vivere e per socializzare, Democrito non tace come, invece, si potrebbe presumere: la considerazione dell’atomo come “realtà individuale” è il fondamento dell’individualismo che si affianca al meccanicismo. Troppo considerato quest’ultimo, troppo poco osservato il primo. Diogene Laerzio, che è una delle fonti più preziose per conoscere ciò che ci rimane del pensiero dell’abderita, lo scrive sinteticamente e, per questo, molto lucidamente:
«Tutto accade secondo necessità; egli chiama necessità il vortice che è la causa della genesi di tutte le cose. Il fine è la serenità dell’anima (εὐθυμία) [“eutimia“, da “eu” che significa “buono” e “thymos” che è propriamente l'”animo“, ndr.] che non è identica al piacere (ἡδονή) [“hedoné“, ndr.], come alcuni vollero fraintendere, ma è la condizione costante della calma e dell’equilibrio dell’anima, non turbata da paura, né da superstizioni né da altro stato passionale».
Quindi, esiste la formulazione di un’etica democritea che si basa su un razionalismo capace di interpretare gli stati d’animo e di metterli a confronto con la realtà che – rammentiamolo – è razionale, comprensibile e conoscibile proprio mediante la ragione umana. Democrito è, di contro, un avversario molto severo nei confronti di ogni teorizzazione irrazionalista dell’esistenza. Il benessere per lui proviene da un approccio oggettivo nei confronti tanto di ciò che ci riguarda individualmente, quanto di ciò che è inerente il rapporto vicendevole che si crea con tutto quello che rimane, comunque, un “aggregato di atomi“.
Tramite la ragione si può disperdere l’angoscia esistenziale o, forse, la si può sopportare stando al di sotto della volta celeste. Oltre quel confine c’è un ignoto che, seppure razionalizzabile fino ai confini del principio dell’Universo per come lo possiamo conoscere, è destinato a rimanere tale. Nonostante i monaci amanuensi non si siano spesi particolarmente per tramandarci il pensiero di Democrito, per fortuna ci è arrivato ugualmente. E non è così aridamente materialista come qualcuno vorrebbe, ancora oggi, farci credere.
MARCO SFERINI
15 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria / Wikipedia















