Connect with us

Hi, what are you looking for?

Il portico delle idee

De Chirico e la raffigurazione artistica della metafisica

«Non c’è che ciò che i miei occhi vedono aperti e più ancora chiusi». Questa frase di Giorgio de Chirico, tra tutti il pittore più “metafisico” che si possa trovare nell’arte italiana moderna e che, pure, nonostante questo aspetto singolare si è tanto ispirato al più antimetafisico dei pensatori, ossia Friedrich Nietzsche, apre le considerazioni su che cosa significhi poter vedere ancora meglio ad occhi chiusi. Un oggettivo paradosso, questo è evidente. Perché la realtà si scorge, si osserva, si mette a fuoco con le pupille ben protese verso di essa a palpebre ben aperte.

Che cosa mai si può vedere ad occhi chiusi? Forse proprio quello che è difficile da scorgere mediante i sensi che, spesso, ingannano la mente e non le permettono di indagare meglio su ciò che non è semplicemente tangibile, udibile, vedibile, odorabile, gustabile. L’oltre in noi e fuori di noi è l’oscurità che non deve per forza intimorire, ma suscitare una fascinazione per il misterioso che non è sondabile con la troppa evidente facilità data dalla plausibile oggettività sensoriale. De Chirico ci dice in sostanza: io vedo molto meglio con gli occhi interiori della mia mente il rapporto tra me e il resto dell’esistente.

Giorgio de Chirico in una fotografia di Carl Van Vechten (5 dicembre 1936)

Io vedo, quindi, ciò che provo, facendo il buio, scostandomi da un diretto contatto con la realtà, ma pensandola in rapporto a me stesso: conosco così più da vicino le sensazioni che mi induce, che mi regala, che mi manifesta o che, se vogliamo dirla indirettamente, si inducono, si regalano e si manifestano entro il mio profondo che rimane inconscio fino a quando non mi abbandono al sonno. Infatti, chiudere semplicemente gli occhi è un esercizio che possiamo fare anche da svegli e che, se ci pensiamo bene, facciamo quando siamo ancora tali e ci poniamo nella condizione dell’abbraccio con Morfeo.

Fatto quando siamo svegli e intendiamo rimanere tali, non ha la profondità dell’oniricità, non può produrre il sogno che è immagine dell’interiorità più estrema. Ma, come direbbe James Hillman, ci avvicina al nostro daimon, al nostro seme segreto che fa ogni giorno crescere quella pianta che noi siamo e che non è guidata dalla volontà conscia e dall’Io, bensì dall’Es, dalla volontà che non emerge fino alla superficie se non mediante l’oltre-fisicità, la “metafisica immanente” che somiglia di più a quella che sarà per lui la “psicologia archetipa” incentrata sull’immaginazione come elemento discernente la parte più essenziale che ci riguarda direttamente.

De Chirico afferma, con le stagioni e le fasi della sua lunga vita di artista, una pittura metafisica che si propone, in diversi e non sempre lineari momenti, di fare della raffigurazione proprio ciò che viene ri-figurato, quindi interpretato seguendo i canoni di uno specialissimo piano introspettivo (perché proprio della singolarità di chi lo vive e lo traduce nelle opere) volto all’intersecazione con i tanti piani della fuggevolezza della realtà. Sembra sempre di poterla afferrare, per poterne avere una spiegazione, dando così un significato compiuto ai fenomeni che ci circondano, ed invece ogni volta che ci si avvicina, in quell’istante, ci si perde.

Perché l’inafferrabilità dell’esistenza è parte dell’esistenza medesima: il Grande Mistero convive con la particolarità del senso minimo che riusciamo a conferire a ciò che siamo e che ci circonda entro il perimetro temporale di una vita unitamente a tutte le altre. Questa sufficiente accettazione dei limiti che ci contraddistinguono risulta quindi sopportabile perché, nella sua ineluttabilità, deve essere considerata in quanto tale: un punto oltre il quale è impossibile sapere. Questa indeterminazione assoluta data dalla cesura della morte lascia aperto il campo a tutte le illazioni più fantasiose. Laiche, pseudo-scientifiche e, naturalmente, metafisico-religiose.

De Chirico puntualizza che la sua pittura metafisica non è riducibile al concetto classico che la medesima branca filosofica evoca per sé. Una banalizzazione del filone artistico inaugurato dal nostro pittore servirebbe soltanto ad impedire l’apprezzamento della molto particolare declinazione che egli medesimo fece di ciò che andava oltre la fisicità delle cose e delle persone. C’è in lui decisamente una premessa surrealistica, ma c’è anche la voglia di fare delle ombre lunghe dei porticati, delle statue isolate al centro delle piazze e dei grandi palazzi che hanno un che di antico e moderno al tempo stesso quella estensione di una angoscia che si protende ben oltre, appunto, la materialità dell’edificio o della raffigurazione simulacrale.

La prospettiva dei suoi dipinti è distorta esattamente come quella realtà che dovrebbe, secondo le estremizzazioni del più ostinato razionalismo, rispondere ad una assoluta logica vincolata a leggi fisiche e a comportamenti meccanicistici e che invece viene contraddetta altrettanto scientificamente dal superamento costante del dubbio che è il migliore stimolo che adduce sempre nuove scoperte e induce a non fermarsi mai davanti ad una sola, seppure evidente, oggettiva verità. Cuore dell’opera dechirichiana è qualcosa che non può altrimenti essere collocata se non nella speculazione metafisica ma che, paradossalmente, è anche terribilmente reale: la realtà è inspiegabile.

L’artista – sostiene de Chirico – con il suo tratto neutralmente mistificatore non vuole creare nessun presupposto ingannevole, ma mostrare che è possibile dipingere, quindi creare, un mondo che non esiste affatto. L’immaginazione è una potente alleata della sopportabilità del non-senso dell’esistenza e consente di aprire nuovi varchi in una asfitticità che non può non essere afferente alla mera razionalità intesa come unico metro per la conoscenza dell’autocoscienza umana. Nel suo autoritrarsi molte volte, in primo piano oppure quasi completamente ignudo, de Chirico prova ad insistere su sé medesimo per cercarvi una qualche soluzione al dilemma, sapendo di non poterlo comunque individuare e trovare.

Ne “Le muse inquietanti“, che è senza dubbio la sua opera più riprodotta e, quindi, più facilmente associabile al suo autore, de Chirico propone dei manichini che non hanno nessuna possibilità di essere riconosciuti, non sono vivi se non in una atemporalità di un luogo fisico in cui la piazza dove si trova il Castello estense di Ferrara è riprodotta con una prospettiva discendente per l’ombra del solo maniero che separa dalle altre e che, quindi presuppone che il sole stia alle spalle di un tutto che gli è, oggettivamente, impossibile da abbracciare.

Le figure inanimate, prive di volto, sono messe come su un palcoscenico che non è altro se non un augustea percezione dell’esistenza come commedia recitata e recitabile per ottenere l’applauso finale di chi vi rimane e continuerà lo spettacolo. Il principio e la fine, davvero nietzschianamente intesi in un eterno ritorno che si situa nell’eternità incomprensibile, inimmaginabile e solo percettibile con una vuota astrazione intuitiva, sono i limiti di una insensatezza che trascende persino dagli stessi significati che noi abbiamo dato a tutto ciò.

Non la scienza umana (che comunque non ha questa presunzione), ma semmai la coscienza può essere la chiave per la comprensione dell’esistente, dell’Essere parmenideo che, alla fine, non può non essere? Certamente si pongono così, immediatamente, tutta una serie di questioni che riguardano la comprensione (l’essere dentro l’essere) di noi autocoscienti nella realtà che percepiamo e di cui facciamo quindi parte. Può darsi che la fisica, capace di penetrare fino al quark e oltre la infinitesimale particolarità della materia, non sia in grado poi di spiegarla, di darle un posto nell’esistente?

Non stupisce certo tutto questo, visto che la fisica obbedisce ad un principio di dimostrazione scientifica e, invece, la pretesa della soluzione del significato esistenziale è di per sé stessa qualcosa che trascende la materia medesima e si affida al pensiero figlio dell’osservazione, dell’esperienza, dell’empirismo piuttosto ancora attivo oggi nella nostra tanto celebrata “modernità“. La metafisica seduce perché solletica le corde ancestrali di un inconscio impenetrabile dal conscio che noi siamo ogni giorno, così come la ragione non può comprendere il Grande Mistero dell’Universo e dell’Essere. Ne ha scritto molto bene lo scienziato e medico Robert Lanza, parlando di “biocentrismo“, dissertando sulla questione se la nostra coscienza sia il fine ultimo (e il principio continuo) dell’Universo.

Del resto, come evidenzia molto bene Giorgio de Chirico, il pittore, tramite una propensione artistica che è informazione e deformazione della realtà stessa, può con la sua coscienza (con la sua consapevolezza opportunamente deviata là dove intende portarla senza bene sapere dove veramente andrà a parare…) fare e disfare mondi reali, illusori, irreali, artefatti, privi di attinenza con quello che è invece il mondo supermaterialistico di chi non si prefigge altro scopo che mantenersi a galla in una esistenza dove è inutile farsi troppe domande, dove l’essenziale è vivere qui ed ora. Indubbiamente questo è uno dei valori cui dobbiamo, in qualche modo, obbedire per non sciupare il tempo che viviamo come in continuo fluire, che fa marcescire tutto e tutti.

Ma l’esclusione pressoché totale della metafisica dalle nostre esistenze siamo sicuri che sia un bene utile, una giusta propensione, un punto cui dedicarsi quasi con una disposizione eticista, tanto da insegnarla e propagarla come il “giusto contro lo sbagliato“? Nessuna religiosità della stessa può salvarci della altre illusioni religiose che ci siamo dati per una migliore, lenitiva sopportabilità del non senso dell’esistenza. Ma può essere colto almeno il fascino vissuto da de Chirico verso una metafisica come elevazione oltre la sterile, piatta accettazione della certezza super-razionale e iper-scientifica che è così parziale da impedire il sogno, l’immaginazione e l’altro oltre ciò che siamo.

La vera scienza non è nemica né della religione né della metafisica filosofica. Tutto può convivere e si può, per fortuna, scegliere cosa assaggiare di volta in volta. Un pizzico di luce o un po’ di ombra nelle piazze dechirichiane: là dove il grande spettacolo, seppure fissato sugli sgargianti colori su una tela, continua senza sosta.

MARCO SFERINI

26 ottobre 2025

foto tratte da Wikipedia / copertina: screenshot ed elaborazione propria

Written By

SOTTO LA LENTE

Facebook

TELEGRAM

NAVIGA CON

ARCHIVIO

i più recenti

Marco Sferini

Visite: 149 Ponendo attenzione a quelle che sono le dinamiche sempre più convulse sia della politica italiana sia di quella europea, viene da domandarsi...

la biblioteca

Visite: 146 Tutti abbiamo un luogo in cui troviamo non solamente un rifugio dalle asperità dell’esistenza, dalle fatiche fisiche come da quelle mentali, ma...

Marco Sferini

Visite: 151 Le premesse della pace in Ucraina sono affidate ad ancora altre premesse: quelle di un piano americano che sta subendo una revisione...

Il portico delle idee

Visite: 175 Anche da un paradosso può nascere una qualche forma di verità o, per lo meno, si può osservare che non tutto quello...