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Marco Sferini

Dal 1925 al 2025: un secolo di destra (economicamente) autoritaria

Scettici e avversari della democrazia, autocrati, oligarchi e quant’altro di poco afferente si possa trovare nel panorama politico di oggi ai vecchi princìpi di ieri, saranno sempre i primi a dimostrarsi lontani da quei disvalori che, in realtà, condivido pienamente. Giureranno e stragiureranno di essere loro i veri amici del popolo, i baluardi dei princìpi costituzionali e i migliori patrioti di tutti i tempi. Questo non stupisce affatto. Quello che semmai può destare un qualche stupore è il fatto che molta parte della gente non riesca ad essere un po’ critica e non sia immune da queste ciarlatanerie politiche di bassissima lega.

Ancora più difficile riesce distinguere il vero dal falso nel momento in cui i populismi, i neosovranismi e trumpismi originali si istituzionalizzano e divengono quindi gli unici affidabili interlocutori delle classi dirigenti di ogni singolo paese. Se, da un lato, il potere economico deve relazionarsi obbligatoriamente con quello politico per gestire i propri interessi e privilegi al meglio e farne pagare il conto alle classi popolari, dall’altro le maggioranze di governo, quando obbediscono essenzialmente a sé stesse e fanno riferimento agli elettori come mera formalità cui guardare per legittimarsi da ogni lato e punto di vista, sono un principio di eversione che non sempre è percepibile in quanto tale.

Umberto Eco aveva contestato il fatto che, ad esempio, Mussolini fosse il portatore di una innovazione politica che molti descrivevano – tanto ai tempi del primissimo fascismo quanto dopo la catastrofe della guerra – come un qualcosa di rivoluzionario. Secondo il grande semiologo il duce «non aveva nessuna filosofia, aveva solo una retorica», ma sapeva raccontare all’italiano medio la favola della salvezza nazionale incarnata da un movimento che stava, in realtà, trasformando lo Stato liberale in Stato autoritario.

Le proposte politiche lasciano spazio a tanta mitizzazione quanta è la permeabilità che si sente di potere esercitare nell’elettorato. Nel momento in cui Giorgia Meloni si acciglia fuori e dentro il Parlamento e accusa l’opposizione di andare all’estero a dire male dell’Italia (ossia del suo governo), attaccandola frontalmente e non rispettando minimamente il diritto al dissenso qui e oltre i confini nazionali, pretende di mettere in chiaro che deve esistere soltanto un racconto delle meravigliose sorti del Bel Paese: quello che vorrebbe mostrare una crescita economica che non c’è, dei salari garantiti che non sono tali, un’espansione dei diritti che nemmeno si vede col cannocchiale.

Il dato politico, al netto dei punti e contrappunti tra governo e opposizione nel merito delle questioni, è che la Presidente del Consiglio vuole indicare, suggerire (per usare un eufemismo) come la si deve pensare, cosa si deve dire per non fare sfigurare la sua inazione di governo in Europa. Della sua Italia bisogna anche parlare criticamente ma non sia mai di dire che c’è un pericolo per le libertà democratiche, uno strisciante tentativo di torsione autoritaria, un coltivare disegni che sovvertono i valori costituzionali di uguaglianza, libertà, solidarietà.

Esattamente questo ha fatto alzare il tono della voce a Giorgia Meloni: che si affermi che lei è promotrice di una politica che non solo non investe nei diritti sociali, civili ed umani per consolidare la democrazia, ma che ne è, anzi, una avversaria e, per di più, piuttosto convinta. La mortificazione del Parlamento come assemblea nazionale legislativa, come centro della volontà popolare nella e della Repubblica, del resto è anche data dall’abuso dell’uso delle decretazioni governative, ma non di meno lo è per via di una identificazione praticamente totale e completamente acritica della maggioranza nei confronti del governo stesso.

Scorrendo i video delle sedute della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica si può incappare, e non solo una, ma molte, molte volte, in momenti in cui Meloni zittisce i banchi della maggioranza che scalpitano nei confronti dell’opposizione e tratta deputati e senatori con un piglio di comando che nessuno osa contestare. Da questo, è evidente, non discende una voglia autoritaria di comando o un dittatorialismo di chissà quale tipo: sono scene che però chiariscono molto bene il rapporto che c’è tra lei e il resto del suo partito in primis; in secundis anche dei suoi alleati di governo.

Nell’affrontare l’impegno del Consiglio europeo, la Presidente del Consiglio ci prova a sviare il dibattito sulla legge di bilancio e trasformare le aule parlamentari in qualcos’altro rispetto ad un severo, inflessibile, incorruttibile giudice delle azioni dell’esecutivo. I parlamenti capaci di essere obiettivamente critici riguardo ciò che veniva fatto a Palazzo Chigi sono stati luoghi in cui, soprattutto nella cosiddetta “prima repubblica“, si poteva veramente ritrovare una capacità dialettica che non si fermasse all’invettiva soltanto, ma fosse anzitutto capace di analisi circostanziate, di elaborazioni tanto teoriche quanto pratiche delle politiche provenienti dai più diversi settori degli emicicli.

In sostanza, è venuta sempre più deteriorandosi una qualità della politica parlamentare che era difesa dal ruolo dei partiti e dei movimenti legittimati da un voto popolare fondato sulla proporzionalità dei consensi. Nel momento in cui si è ritenuto di doverla superare, di aprirsi al maggioritario e alla logica delle maggioranze padrone del Parlamento, si sono poste le primissime basi per un’apertura di credito nei confronti di quei tentativi presidenzialisti che non aspettavano altro per poter inficiare l’originaria, costituzionalissima centralità delle Camere nella vita istituzionale, politica e sociale dell’Italia moderna.

Il combinato disposto che si ripete ormai storicamente è una saldatura tra il consolidamento del potere governativo in quanto tale, come centro di elaborazione legislativa al posto del dibattito parlamentare, in stretta relazione con gli elementi più conservatori: tanto sul terreno meramente politico quanto su quello economico-finanziario. Il governo di Giorgia Meloni, in quanto a misure di intervento economico, intende essere sempre meno patriottico di quello che magari vorrebbe anche essere (ma è permesso ormai dubitarne e molto…). Compiacere la Commissione von der Leyen, la BCE e la NATO. Questa è la missione di ieri e di oggi. Di un triennio in cui peggiorano i conti e i salari sono al palo.

Nel 1925, dopo tre anni di governo Mussolini, l’Italia si trovava in una condizione che gli economisti di allora definivano “in convergenza” con le altre situazioni continentali. Non c’era allora nessun aggregato politico sovranazionale e si faceva riferimento agli altri Stati come a diretti concorrenti sul terreno della competizione liberale in seno al mercato sempre più in espansione nei continenti colonizzati dall’Europa secoli prima. I fascisti ereditano un debito pubblico che in due anni eliminano con un pareggio di bilancio. Nemmeno a dirlo, questo è uno di quegli argomenti che i fanatici neofascisti di oggi portano a dimostrazione della grande lungimiranza e capacità mussoliniana di dirigere l’economia nazionale.

Tuttavia, se Mussolini poteva dichiarare di aver raggiunto un obiettivo veramente importante nei conti dello Stato, la verità era un’altra. Il grande debito cumulato si era via via assottigliato perché si erano estinti gli impegni piuttosto onerosi rappresentati dai debiti di guerra. Di una guerra che il duce appena ex socialista aveva caldeggiato, sostenuto e anche combattuto. Le enormi cifre versate dalla Germania di Weimar per le riparazioni dei danni causati dal conflitto furono, tra le altre, all’origine anche dell’estinzione del debito pubblico italiano che, oggettivamente, era divenuto insostenibile.

Questa citazione storica serve oggi a dimostrare che nel concorso dell’opera di un governo agiscono molteplici fattori che, per via delle contingenze sincretizzate tra l’ieri e l’oggi, determinano una serie di causalità che possono o meno favorire l’azione di un esecutivo senza che questo abbia praticamente mosso un dito per migliorare le sorti del Paese. Similmente a come si trovava il governo Mussolini nel 1927, dopo il pareggio di bilancio, il governo Meloni promuove oggi, pur non in presenza di una condizione economica uguale, una politica di contrazione dei diritti sociali: non taglia direttamente le retribuzioni come fece il duce entro la cosiddetta “rivoluzione monetaria” chiamata “quota Novanta“, ma crea altre nuove premesse per una contrazione del potere d’acquisto.

Se con la legge di bilancio si porta la spesa militare al 5% del PIL richiesto espressamente dall’Alleanza Atlantica e, parimenti, non si spende un euro per implementare la già magrissima spesa sociale, previdenziale, sanitaria, scolastica e infrastrutturale, si impoverisce il Paese perché il costo di tutto questo si riversa sulle classi popolari già fortemente disagiate. Questo è un autoritarismo liberista, che mette insieme appunto l’interesse dell’esecutivo di essere sostenuto da un ceto esclusivo, quello imprenditoriale, padronale e finanziario a cui si fanno sempre grandi favori tagliando oltre cento miliardi di euro dalle altre voci di bilancio.

Nel 1927 Mussolini, allora per rafforzare la lira, non mette in pratica nessuna reminiscenza del suo essere stato socialista, e taglia le retribuzioni di quasi tutte le categorie del mondo del lavoro salariato. Inevitabilmente l’Italia si trovò nel pieno di una stagnazione economica che anticipò addirittura la crisi internazionale del 1929. Il cambio della lira sulla sterlina fu favorevole soltanto per il padronato che poté così rifornirsi di materia prime all’estero per fare sempre maggiori profitti ed essere maggiormente concorrenziale sul piano europeo (e non solo). Ma le classi popolari furono quelle che patirono questa straordinaria politica di rivalutazione dell’economia nazionale!

Ora, senza che Giorgia Meloni si senta troppo orgogliosa per questo paragone storico, anche e soprattutto per passione politica e vicinanza ideologica, è piuttosto evidente che, date tutte le differenze del caso, oggi si ripropone una fase di crisi internazionale in cui il capitalismo si sente tutelato sempre e soltanto con interventi che comprimono la spesa e, quindi, la giustizia sociale. Non c’è traccia nella legge di bilancio del governo meloniano di una benché minima tassazione degli extra profitti. Non c’è traccia di nessun intervento sui grandi capitali, sulle grandi ricchezze. Nemmeno una tantum.

Ed è ovvio che sia così, visto che le destre fasciste di inizio Novecento e post-fasciste del nuovo millennio obbediscono al loro principio indefesso: il conservatorismo politico-istituzionale si mantiene tale se e solo se c’è una buona intesa con il potere economico e finanziario e, quindi, ci si dispone ad un asservimento pressoché totale nei confronti di Confindustria e delle reti del capitale europeo e internazionale (Commissione europea da un lato, trumpismo dall’altro). Come il primo intervento del fascismo in economia non fece degli italiani un popolo benestante, così il governo Meloni oggi non sta invertendo la china pericolosa del nuovo pauperismo che cresce in seno alla disposizione bellica dei conti nazionali.

Qualcosa è cambiato in cento anni di storia dell’economia, della politica, della società italiana. Una cosa, tra tante altre, non è certamente cambiata: la natura di questa destra che rimane in sé e per sé autoritaria e che manifesta questa propensione proprio quando nega, con gli occhi sbarrati e il piglio muscolare di mascelle sporgenti e toni della voce acuti, di esserlo. La si è colpita nel suo intimo più recondito quando si è andati a sbertucciarla all’estero affermando che è un principio di antidemocraticità che rischia di inverarsi. Siccome abbiamo la Storia dalla nostra, non dimentichiamola e non scordiamo che le insidie sono più pericolose quando, pur essendo presenti, non paiono essere tali.

MARCO SFERINI

23 ottobre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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