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Marco Sferini

Dalla riforma Nordio all’autoritarismo conclamato il passo è breve

Riforma che avanza, grande opera che si arena. L’elemento in comune tra la riorganizzazione della giustizia all’epoca del melonismo e la stratentata apertura dei cantieri per l’edificazione del ponte sullo stretto di Messina sembra essere una manifesta, peraltro tutt’altro che nuova e, per questo, sorprendente, ostilità del governo delle destre nei confronti della magistratura della Repubblica. Se al complessivo impianto dei provvedimenti di Nordio si oppone il referendum, i giudici che lo sostengono sono ovviamente tacciati di essere di parte (nel senso di “partito“). Se il referendum lo chiede addirittura l’esecutivo stesso, allora è un grande segnale di democrazia: chiamare il popolo a confermare la volontà di Palazzo Chigi.

Se la Corte dei Conti boccia la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica in merito al ponte sullo stretto, riecco l’accusa a caratteri cubitali sui giornali di area contro i giudici: non vogliono il progresso della nazione, si mettono in mezzo, fanno sostanzialmente politica ma con le decisioni e le sentenze.  Per la tempestività con cui tutto questo avviene, la vicenda dello stop all’avvio dell’iter per l’apertura dei cantieri tra Scilla e Cariddi, maggiore appare l’evidente contrapposizione che Giorgia Meloni e Matteo Salvini pongono tra il loro modo di governare e le correlazioni con gli altri poteri dello Stato.

Non c’è nemmeno più bisogno di argomentare il perché il premierato sia stato, in sostanza, per ora accantonato: la maggioranza di governo in Parlamento è talmente solida e compatta (nonostante le scaramucce interne che vengono messe a tacere quando si tratta di difendere grandi interessi che, a loro volta, garantiscono la stabilità dell’esecutivo) da scongiurare al momento una istituzionalizzazione del predominio di Palazzo Chigi sulle Camere. De facto è così: la riforma Nordio passerà oggi al Senato, in quarta lettura, in soli nove mesi di discussione, saltando tutta una serie di tempistiche che non sono meri formalismi, ma esigenze costituzionali atte a garantire un confronto tra le parti.

Il governo Meloni invece va avanti spedito, pur non avendo raggiunto in Parlamento i numeri che gli consentirebbero di aggirare il ricorso popolare al referendum che, in questo modo, scatta obbligatoriamente. Così, i patriottissimi lo intendono trasformare in uno strumento di ampio consenso, mostrando e dimostrando che dalla loro hanno, se non altro, alcuni sondaggi che affermano come oltre il cinquanta per cento degli italiani si favorevole alla separazione delle carriere dei magistrati. Sintetizzata nella locuzione molto conosciuta, pare una buona cosa: impedire delle sommatorie, delle commistioni, delle ingerenze indebite.

In realtà, pesi e contrappesi esistono già oggi e la missione delle destre, che data dal primo ingresso prepotente del berlusconismo nel campo della giustizia per limitarne i poteri dati dalla Carta del 1948 a pubblici ministeri e giudici, è quella di asservire la magistratura al potere esecutivo, di fare del PM un organo più di polizia governativa invece che un pubblico accusatore che cura gli interessi di tutta la Repubblica (si chiama infatti così… “procuratore“). Il punto in questione, quindi, è il passo in avanti che fa una disarticolazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, un attacco frontale ad una tenuta democratica che è già compromessa da tre anni di assolutizzazione governativa e di imposizione in tutti gli apparati di persone gradite a Palazzo Chigi.

Uno dei problemi riguardanti proprio il mantenimento del complesso intreccio tra diritti, libertà, doveri e amministrazione del Paese riguarda il rispetto degli ambiti di competenza: formalmente la maggioranza e il governo si muovono nel perimetro costituzionale, non violando alcuna norma. Ma ogni volta che lo fanno, forzano questi limiti non rispettando le prerogative delle opposizioni, acquisendo il potere e non solamente gestendolo pro tempore. C’è già nell’accettazione del referendum sulla riforma della giustizia un chiaro segnale di strumentalizzazione dello stesso: non dovrebbe essere il governo a muoversi in questo senso, ma il suo contraltare parlamentare.

Per Giorgia Meloni si pone comunque la questione, come la si pose per Renzi quando tentò di alterare gli equilibri del sistema magistratuale entro quelli del sistema democratico, di una personalizzazione eccessiva del referendum e, quindi, di trasformare il medesimo in un quesito pro o contro lei, pro o contro il suo governo. Indubbiamente sarebbe improprio impostare così una campagna referendaria su un tema che riguarda essenzialmente altro: ma è innegabile che questa riforma è stata gestita senza pensare ad un minimo coinvolgimento delle opposizioni in un rapporto dialettico, in una interazione che consentisse dei miglioramenti del testo.

Redatta e portata ai passaggi parlamentari contando sui soli numeri dei partiti di governo, la riforma di Nordio si tradurrà nel passaggio referendario della primavera 2026 in una sintesi estrema, semplificatrice e banalizzante al massimo; utile quindi ad intercettare il massimo di malumore possibile da parte del popolo italiano su una giustizia che troppe volte incespica, funziona male per i tempi e i modi con cui viene esercitata e viene subita dagli stessi attori dell’applicazione del diritto. Il referendum rischia, dunque, di essere vissuto come un prima e un dopo tra due magistrature: una delle incertezze sulle pene e delle lungaggini burocratiche, l’altra delle certezze più certe che vi possano essere e della rapidità dei processi.

Le destre punteranno su questi paradigmi pregiudiziali ed eviteranno sicuramente di parlare di aspetti della riforma che sono quelli che veramente vogliono limitare la libera autogestione dei magistrati mediante i loro organi di autogoverno. Ed allora la controbattuta dovrà essere impostata su una difesa di un ruolo del pubblico ministero completamente indipendente dal potere politico di governo, rispondente soltanto alla Legge con la elle maiuscola e non trasformabile in un procacciatore di accusati per cui è praticamente già scritta una condanna e la presunzione di innocenza viene meno. Questo se non ci si possono permettere difese adeguate che, ovviamente, costano molto.

La giustizia dell’era meloniana quindi corre anche questo rischio: di essere classista come mai è stata e di divenirlo in un momento in cui le altre funzioni dello Stato sono relativamente messe in ombra, consentite per la mera espletazione delle loro funzioni di ordinaria amministrazione. Ma ogni iniziativa oggi sembra spettare esclusivamente al governo. Basta scorrere i dati: 103 decreti legge in tre anni. Un numero mai registrato, con nessun altro governo precedente. Un uso ed abuso di uno strumento che, per quanto non sia nato con questa intenzione, oggettivamente tende a limitare le potenzialità della discussione parlamentare nella formazione delle leggi e, quindi, a mortificare il ruolo delle Camere.

Poi, alla fine, tutto si lega e si compenetra pericolosamente: le norme varate da un Parlamento in cui la maggioranza evita qualunque confronto con le opposizioni saranno soltanto espressione di una parte, se non di un partito. E saranno sempre e soltanto fatte nel nome di una tenuta del governo e della sua politica. Sparirà qualunque accento critico da parte dei deputati e dei senatori nei confronti di ciò che Palazzo Chigi redige. L’acquiescenza sarà ai massimi livelli (ancora di più rispetto ad oggi), complice il fatto che quelle leggi dovranno essere applicate da una magistratura che si vorrà compiacente. Indubbiamente con i forti, mentre con i più deboli o con gli oppositori politici dovrà essere rigorosa.

I toni di oggi, della Presidente del Consiglio, riguardo la decisione della Corte dei Conti sul ponte di Messina, sono l’allarmante premessa di tutto questo scenario che potrebbe inverarsi e non essere la rappresentazione di una fervida immaginazione antimeloniana, democratica, progressista e tutt’altro che di destra. Così, letteralmente, le sue parole: «ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento». Perché i giudici contabili avrebbero dovuto invadere il campo delle scelte governative e parlamentari? Le parole di Giorgia Meloni sono di una gravità inaudita e svelano ancora una volta la profonda avversione delle destre verso il ruolo indipendente dei magistrati.

Facciamo questa distinzione: qui l’esecutivo non se la prende con questo o quel giudice, ma con il loro ruolo, con ciò che sono e devono poter essere, ossia dei magistrati completamente svincolati da qualunque interesse politico, economico o di altra natura e operanti soltanto per il rispetto delle norme nell’interesse comune, dell’intero Paese. Questo è quello che il governo non vuole: pretende che la giustizia sia condiscendente nei suoi confronti e non gli sia ostile. Ovviamente questa categoria di “ostilità” è una abile invenzione di chi vuole pervertire le libere decisioni in attacchi diretti a Palazzo Chigi ogni qual volta entrino in contrasto con le scelte operate.

La magistratura deve essere sorvegliante, altrimenti sarebbe soltanto giudicante: ed il giudizio può essere influenzato, per l’appunto, da tanti fattori esterni, mentre il ruolo di sorveglianza attiene alla specificità del potere che innerva in sé medesima. La partita è dunque molto impegnativa e occorreranno tutte le forze politiche, sociali e civili per arginare questo nuovo attacco alla Costituzione della Repubblica, ai poteri della stessa, all’impianto complessivo del riformabile sistema giudiziario ma non così scardinabile con un atto che tutto prevede tranne che quello che intenderebbe: una separazione delle carriere che, nei fatti, già esiste.

Se la riforma Nordio passerà la prova del referendum si avranno ricadute non di poco conto, soprattutto sul terreno politico, nei confronti delle opposizioni, delle minoranze, di chiunque osi criticare il governo. Se la riforma sarà fermata e bocciata, il governo potrebbe chiudere la sua esperienza di lunga disamministrazione del Paese anzitempo, prima della scadenza naturale della legislatura. A questa seconda opzione bisogna puntare, per tutelare la democrazia, difendere la giustizia, garantire la libertà di tutte e tutti noi.

MARCO SFERINI

30 ottobre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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