Marco Sferini
Dalla pompa di benzina alla bilancia del supermercato
Qualche giorno fa stavo andando al lavoro e dovevo necessariamente fare benzina. Prima di finire in riserva, comunque mi do un’occhiata intorno: passo uno, due, tre distributori e scelgo quello dove il prezzo è leggermente inferiore ovviamente. Mica poi di tanto rispetto agli altri… Un euro e ottantanove centesimi al litro. Altrove i prezzi sono stabilmente ben sopra l’euro e novantacinque. Davanti a me c’è un signore anziano che ha qualche difficoltà con le procedure descritte vocalmente dal totem. Dopo qualche tentativo andato a male, riesce a conquistarsi la possibilità di riempire il serbatoio della sua Toyota. Quando ha finito rimette diligentemente la pistola nella sua sede, sale in macchina e se ne va.
Però non si accorge che, pur con tutta la diligenza del caso, la pistola è rimasta leggermente sollevata e non ha fatto scattare il meccanismo che fa terminare l’operazione di rifornimento. La pompa continua ad andare. Se fossi stato disonesto avrei potuto fare il pieno nella mia moto e ripartire. Magari pure lasciando anche io la pistola leggermente alzata a vantaggio del prossimo da indurre in tentazione. Vista la crisi economica e il costo dei carburanti, c’è da giurarci, la tentazione è grande. Ma, siccome, pur non essendo benestante, voglio rimanere onesto e non fare a pugni con la mia coscienza, quando è toccato a me ho riagganciato per bene la pistola malmessa e garantito a quel cittadino che nessuno gli avrebbe rubato un centesimo dalla sua carta bancomat.
Questo piccolo episodio fa il paio con quanto accaduto ad Avelengo, un comune in provincia di Bolzano. Per errore viene impostato come prezzo del gasolio non un euro e novantanove centesimi, bensì zero virgola diciannove centesimi al litro. Il sogno di qualunque automobilista. Persino impossibile da crederci. Chiunque provvisto di un po’ di coscienza avrebbe segnalato la cosa per evitare che il benzinaio perdesse il suo giusto guadagno. Invece c’è stata la corsa all’accaparramento: una fila interminabile di automobili, con sopra i loro conducenti provvisti addirittura di taniche, si sono riforniti al punto da far esaurire le scorte e causare al gestore un danno di oltre diecimila euro.
La notizia è rimbalzata sui social, come era ovvio che fosse…, con tanto di rivendicazioni dal tono di giustizia sociale: «Con quello che paghiamo benzina e gasolio, ci venite a fare la morale se facciamo il pieno a nemmeno venti centesimi al litro…». Oppure: «Ladro io?! Loro sono i ladri che aumentano il prezzo ogni giorno!». Piccolo punto da precisare: il povero gestore del distributore non stabilisce il prezzo dei carburanti, ma li applica soltanto e a lui, del prezzo totale di benzina e gasolio, rimangono appena tre, quattro centesimi a litro…
Questo significa, fatti dei calcoli approssimativi, che all’anno il suo guadagno si attesta in una forbice tra i quindici e i sessantamila euro. Dipende ovviamente dalla grandezza dell’impianto e dai servizi che offre. Si badi bene, questi guadagni ipotizzati (piuttosto realistici, comunque) sono al netto dell’eventuale personale da pagare. Le critiche degli automobilisti sono giuste, ma non riguardano chi eroga la benzina dai singoli distributori. Quelli sono lavoratori che non diventano certo ricchissimi come le sette sorelle del petrolio. Tutt’altro. In chi si è gettato alla corsa al riempimento di serbatoi e taniche ha prevalso l’interesse personale, esclusivamente solo quello.
Qualcuno avrà evitato di approfittarsi della situazione, ma quanti sono, potenzialmente, rispetto ai tantissimi che invece hanno invaso il disgraziato distributore e prosciugato la sua cisterna sotterranea di gasolio? La risposta è facile: molti, molti di più. Se si potesse pensare ad una proporzione, non sarebbe ingannevole ipotizzare un novanta a dieci a favore dei profittatori. Ma è poi anche corretto definirli così? In parte sicuramente sì, ma per altra parte è chiaro che si tratta di una guerra tra interessi particolari che riguardano anche poveri lavoratori che vanno ogni giorno avanti e indietro con l’automobile e la moto per guadagnarsi un salario nemmeno poi al livello di quelli di altri paesi europei.
Senza ombra di dubbio c’è pure chi avrà avuto una Lamborghini o una Ferrari, oppure un Mercedes e si è messo in fila per riempirsi più di una tanica. L’approfittamento è tipico dei ricchissimi, lo diviene per i poverissimi che non sanno altrimenti come poter campare. Ma il dato più complessivo riguarda un aspetto etico di una analisi sociologica del nostro tempo che, ovvio, è anche e soprattutto analisi economica. Il dipendente di una ditta a contratto stabile e con salario regolarmente pagato ogni mese, fa benzina al camion e non deve fare l’immediato calcolo su quanto inciderà il prezzo del carburante in merito al lavoro che svolge. Un fattorino, un rider che usa la moto o la macchina per le consegne, invece, questo calcolo deve farlo.
L’incidenza del prezzo delle materie prime ha, dunque, un impatto molto diverso da categoria a categoria: lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti ne percepiscono o meno l’aumento a seconda della mansione che svolgono e del tipo di rapporto che hanno con il lavoro medesimo. Così, i tagli delle accise messi in essere dal governo Meloni hanno fatto registrare le prime due volte un sensibile calo del costo di benzina e gasolio, nelle successive invece no. Questo perché l’esecutivo non intende ridurre le spese militari o aumentare le tasse ai ceti abbientissimi e finanziare in questo modo l’aumento sempre più pesante del costo dei carburanti.
Anche in questo caso, come in quello dell’IVA, la tassazione indiretta va a vantaggio dei più ricchi e a discapito dei più poveri. Non essendovi una progressività in merito, se una merce costa meno, prendiamo ad esempio in questo caso la benzina, la diminuzione vale tanto per chi ha una Lamborghini come per chi ha una Panda. Chi guida il bolide come la Revuelto (che costa più di mezzo milione di euro…) se ne infischia beatamente se benzina e gasolio aumentano di cinquanta centesimi o anche di due ero. Chi mette trenta, quaranta euro contati di carburante nel serbatoio dell’utilitaria della FIAT, magari calcola anche quei pochissimi centesimi di differenza tra il prezzo di un gruppo di distribuzione e un altro.
Questo ci insegna che gli effetti della crisi economica e, nello specifico, dell’economia di guerra in cui siamo totalmente immersi quotidianamente, si fanno sentire molto diversamente da ceto a ceto o, per dirla in termini propriamente marxisti, da classe sociale ad altra classe sociale. Per questi motivi il problema della fiscalità diretta ed anche di quella indiretta non è un qualcosa da lasciare solamente discutere ai cattedratici che ne hanno le opportune conoscenze, le competenze e le possibilità. Deve potersi nuovamente diffondere la concezione progressiva della tassazione. Anzi, fortemente progressiva, proprio come nel 1848 Marx ed Engels scrivevano nel “Manifesto del Partito comunista“, richiamandola come misura capace di scardinare i vecchi assi portanti del dominio borghese.
Chiaro che il prezzo delle merci non può differenziarsi da persona a persona, quindi a seconda del reddito del consumatore. Ma si può e si deve intervenire alla fonte del problema, partendo da un aumento dei salari e delle pensioni da finanziare con il dimezzamento delle spese militari, per cominciare; potenziando al contempo le reti sociali di sostegno che sono state portate dai governi neoliberisti di centrosinistra, centrodestra e tecnici di unità nazionale ad una spaventosa inedia in rapida evoluzione. Per poter mettere mano a riforme strutturali di questa natura occorre andare a prendere i soldi là dove ci sono e dove si cumulano senza generare virtuosismi economici per tutte e per tutti.
Qualche settimana fa al supermercato, davanti alla bilancia per il peso di frutta e verdura, una signora anziana ha messo sul piatto prima un pomodoro, senza usare nemmeno il sacchetto: ha messo l’etichetta col prezzo e poi è passata a pesare una patata. Una, anche in questo caso. Una soltanto. Stessa operazione per una mela verde e poi per due pesche. Una spesa ridotta al minimo; un evidente, chiarissimo bisogno di aiuto da parte dello Stato che sta lasciando sempre più indietro chi è anziano, solo e vive con sussidi pensionistici al minimo: magari pure in affitto e quindi è costretto a comperare proprio giorno per giorno quello che può. Forse pure a saltare dei pasti… Ecco, quando mi si chiede perché si è oggi ancora comunisti, questa è la risposta.
Bisogna tassare i grandissimi patrimoni: la proposta di legge di iniziativa popolare “Un percento equo” propone proprio questo e deve essere sostenuta come misura necessaria di giustizia sociale. Un vasto consenso popolare in merito servirà a mostrare e dimostrare che il tema è sentito e che si prende ai super ricchi solo l’1% (al massimo il 3%) su patrimoni che superano i due milioni di euro e con un criterio progressivo, naturalmente. Ribadiamolo: questa proposta di tassazione delle grandi ricchezze interesserebbe solamente l’1% della popolazione italiana. Il restante 99% non pagherebbe nulla, perché i mega-paperoni sono appunto tanto pochi e detengono invece una concentrazione di capitali tanto grande.
Per fare un esempio banale: chi ha un patrimonio di tre milioni di euro (prima casa compresa), pagherebbe all’anno solo cinquemila euro, perché sarebbe tassata solo l’eccedenza (calcolata in questo caso in mezzo milione di euro, nel caso l’abitazione costasse altrettanto). Cinquemila euro sono niente rispetto alle trattenute sui salari e alle tasse che vengono pagati dai lavoratori dipendenti e precari, così come dai pensionati su bilanci familiari che ricordano la miseria di non poi tanto lontani tempi. Qualcuno affermerà che, patrimoniale o no, quell’istinto un po’ primordiale tutto animalmente umano della voglia di arraffare, accaparrare e prendere a tutti i costi è indomabile. È puro istinto.
Se anche così fosse, se anche in presenza della “non necessità” di fare benzina a pochi centesimi di euro al litro rispetto alla propria condizione socio-economica ciò accadesse ugualmente, non sarebbe questa una ragione per evitare la progressività fiscale, per introdurre un elemento di correzione delle ingiustizie: per limitare la sproporzione che oggi c’è, inversamente proporzionale, tra reddito e fisco, tra profitto e fisco. Chi vive del primo non ha una rendita che gliene può derivare: non riesce a risparmiare, consuma tutto il salario o tutta la pensione nelle prime necessità, facendo fatica ad arrivare alla fine del mese, non potendo accedere a servizi essenziali, obbligato persino a trascurare la cura della propria salute.
Chi invece campa di profitti, vive quindi di rendita, deve rendere a chi ha preso tanto sfruttandone il lavoro, magari sovvenzionato a monte da finanziamenti pubblici… Una delle differenze fondamentali tra il governo di oggi e un futuro governo progressista dovrebbe essere proprio questa: una visione completamente differente sul lavoro, sul sistema pensionistico, sulle tutele sociali e sulla progressività fiscale. Partire da qui, da un grande impegno in merito, per riconsegnare alla politica nazionale un vero valore, che la leghi agli interessi pubblici e non a quelli privati. Che la rimotivi sulla base dell’uguaglianza indotta dalla Costituzione. Così tanto declamata, così poco amata…
MARCO SFERINI
28 maggio 2026
foto: elaborazione propria




















