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Democrazia, ultimo atto?
La democrazia in sé e per sé non risolve le problematiche più universali dell’essere umano: non spiega nulla che già non conosciamo; non efficienta niente e non fa progredire nessuno se non si accompagna ad un regime economico-sociale che sia, quanto meno, il frutto di un compromesso tra le classi sociali.
Quando è accaduto che potesse essere, in dati momenti di passaggio storico come le rivoluzioni novecentesche, un’alleata del cambiamento radicale è stata ben presto soppiantata da logiche di potere che hanno umiliato la radice della sua essenza e l’hanno costretta a somigliare a sé medesima, in un processo di umiliazione che si è potuto riscontrare non solo nelle dittature totalitarie ma anche nelle autocrazie e in quelle che, con un termine piuttosto nuovo, sono state definite “democrature“.
Quindi la democrazia, lungi dall’essere perfetta come ogni altra costruzione umana, è anche ben lontana dal riuscire ad autotutelarsi rispetto alle alterazioni distruttive che la mercesciscono nel suo stesso nome e che sono, quindi, il capolavoro di quegli autoritarismi che si propongono come liberatori dai vincoli delle burocrazie statali, dagli inghippi rappresentati dall’equipollenza dei poteri, nel nome, si intende, di una semplificazione dei rapporti tra governi, parlamenti, magistrature: il tutto sotto il comando o l’egida di un uomo o di una donna (quasi) sola al comando.
Queste evidentissime contraddizioni, che Carlo Galli individua molto bene nel suo librio “Democrazia, ultimo atto?” (Einaudi, 2023), subiscono l’effetto di una attribuzione esclusivamente legata ad una coevità dei fatti. Per essere chiari: le imperfezioni dell’oggi sono ricercate solamente nella stretta attualità del presente.
Non scatta quasi mai un istintivo ricorso allo studio del passato per cercare di scoprire se, invece, vi siano delle radici che hanno prodotto tutto questo o che, per lo meno, ne sono anche solamente indirettamente le cause. Non esistono, del resto, dei capisaldi dell’ieri che possano aiutarci del tutto a risolvere le grane dell’oggi.
Tuttavia l’indagine è utile per comprendere quali e quante siano state le fragilità dei sistemi democratici e dove si possa intervenire al meglio per cercare di porre un freno alle derive, per anticiparne gli effetti nefasti, per impedire che nuove saldature tra capitomboli economici e nazionalisimi politici producano una riedizione delle tragedie novecentesche. Galli lo sottolinea abbondantemente: l’imperfezione è parte strutturale della democrazia. Chi l’ha ritenuta la panacea di tutti i mali si è oltremodo illuso o ha cercato un alibi per evitare di continuare una lotta sociale per il miglioramento collettivo e singolo.
Non esiste nessuna garanzia che metta al riparo la libertà, a sua volta garantita dalla democrazia, dall’essere una conquista da dover sempre essere difesa e, quindi, poggiante su una costante precarietà. Non c’è niente di così instabile – scrive Galli – come questa società tanto moderna da essere immaginata e immaginificata come l’ultimo, perfetto stadio di arrivo di una umanità che per millenni ha cercato, nella sua evoluzione, il raggiungimento del sempre più alto gradino della stabilità e, quindi, il coronamento del sogno di una vita a cui è attribuibile la classificazione della felicità come approdo definitivo, come scopo finale ottenuto.
Sappiamo molto bene che ci troviamo in tutt’altra condizione: il sistema capitalistico produce diseguaglianze tali da rendere competitivissimi i poli economico-militari che si fronteggiano nelle guerre di parvenza regionale. E sappiamo che le democrazie oggi vivono la loro fase forse più drammatica.
Non che nel Novecento non siano state oggetto di quello stravolgimento a centottanta gradi che le ha letteralmente capovolte nel loro contraio (basti vedere la fine dei liberalismi in Italia, Germania, Spagna…). Ma la situazione odierna ci parla di una crisi piuttosto globale delle qualità delle democrazie: a cominciare da quella che era considerata la patria delle stesse, prodotto e fonte di una volontà popolare sancita nella scrittura di una Costituzione punto di fine di una guerra di indipendenza, punto di inizio della nascita e della costruzione di una nazione moderna.
La crisi istituzionale, politica, economica e civile-culturale degli Stati Uniti d’America si inserisce a pieno titolo in una dinamica dialettica in cui proprio la democrazia viene ad assumere un carattere nuovamente altro rispetto al suo originario concepimento. Scrive Galli, sintetizzando questi processi in una frase: «…l’aporia fondamentale della modernità è la sua instabilità».
Non c’è, dunque, via d’uscita: si vive e si sopravvive su un piano molle, in una società baygmaniamente fluida, in cui la regolazione dei rapporti civili, sociali, politici ed economici è data dalla santificazione dell’instabilità come elemento di giocoforza tra le parti: pare quasi non esservi più logica nella certezza, mentre se ne ritrova tanta nel metodo della follia di un mercato che scompagina con le sue crisi i vecchi e i nuovi equilibri di potere tra gli Stati e anche, forse soprattutto, tra gli agglomerati di nazioni, tra i patti di crescita e nei confronti dei grandi centri di controllo delle fluttuazioni borsistiche, quindi nell’andamento delle risorse da una parte all’altra del globo.
Che speranza ha la democrazia di avere ancora un ruolo egemone in questa società iperliberista, in cui vale solamente l’imposizione dei tassi di interesse, la dittatura dello spread, il dimagrimento inediale del vecchio stato-sociale?
Galli indaga con molta profondità l’origine della democrazia occidentale più moderna che conosciamo. Il libro, infatti, inizia con la descrizione storica della liberazione dell’Europa dal nazifascismo, dal ristabilimento di una compensazione tra est ed ovest che è, oltre le vicende belliche, un’esigenza prima in un mondo in cui la spinta economica si è già fatta abbondantemente sentire e a cui le socialdemocrazie e le liberaldemocrazie hanno tentato di dare, le une un freno nelle ripercussioni sulle classi sociali più fragili e sfruttate, le altre a una regola compromissoria, un tentativo di arginarne gli eccessi pur avendone a cuore l’impostazione esercitata dalla classe dominante.
Ciò che l’autore individua come punto di appoggio su cui sollevare il nuovo mondo democratico è una incentivazione dei rapporti politici, una espansione degli stessi, una maggiore partecipazione ai processi decisionali. La democrazia di oggi non può prescindere da ciò.
Così come non può prescindere affatto dall’esercizio costante della critica e dell’obiezione, del confronto e dello scontro anche aspro. Dove si tede e a proporre la semplificazione dei rapporti di potere, lì si trova la minaccia della banalizzazione tanto dei problemi sociali quanto di quelli civili ed umani: un trittico inscindibile per cercare di dare nuova fondamenta a Stati che oggi, pur avendo una storia democratica alle loro spalle, sono attraversati da forti ventate di autoritarismo che provano a spazzare via idea e pratica dei principi egualitari.
Paradossalmente, mentre sono sempre state le rivoluzioni a cambiare radicalmente i regimi da assoluti ed autoritari a democritici e borghesi, nel momento in cui queste dovrebbero essere possibili, visto l’ampliarsi della forbice delle disuguaglianze e la crisi climatica in corso, si rivelano invece persino inimmaginabili. Che cosa, chi può salvare la democrazia da una prematura scomparsa?
La risposta che Galli dà è affidata in parte alla speranza e in parte allo studio del passato tradotto nel presente per costruire le condizioni di questa stessa: «…forse un giorno qualcuno commetterà un errore troppo grande e si aprirà quindi una lacuna nel sistema; che forse si produrrà un evento che offrirà un varco in cui potranno entrare forze di liberazione, nelle quali confluiscano i rivoli delle lotte e dei saperi che oggi, pur sparsi, pur incerti, si muovono nella società».
La condizione perché si arrivi ad una rinascita della democrazia, ad una nuova valorizzazione dei suoi fondamentali – storici e anche più attuali – è il recupero di una diffusa percezione della necessità di un terreno di sviluppo, di una base da cui partire che abbia come qualità essenziale l’uguaglianza. Se a prevalere, come accade in questi tempi di neoliberismo spietato, di neosovranismo declinato nelle tante forme (trumpismo, melonismo, putinismo, mileismo…) che sa assumere a seconda delle circostanze locali (interagenti con quelle globali), sono invece le pulsioni identitarie, la democrazia diviene già altro rispetto alla sua missione originaria: quella non di concedere dei diritti universali e particolari, ma di riconoscerli semplicemente.
Non possiamo essere – sostiene Galli – attori di questo processo di ricostruzione, ma autori: non dobbiamo stare a guardare la configurazione degli eventi, ma prendervi parte. Questo lavoro di Carlo Galli ha una importanza notevole nella ristrutturazione delle società per come le conosciamo oggi: l’incompatibilità tra democrazie e guerre è, manco a dirlo, una decretazione lampante delle incongruenze che intercorrono negli Stati che si proclamano democratici e che, ad esempio, compiono stermini di massa, invasioni di altri Stati, pulizie etniche, genocidi, repressioni e torture.
Nulla di tutto questo, sebbene possa essere compiuto da nazioni che hanno una costituzione democratica, rappresenta la democrazia in quanto tale o in quanto modernamente intesa ed intendibile. Il punto massimamente contraddittorio è il rapporto tra i valori comunemente condivisi e l’assunzione del potere mediante la delega elettorale. In questa relazione complicata sta uno dei pertugi per cui sono passate le trasformazioni delle democrazie parlamentari in regimi autoritari e assoluti. Quando viene meno il reciproco riconoscimento tra i poteri dello Stato e l’uno tenta la delegittimazione dell’altro, la democrazia è già in pericolo.
La consapevolezza che tutto questo è all’ordine del giorno, purtroppo, deve tenerci sempre bene in allerta, vigilando sulle fragilità di istituzioni, di regole e di carte fondanti che non sono mai al sicuro se dietro loro non vi è una coscienza critica diffusa, una piena coscienza della disordinarietà dei fatti, dei tempi in qui ci troviamo a sopravvivere. Non siamo ancora all’ultimo atto per la democrazia, ma rischiamo di arrivarvi se ci distraiamo anche solo per un momento.
DEMOCRAZIA, ULTIMO ATTO?
CARLO GALLI
EINAUDI, 2023
€ 15,00
MARCO SFERINI
29 aprile 2026
foto: particolare della copertina del libro ed elaborazione propria
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