Il portico delle idee
Dalle religioni rivelate tutta la tragica potenza dei razzismi
Le scienze ci mostrano e dimostrano che, alla base dello sviluppo di tutta una serie di problematiche, idee, preconcetti e concetti, vi sono indubbiamente i rapporti di forza esistenti tra le classi sociali ma una parte importante la svolgono anche i sistemi cognitivi di ogni essere umano e, in senso più generale, quindi dell’umanità come fenomeno di particolare trasformazione della materia da inanimata ad animata e da questo stato a quello della coscienza e dell’autoconsapevolezza.
Quando si tratta, dunque, di tematiche sociali e civili si deve tenere conto di tutte le influenze esercitate dalle specificità singole e collettive che ci riguardano. Tutta una serie di funzioni noi le viviamo attraverso una parte di noi che non ci appare e che sfugge alla razionalità (l’inconscio freudiano) e che, pertanto, si manifesta spesso e volentieri in nevrosi, in comportamenti ritmicamente uguali, giorno dopo giorno, tesi a sfogare quelle che sono le frustrazioni che ci permeano; tutta un’altra serie di caratteristiche invece ci è indotta dai rapporti tipicamente relazionali che abbiamo con i nostri simili, con i nostri dissimili e con il contesto dell’esistenza in quanto tale.
Preso atto del fatto che l’evoluzione umana appartiene ai rapporti sociali, civili, morali e alle influenze psico-cognitive che si riflettono in noi e che noi, a nostra volta, riflettiamo sugli altri, possiamo farci delle domande che, è bene saperlo fin dal principio, non possono avere una risposta unica ma possono essere trattate come tematiche dalle molte sfaccettature e che, quindi, sono esattamente lo specchio di una molteplice, miriade di contraddizioni che ci parlano costantemente e ci dicono, anzitutto, che la ricerca della perfezione è anche un’aspirazione ideale virtuosa, ma che non è affatto alla nostra portata.
Chi, quindi, vende la perfezione in tutte le sue declinazioni come un qualcosa di facilmente raggiungibile, è spesso e molto volentieri un ciarlatano consapevole del fumo che vende, dell’aria che pretende di friggere oppure è un qualcuno che ha veramente compreso molto poco dei limiti dell’essere umano, della possibilità di conoscere, di sapere e che si affida troppo all’intuizione, al costrutto metafisico e si sgancia dall’oggettività rappresentata dalle molte differenze di cui noi siamo protagonisti come attori o che subiamo come comparse, come ruoli generici in un palcoscenico, in un teatro dell’esistente che è molto, tanto più grande di noi.
Veniamo alla domanda che vogliamo fare e farci qui. Questo è uno dei quesiti generici che però trattano un tema ben preciso che riguarda l’essenza umana; una affermazione suffragata dal fatto che attraversa i millenni e che oggi, nella dichiarata, ostentata modernità della nostra “civiltà” è più presente che mai. Perché esiste il razzismo? Una prima risposta, affidata appunto all’indagine psicologica e cognitiva, ricavata dall’indagine introspettiva, potrebbe essere: perché il nostro cervello (come organo fisico) e quindi la nostra mente (come sua espressione caratteriale formativa di quello che riteniamo essere il nostro IO) tende naturalmente a creare delle categorie rispetto all’esistente.
Ogni giorno, soprattutto quando non ne siamo apertamente consapevoli, noi definiamo, diamo ad ogni cosa un ambito, classifichiamo e poniamo ciò che ci è circostante e limitrofo sotto la lente del nostro giudizio: anzitutto valutiamo se è bene o è male che un qualcosa, un qualcuno ci stia vicino. Quanto? Troppo, troppo poco, meno, per niente? Dipende dalla percezione che abbiamo nei confronti dell’altro da noi: sia un animale umano (quale noi siamo) sia un animale non umano (quali sono tutti gli altri), sia che si tratti anche di un fenomeno naturale che può essere quindi un pericolo o meno per la nostra incolumità, ergo per la nostra vita.
Non siamo, pertanto, naturalmente in grado di non distinguere. Ma il fatto di non possedere questa qualità non è per niente un male in sé e per sé: è giusto temere ciò che ci può essere ostile, danneggiare e portare alla morte. Come è giusto invece apprezzare e “avvicinare” ciò che ci appare a prima vista (e magari è) amichevole, pregevole, atto a migliorare sempre la nostra esistenza e quella della nostra specie. Questa tendenza del tutto naturale che ci abita e ci mantiene in vita è il frutto di una sana attitudine e afferenza alla paura che, al pari del dolore, ci avverte riguardo i rischi che corriamo.
Ma se la paura muta in un eccesso di sé stessa, si diviene l’unico approccio nei confronti di quello che non conosciamo, allora si oltrepassa il confine con la forma fobica che è figlia di un pregiudizio, quindi di un giudizio dato prima di avere tutte le nozioni per poter essere compiutamente espresso e, quindi, con cognizione di causa. Su cosa fa leva, dunque, il razzismo come fenomeno antropologico (dunque apertamente politico, nel senso di fenomeno tipico del comunitarismo umano)? Sulla non conoscenza completa dello sviluppo degli accadimenti che possono essere quindi interpretati preventivamente e dati in pasto alle masse come dati di fatto oggettivi, addirittura con una natura propriamente ontologica.
Spesso si sente affermare che una certa categoria di esseri umani, perché di pelle scura o perché dai tratti somatici differenti dai nostri, è strutturalmente dedita ad un certo tipo di comportamento. Si formano, nel corso dei secoli, radicatissimi pregiudizi che diventano indistinguibili e che fanno un tutt’uno con i loro soggetti-oggetti. Quindi, il razzismo, come molti altri fenomeni antropologici, affonda le sue radici nel plurimillenarismo e non è per niente una caratteristica umana degli ultimi secoli. Del resto, che dovessero esistere delle specie e delle razze elette lo hanno proclamato anzitempo le religioni che, a loro volta, sono fenomeni antropologici legati alle superstizioni e all’istintivo timore umano di rimanere qui a vivere senza un senso, senza un significato e con la consapevolezza della morte.
Sono le religioni monoteistiche (in particolare), quindi l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam ad aver riqualificato e rinvigorito un razzismo primitivo, ridandogli nuova linfa, ma ad aver anche affiancato a questo deprecabile fenomeno anche lo specismo e, quindi, la proclamazione della superiorità umana rispetto a tutte le altre specie viventi e, non d meno, sull’intero mondo che sarebbe stato dato all’essere umano da Dio perché vi dominasse. Tra tutti gli insegnamenti religiosi, non c’è dubbio sul fatto che questo è quello che è stato meglio assimilato da noi animali umani che abbiamo scordato e continuiamo a scordare la nostra evoluzione biologica (nonostante le acclarate prove scientifiche).
Se esiste un “razzismo dei razzismi“, ebbene questo è lo specismo. C’è un compito che i culti rivelati affidano a Dio: quello di affidare a sua volta all’essere umano il compito di fondare sull’antropocentrismo tutta l’esistenza sul pianeta Terra. La divinità, del resto, fa a sua immagine e somiglianza Adamo e permette che la donna vi sia sottomessa, poiché ne è un derivato letteralmente fisico. Noi uomini si nasce dal soffio onnipotente sulla polvere e il primo nostro nome è etimologicamente traibile proprio dalla terra (in ebraico “adamah” significa proprio questo). Mentre Eva è “issahah” che tradotto sempre dall’ebraico vuol dire “carne della mia carne“. Dunque, specismo, patriarcalismo e razzismo sono un insieme di precetti insegnati fin dalle origini.
L’iniziale vegetarianesimo dell’essere umano si interrompe allorquando, dopo il “diluvio universale” è Dio medesimo a consentire a Noè e a suoi figli di potersi nutrire di animali, di potersi quindi cibare di carne. C’è, in questo modo, un imprimatur incontestabile sullo specismo: chi mai potrebbe considerare immorale e innaturale uccidere altri esseri viventi senzienti se l’Altissimo ha benedetto questi stermini? Deriva da qui tutta una complessa “logica” di sottomissione, una gerarchizzazione dei viventi al cui vertice sta la creatura che concepisce Dio, che la percepisce, che ne è la diretta emanazione.
Scrive Isaac Singer (Premio Nobel per la letteratura nel 1978) che «pensatori, filosofi e capi di Stato si sono autoconvinti che l’uomo, il peggiore violatore di tutte le specie esistenti, sia il sommo della creazione» (“Lo scrittore di lettere“, 1968; Corbaccio, 2012). Qui si erige il complicatissimo edificio della dominazione a tutto spiano che non è un prodotto esclusivamente ascrivibile alle relazioni tra le classi sociali, ma ad un primitivissimo (eppure già così “evoluto“) corporativismo, ad una divisione in caste di una civiltà che vedeva gli albori e che erano già, per tutti gli esseri viventi non appartenenti alla specie umana ma come lei parte del “regno animale“, albe a tinte scurissime, funeree, devastatrici e distruttrici.
La stessa esistenza o meno delle razze, che è un problema tutt’oggi dibattuto con fiumi di inchiostro nei libri e centinaia di migliaia di digitazioni sui tasti dei computer, deve essere affidato a due ordini di considerazioni piuttosto diversi fra loro: uno è il piano scientifico e l’altro è quello della postura culturale, etica, morale e, se vogliamo, pure politica. Il punto qui diviene lo scontro-incontro tra le superstizioni religiose, l’indottrinamento millenario e le prove per l’appunto scientifiche dell’inesistenza delle razze. Il tema non è di facile soluzione, perché il razzismo abita in tante menti e non è un diretto ed esclusivo discendente delle credenze affidateci dalle religioni rivelate, dal monoteismo mediorientale. Si può essere oggettivamente razzisti e non credere all’esistenza delle razze.
Come? Semplicemente seguendo la corrente di una maggioranza di individui che ritengono normale fare dei propri uguali (altro che “simili“!) l’unica razza degna di riconoscimento, di apprezzamento, di eticità, di valore. Tutte caratteristiche la pongono quindi al di sopra delle altre genti. E cosa stabilisce, in fin dei conti, questa superiorità? Naturalmente la forza, la capacità sviluppata di dominare non solo con la mente (quindi con il culto deistico) i popoli, ma con le spade, le fruste, i carri da combattimento, gli eserciti. Dalla sua comparsa nella Storia della Terra, una parte spesso piccolissima dell’umanità ha sgomitato dentro sé stessa per farsi più posto possibile, per ottenere di più rispetto alla stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta.
Valgono, alla fine, qui sì, i rapporti esattamente di forza che si sono stabiliti fra classi sociali che sono divenute dominanti perché sono riuscite a controllare le risorse fondamentali per poter continuare a vivere e, centellinandole, farne un arma decisiva per il controllo, per la sottomissione nel nome di una superiorità che diviene di fatto oltre che di diritto: di stirpe reale, imperiale, oligarchica e, nemmeno a dirlo, con la benedizione divina. Qui ora dovremmo trattare di Charles Darwin e del darwinismo, ma supereremmo quelli che sono i normali standard di lunghezza degli articoli e quindi, rimandiamo ad una prossima passeggiata sotto il consueto portico delle idee… La questione razzista, purtroppo, non vedrà la fine nemmeno se dovessimo riscriverne tra anni e anni…
Ma nemmeno vedrà la fine il lottare, con le parole e con le azioni pratiche, per continuare a dimostrare che si tratta esclusivamente di una oscenità tutta umana: di qualcosa che, proprio letteralmente, ci pone al di fuori della scena di un’esistenza uguale per tutte e per tutti. Un principio di condivisione delle esperienze e delle diversità che non farebbe altro se non arricchirci nel processo di conoscenza vicendevole e in quella elevazione verso livelli un po’ più degni di essere considerati come aspirazione alla rappresentazione sempre meno fosca e leggermente più discernibile di un senso e di un significato dell’esistenza.
MARCO SFERINI
28 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















