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Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà

Un libro può essere percorso incessantemente dalla domanda che intende risolvere o che, almeno, vuole provale a disincrastrare dalle secche del dubbio permanente e costante. Saggi soprattutto storici sono il terreno fertile di questa connotazione: semplicemente perché le domande aperte sulla nostra evoluzione, in quanto specie pensante ed autocosciente, non conoscono sosta. Complice il fatto che, di giorno in giorno, ne nascono di nuove proprio grazie alle premesse che riscontrano nuovi piani di confronto con le messe a terra di ideologie, pensieri, proposte politiche e intendimenti strutturali del complicato mondo dell’economia e della finanza.

Leggendo alcune opere dello storico britannico Ian Kershaw tutto ciò è ampiamente riscontrabile, prima di tutto per manifesta ammissione dell’autore. Forse un po’ meno esplicito è Massimo L. Salvadori, ma sta di fatto che anche nella lettura di molti suoi scritti, saggi ed analisi si riscontra esattamente la stessa inquietudine dello studioso, dell’intellettuale che si pone la missione (molto laica) di provare a dare se non altro una interpretazione dei fatti che si avvicini il più possibile ad un disvelamento delle contraddizioni che, spesso e volentieri, fanno incappare in corto circuiti privi di significato e, tuttavia, vissuti come polemica circolare.

Particolarmente degno di nota è “Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà” (Donzelli editore, 2015) che, proprio partendo dalla questione della definizione moderna del concetto greco di potere popolare, si pone il quesito anzidetto: per quali «ragioni per cui l’ideale è entrato in rotta di collisione con la realtà»? Premessa vuole che si precisi che non ci troviamo davanti ad una analisi sociologica; tuttavia è inevitabile una ricaduta anzi propriamente antropologica, perché lo studio del cammino umano è anche studio del rapporto tra il singolo e la comunità, tra quell'”essere sociale” di marxiana memoria che forma la sua consapevolezza dell’esistenza nella molteplicità delle relazioni e non nell’isolamento di sé medesimo.

Dunque, chiedersi come mai la democrazia oggi sia in crisi è, prima di ogni altra cosa, chiedersi se la nostra democrazia ha a che fare ancora in qualche modo con i primordi della sua nascita nell’antico pullulare delle città-stato elleniche. Antonio Carioti, domandando a Luciano Canfora proprio questo, ossia se si potesse stabilire un nesso e, quindi, trarre anche un insegnamento da una correlazione tra avvenimenti del passato e circostanze del presente, metteva in guardia proprio sul fatto che, facendo così, si dovrebbe in un certo senso affermare il principio per cui la natura umana sia in sostanza immutabile o, quanto meno, molto poco resiliente ai processi sociali.

Un concetto questo che veniva fatto risalire a Tucidide e che Canfora rivolgeva essenzialmente non tanto alle caratteristiche dell’essere umano in quanto tale, bensì proprio al prodotto della sua associazione in comunità: la politica risente di una eternizzazione o, se vogliamo dire meglio, di una imperiturità delle pratiche di gestione delle società in cui ci siamo più o meno mala-benemente organizzati. Questa “ripetitività” della politica, dell’amministrazione della res publica, la si può constatare nella formazione e nel deperimento degli esperimenti statali. Se, come pensava Tucidide, influenzato dal pensiero sofistico, la natura umana è suscettibile di cambiamento ma in tempi molto lunghi, lo è altrettanto il “nomos“.

Busto raffigurante Pericle

La democrazia, in quanto prodotto umano, subisce certamente, al pari di altri sistemi e forme della statalizzazione dei comportamenti (e quindi dell’esistenza tanto del singolo cittadino quanto della collettività) una influenza che le proviene dalla natura di noi stessi, dalla “physis“. Ma, è un dato oggettivo, riscontrabile nell’analisi empirica della trasformazione dei poteri nei differenti apparati governativi, nelle forme prese dalle organizzazioni socio-politico-economiche, il fatto che questa natura umana sia non un archetipo che prescinde dai rapporti di forza esistenti, bensì tutto il contrario. Gli istinti sono affidati al campo antropologico dell’indagine storica, ma non possono essere considerati l’unico motore della Storia.

Altrimenti faremmo soltanto l’indagine dei tempi, appunto, pre-istorici, prima di quella organizzazione sociale che è andata costituendosi come elemento chiave dello sviluppo, anche se antropocentrico e, dunque, di nocumento per il resto dell’animalità e della Natura con la enne maiuscola. Salvadori, dunque, prende su di sé il concetto di democrazia, ne fa la storia, passando per Pericle e per i maggiori statisti dell’antichità, arrivando alle soglie di un Novecento in cui si viene formando il dibattito sulla dualità tra il concetto ateniese di potere popolare e il moderno liberalismo. Per Benedetto Croce non vi era compenetrazione possibile: l’una era in alternativa all’altro. Per Salvadori, invece, demorazia e liberalismo possono convivere e, anzi, nelle pagine del libro si può leggere, nemmeno poi tanto tra le righe, una sorta di simbiosi.

Per essere ancora più espliciti, la constatazione dello storico eporediese si esprime compiutamente nella considerazione secondo cui il liberalismo, consentendo il «passaggio dal suffragio ristretto al suffragio allargato o universale» permette di avvicinare la società alla democrazia e quindi fonda il principio molto attuale della “liberaldemocrazia“. Tuttavia, per quanto vicino possa esserci tutto questo, praticamente intorno a noi e alle nostre spalle, la prossimità del futuro non lascia intendere niente di buono: Salvadori non si cela dietro nessun orpello e non mette fronzolo alcuno davanti a quella che lui ritiene una evidenza. Ossia che la liberaldemocrazia si un dato positivo nell’evoluzione socio-politica umana.

Il suo biasimo per i totalitarismi, condivisibilissimo, ne fa un amico indubbio della democrazia e un avversario tanto del fascismo e dei fascismi da un lato quanto di quello che viene ancora troppo facilmente chiamato “comunismo” e che, invece, altrimenti si potrebbe (molto politicamente) definire il “socialismo irreale” dei paesi dell’Est Europa. La sua è la storia di un vero democratico (di sinistra) che quindi si riconosce nella coniugabilità moderata tra una idea democratica applicata mediante le riforme economiche che contemplano la condivisione di responsabilità tra lavoro ed economia di mercato, per quanto temperata possa essere e possa essere contenuta dai e nei suoi eccessi (che oggi potremmo comodamente definire di “turbocapitalismo” o, semmai, apertamente “liberisti“).

In fondo, tra le domande che Salvadori si fa nel libro e nello scriverlo, pagina dopo pagina, ci sono proprio quelle che riguardano la crisi tanto della democrazia in quanto sistema opposto ai totalitarismi e ad ogni forma di autoritarismo, quanto il liberalismo conosciuto nella prima metà del Novecento. Grande tema su cui si potrebbe scrivere e discutere quasi senza fine, è il grado di successo che abbia avuto nel corso della Storia umana la “democrazia diretta“. Non di meno, ovviamente, quella “rappresentativa“. Queste articolazioni del primissimo concetto e delle primissime pratiche democratiche non escludono, come sottolinea molto bene Canfora, che, parlandone nei secoli dei secoli, che siano state sovente confuse con tutta una serie di cosiddetti “regimi misti“.

Massimo L. Salvadori

Il che ci riporta al quesito dei quesiti, in questo frangente, ossia cosa sia davvero oggi la democrazia e, dunque, se esista davvero o se si sia così allontanata dalla sua primigenia natura da essere non soltanto irriconoscibile, bensì oggettivamente inesistente nonostante la si continui a chiamare e reclamare così. Nella polis greca si sostanzia una “democrazia assembleare“, diretta, mentre nelle nostre società moderne, al più, si può parlare di democrazia rappresentativa ma sempre obbligata a compromessi con ragioni di Stato che, poi, sono ragioni del potere economico e finanziario.

Basta questo per farci comprendere che le nostre repubbliche e, non di meno, le monarchie costituzionali, sono qualcosa di molto differente dalla democrazia ateniese e delle altre città-stato elleniche? Evidentemente no, perché il dibattito rimane aperto proprio in merito alla potenza del concetto che si è fatto concreto e che ha attraversato i millenni, divenendo un punto di forza delle più moderne rivoluzioni: quella inglese di Cromwell con il taglio della testa di Carlo I (che rivendicava il ruolo di sovrano assoluto); quella francese che ha messo da parte i capetingi e il regime feudale lasciando corso a quello borghese; e così pure i moti seguiti alla Restaurazione europea per arrivare ai giorni più recenti.

Canfora fa notare opportunamente che il tema dello sviluppo della democrazia non può essere disgiunto da quello della trasformazione sostanziale degli agglomerati statali: dalle nazionalità si è passati alle transnazionalità, al multilevvo, alla pluralità di etnie in un solo corpo legislativo, sociale, economico e quindi politico. Salvadori studia la democrazia da un punto di vista nuovo, mettendola sotto il riflettore della globalizzazione liberista che – lo riconosce piuttosto facilmente – nega il liberalismo, nega i suffragi universali e opera con stanchi riti elettorali solo per mera forma, lasciando così campo aperto a nuovi autoritarismi che si travestono da democrazie, che si dicono tali, ma che sono delle ibridazioni veramente pericolose.

È la Rivoluzione francese che dà il via all’idea dell'”uomo nuovo“, con tutti i diritti naturali e positivi del caso. Ma, precisa sempre Canfora, lo fa guardando alle più antiche repubbliche del mondo, quando la democrazia era un “classico” nel vero senso del termine. Probabilmente la democrazia esiste ancora in qualche modo, in qualche maniera, in qualche forma. Quella italiana ha avuto delle ottime possibilità di riuscita e se le è bruciate strada facendo, rimanendo nominalmente e formalmente tale ma, nella sostanza, negando il più delle volte i fondamenti costituzionali. Ciò non toglie che la democrazia possa ritrovare sé stessa, perché reinventarla, partendo dal primissimo assemblearismo della polis, non è impossibile.

Oggi sembra improbabile, ma un domani, proprio per questo, portrebbe, mutatis mutandis (superato quindi il capitalismo…), trovare la sua rinascita, la sua seconda vita, la sua nuova e più naturale esistenza.

DEMOCRAZIA. STORIA DI UN’IDEA TRA MITO E REALTÀ
MASSIMO L. SALVADORI
DONZELLI EDITORE, 2015
€ 35,00

MARCO SFERINI

27 agosto 2025

foto: particolare della copertina del libro


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