Da Quarto al Volturno

La bandiera tricolore sventola pigramente, appoggiata al terreno a tratti brullo e a tratti verde di Sicilia. Intorno le colline brulicano di curiosi. Sono picciotti che stanno a guardare...

La bandiera tricolore sventola pigramente, appoggiata al terreno a tratti brullo e a tratti verde di Sicilia. Intorno le colline brulicano di curiosi. Sono picciotti che stanno a guardare come si metteranno le cose, come inizierà e che piega prenderà la battaglia. Sulla bandiera c’è una scritta: «A Giuseppe Garibaldi, gli italiani residenti in Valparaiso, 1855».

Scrive Giuseppe Cesare Abba:

«Io contemplava la bandiera, pensando che in quelle terre lontane dove fu fatta, tra quei patriotti donatori, vive un fratello del padre mio; e intanto vedeva un gran correre di ufficiali e di Guide. Poi comparve il Generale, le trombe squillarono, lasciammo la strada consolare, ci mettemmo pei campi e su per la collina…».

E’ il proemio di un vero e proprio poema epico da cui è impossibile fuggire se non convincendosi che, oltre ad essere le “noterelle di uno dei Mille“, il racconto della spedizione garibaldina che riuscì, tra mille traversie, decine di colpi di fortuna e, indubbiamente, la grande abilità tattica, strategica del più grande tra i generali italiani, è anzitutto la trasposizione molto personale – ma non per questo viziata da imprecisioni storiche – di ciò che Abba vide e sentì.

E non fu poco, perché fu presente ad ogni battaglia, si guadagnò i gradi di ufficiale e, appunto, “Da Quarto al Volturno” (si consiglia la versione pregiata di Sellerio con la prefazione di Giovanni Spadolini, ristampa 2010) è la redazione prima in “noterelle d’uno dei Mille“, poi il romanzo quasi quotidiano della conquista del Regno delle Due Sicilie da parte delle camicie rosse.

C’è una qualche somiglianza tra il racconto descrittivo delle imprese garibaldine e le storie polibiane: le meticolose, precise tinteggiature dei quadri paesaggistici, del folklore locale, delle tinte e delle forme di una Italia che, vista da Sud, sembra davvero tanto, ma tanto diversa da quella settentrionale. Il Meridione di allora è parte di una regione geografica italiana in cui tre quarti della popolazione è analfabeta.

Le gesta di Garibaldi si conoscono, piuttosto che sui libri e sui giornali, per l’iconografia che ne è stata tramandata sempre più diffusamente tra le classi popolari: dal 1848 in poi il Generale è quell’eroe che le masse sognano come liberatore e, effettivamente, riunisce in sé molta parte delle caratteristiche dell’indomito ribelle che guarda soltanto, senza alcun compromesso, alla libertà dei popoli e all’unità dell’Italia.

Prima ancora che la Spedizione dei Mille si concretizzi in mezzo a mille trame, ostacoli e complotti di governo, il mito di Garibaldi è già trionfante: si sa che, anche nelle sconfitte, lui vince o contribuisce a fare in modo che le disfatte siano meno cruente, meno impattanti sulle sorti comuni.

Denis Mack Smith ha ritratto il Generale in una breve biografia che è bene affiancare alle noterelle di Giuseppe Cesare Abba: una cornice che va estesa con approfondimenti sulla straordinaria vita di quello che enfaticamente verrà chiamato l'”Eroe dei due mondi“. Garibaldi, consapevole della sua notorietà, la sfrutterà a beneficio soprattutto della causa italiana, del proletariato di fine ottocento, dando vita a numerose iniziative, incontri e fondazioni di società operaie.

«L’Internazionale – dirà – è il sol dell’avvenire». Una frase tutt’altro che profetica. L’Italia che Abba e i Mille iniziano ad edificare diventerà un piccolo regno dove le fazioni si combatteranno, dove la borghesia del Nord prevarrà sul bracciantato agricolo e dove la colonizzazione sabauda forzerà burocrazie quasi millenarie, entrerà negli stili di vita dei dieci milioni di meridionali e cercherà di “piemontesizzare” tutto e tutti.

Abba, molti anni dopo la battaglia del Volturno e il ritiro di Garibaldi a Caprera, molto tempo dopo gli altri tentativi di prendere Roma e le disillusioni nei confronti della monarchia, metterà un accento critico nei confronti della nazione che ha visto la luce da appena qualche decennio.

Il sogno dei Mille era di fare una specie di “rivoluzione italiana“. Un sogno che si infrangerà appena arrivati a Palermo, quando il governo di Torino spedirà Agostino Depretis a ricoprire la carica di prodittatore della Sicilia.

Sarà la prima di una serie di preventive imposizioni che Cavour detterà lungo lo svolgersi dell’avanzata di Garibaldi verso Napoli. Del resto, uomo dai grandi sogni ma anche molto pragmatico, il Generale sa benissimo che unificare la penisola è impossibile senza il sostegno del Regno di Sardegna che, agli inizi del 1860, ha raggiunto con i suoi confini il il centro Italia ed include oltre allo storico territorio composto da Piemonte, Sardegna, Liguria e Valle d’Aosta, ora anche Lombardia, Emilia Romagna e Toscana.

Da Quarto al Volturno” è anzitutto il diario di un avvincente avventura: la scoperta del resto dell’Italia da parte di un settentrionale. L’unificazione qui avviene passo dopo passo, osservando i comportamenti dei siciliani, le loro tradizioni. Così accade mentre si risale lo Stivale: dalla Calabria alla Campania.

Il 2 luglio 1860, annota Giuseppe Cesare Abba:

«Si calunniano tra loro borghi e città come godessero gli uni del mal degli altri. A sentire, qui dovevano essere schioppettate. Invece trovammo tutto un parato di bandiere e di verde. Ci toccò passare sotto un arco trionfale noi, le autorità, la Guardia Nazionale venuta ad incontrarci. I giovinetti volevano ad ogni costo lo schioppo dei nostri soldati, tanto per alleggerirli l’ultimo tratto…».

Il campanilismo meridionale qui viene descritto per quello che realmente appare al giovanissimo volontario garibaldino: le Due Sicilie sono un regno dove gli interessi sociali praticamente non esistono. Il capitalismo settentrionale non ha fatto breccia in questo angolo di Mediterraneo dove sono fiorite grandi civiltà dal tratto continentale europeo. Non c’è competizione liberale, ma mafia di campagna.

1960, cento anni dopo Calatafimi, Bixio e Garibaldi ritratti sulla copertina della Domenica del Corriere

Il feudalesimo è rimasto nei fatti. E’ rimasto nei tratti non soltanto fenomenici di una vita rinchiusa tra i confini dei villaggi e dei paesi montani, ma ha continuato a permeare la cultura della subordinazione tra una parte della popolazione e la ricca aristocrazia gattopardesca.

Sarà l’espansione sabauda, e non la vera e propria creazione di una Italia federale alla Cattaneo o centralista alla Mazzini che avrebbe dato adito ad uno sviluppo sociale di un Paese che sarebbe cambiato in modo radicale (e per questo probabilmente era impossibile fondare una Repubblica Italiana nel 1860), a trasformare questo regime parafeudale (e postfeudale) in una nuova aristocrazia borghese. Di stampo moderno.

La rivoluzione italiana sognata da molti dei Mille sarà tradita dalla monarchia dei Savoia che reprimerà il dissenso espressosi nel brigantaggio e appannerà per qualche istante la genuinità della fiducia di Garibaldi (che era e rimarrà sempre un repubblicano) in una dinastia che immaginava all’altezza di un compito davvero enorme: unire i popoli della penisola e farne qualcosa di più di un semplice Stato politico. Farne una nazione.

Il disincanto di Garibaldi sarà, al pari di quello di Abba, superato soltanto dal retroattivo attaccamento alle passioni di una vita: la lotta per la libertà, per la giustizia sociale (a Cairo Montenotte, sua città natale, il giovane garibaldino fonderà la Società di Mutuo Soccorso per gli operai e i poveri della Valle Bormida), per una Italia un giorno libera dalla monarchia e restituita a quel popolo che, durante i mesi della Repubblica Romana del 1849 aveva dato il meglio di sé nella lotta contro il ritorno del potere temporale di Pio IX.

Quando a Teano l’esercito piemontese e quello meridionale si incontrano, l’umore è piattamente mesto. Si sa di avere compiuto una impresa storica. Per la prima volta nella sua millenaria storia, l’Italia sarà politicamente unita dalle Alpi alla Sicilia. Una continuità territoriale che si completerà con la Terza guerra d’Indipendenza e l’acquisizione del Veneto dall’Austria e, infine, con la presa di Roma il 20 settembre 1870.

Così descrive Abba lo storico abboccamento tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi:

«Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: “Salute al re d’Italia!”. Eravamo a mezza mattina. Il Dittatore [Garibaldi, ndr.] parlava a fronte scoperta, il re stazzonava il collo del suo bellissimo storno, che si piegava a quelle carezze come una sultana. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, egli Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata».

Scriverà Garibaldi che quella mattinata fu particolarmente umida e dolorosa per via dei suoi reumatismi. Dolori articolari e dolori politici. Il liberatore ha appena fatto cambiare re a metà Italia, ed è soltanto questo che una grande parte dei meridionali percepisce quando si accorge che sul trono non c’è più Franceschiello, ma che da lontano, da Torino arrivano nuove bandiere, nuovi stendardi, nuove divise.

Ma i problemi sociali rimangono tali e quali e, anzi, con la repressione poliziesca aumentano e rendono sempre più difficile l’esistenza in un territorio grande per storia, depresso economicamente e socialmente. L’amarezza di Garibaldi e di Abba non riguarda solamente il negare all’Esercito meridionale l’onore del primo scontro sul Garigliano, dove le truppe borboniche si sono ritirate in attesa dell’attacco di quelli che vengono chiamati “gli italiani“.

L’amarezza è la presa di coscienza dei tanti inghippi che politica ed interessi privati frappongono tra l’Unità del Paese e la sua evoluzione civile, morale e soprattutto sociale.

Sarebbe bastato raccontare così la storia dell’unificazione dell’Italia ottocentesca e ci saremmo risparmiati tanti tentativi di revisionismo storico proprio sulla figura del Generale, a torto giudicato come un collaborazionista monarchico, un avventuriero incapace di calcolare gli effetti dei suoi gesti. Ben altro è stato rimproverato a Cavour e a Mazzini: nessuno è stato risparmiato da vicendevoli e contrarie critiche.

Segno, questo, della grandezza sia dei pensieri sia delle azioni che si sono concretizzate nel corso di un cinquantennio che, nel bene e nel male, ha fatto della Penisola quell’inizio di nazione e di Paese che diventerà cosciente di sé stessa, pienamente, con la Resistenza antifascista, con il capovolgimento del teorema dello Stato forte contro i deboli e i dissidenti.

Restituendo all’Italia quella libertà che dal 1848 in poi in tanti hanno sognato come fondamenta di emancipazione senza se e senza ma.

DA QUARTO AL VOLTURNO
GIUSEPPE CESARE ABBA
SELLERIO
€ 38,00

MARCO SFERINI

19 luglio 2023

foto: particolare dell’illustrazione della Domenica del Corriere del 1° maggio 1960, nel centenario della Spedizione dei Mille


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