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Politica e società

Crosetto e Tajani buttati nella mischia al posto della premier

La presidente del Consiglio non si presenta in Aula per riferire sulla crisi mediorientale, preferisce parlare ai microfoni di Rtl. Il ministro della Difesa: «Siamo sull’orlo dell’abisso». Ok all’uso delle basi Usa «solo per scopi logistici»

Quando i ministri Tajani e Crosetto entrano nell’aula di Montecitorio, l’impressione è che tutto sia stato già detto. Due ore prima dell’inizio delle comunicazioni del governo sul conflitto in Iran e gli aiuti da inviare ai paesi del Golfo, Giorgia Meloni parla in radio a Rtl e in mezz’ora interviene su tutto lo scibile, dalla guerra in corso al referendum, lasciando i due ministri praticamente da soli tra i banchi del governo alle schermaglie del dibattito parlamentare. Lei ci sarà la settimana prossima, mercoledì 11 marzo.

«Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci» spiega la premier, che ripete l’assunto per cui a provocare la «crisi del diritto internazionale» è stata «l’anomalia di un membro del consiglio di sicurezza dell’Onu», leggasi Russia. Riguardo l’Iran la preoccupazione è per «la reazione scomposta di Teheran» e le sue conseguenze economiche. I dossier caldi sono l’uso delle basi americane, l’invio di armi ai paesi del Golfo e la fregata da mandare a Cipro. Sulle prime, in base agli accordi bilaterali del 1954, c’è l’ok per un uso logistico, nel caso in cui Washington avanzasse richiesta di far partire voli bellici «in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento».

Al Golfo le armi saranno mandate, mentre sul caso Cipro la premier sente al telefono il presidente francese Macron poco dopo, mentre in aula avanza il dibattito, e ribadisce il «comune impegno» nel sostenere l’isola. Linea dettata, ministri commissariati, lontana dal Parlamento. Lo schiaffo dell’intervista lontana dalle aule è senza dubbio per le opposizioni, ma è rivolto anche al resto dell’esecutivo lanciato in mezzo alla mischia.

In aula Tajani riassume gli eventi degli ultimi sei giorni, e poi dedica buona parte del suo discorso agli interventi a tutela dei cittadini italiani nell’area. Sul merito degli sviluppi, invoca fiducia: «La scomparsa dell’ayatollah Khamenei apre la possibilità di un nuovo Medio Oriente, fondato sulla pace e sul dialogo». L’Italia, spiega, è impegnata ad «evitare un allargamento del conflitto». «Penoso, non una parola sulle cause della guerra», commentano parlamentari di opposizione in Transatlantico.

Crosetto ripete che «l’Italia non è in guerra, sta cercando di mitigare le conseguenze del conflitto». Tenere lontana l’ipotesi di un coinvolgimento è quanto ripete l’esecutivo, ma c’è la consapevolezza che le la guerra sta iniziando a lambire i confini. Crosetto lo dice: «Cambia la logica quando iniziano a essere coinvolte Turchia e Cipro». Nel pomeriggio, al Senato, ripete che «non siamo mai stati così vicini all’orlo dell’abisso».

Il coinvolgimento di un paese Nato o Ue cambierebbe le carte in tavola, mentre la notizia del bombardamento di un aeroporto in Azeirbajan (tra i principali fornitori di gas all’Italia) arriva mentre i minitri sono in aula. Il titolare della difesa conferma gli impegni assunti, in termini di invio di armi e uso delle basi Usa. La speranza è che la richiesta per usarle per attacchi aerei non arrivi mai, «sono troppo lontane».

I banchi delle opposizioni esplodono quando Crosetto in replica ammette: «Certo che la guerra è stata al di fuori del diritto internazionale». «Ministro, le è sfuggito. Vorrei sapere: è la sua posizione o quella del governo? Dovrebbe venire Meloni a dircelo», incalza la segretaria dem Elly Schlein, che poi affonda sulle basi: «Dovete dire no subito, viola la Costituzione». Giuseppe Conte non interviene in aula, si affida a dichiarazioni fuori da Montecitorio. Il messaggio è chiaro: parlo solo con Meloni, non con i ministri. «La premier scappa dal Parlamento, e in una crisi internazionale manda due ministri, tra approssimazioni e ferie a Dubai» dice.

Il viaggio a Dubai del ministro della Difesa, in ogni caso, non è piaciuto per niente alla premier, che anzi è andata su tutte le furie per il caso. Avs mostra cartelli con scritto «Fratelli di Trump» e «L’Italia non si Usa». «Non una parola sull’attacco israelo-americano, Teheran brucia per autocombustione?», insiste Nicola Fratoianni di Avs. «Meloni non c’è perché non ha una linea», attacca Riccardo Magi di +Europa. In Senato, Renzi duella con Tajani: «Una mediocrità raccapricciante». E rinfaccia a Crosetto l’affaire del viaggio: «C’è un conflitto tra il ministro e i servizi». In replica Tajani non riesce ad andare oltre il «Non ho sentito nessuna proposta dalle opposizioni».

Dal governo però piovono appelli all’unità: «In passaggi così delicati è fondamentale essere uniti», dice Tajani. Eppure, mercoledì dei contatti con le opposizioni c’erano stati, coordinati da Crosetto, con l’auspicio di trovare un punto di caduta comune sulla scorta degli aiuti all’Ucraina. Il passo decisivo per trovare l’accordo, però, sarebbe stato in capo alla premier, e alla fine non è stato fatto.

Passa quindi la risoluzione del centrodestra (179 sì, 100 no e 14 astenuti alla Camera, 94 favorevoli, 39 contrari e 8 astenuti al Senato) e vengono accolte alcune istanze di quelle di Italia Viva, Azione e +Europa. Nel testo della maggioranza si impegna il governo all’innalzamento delle capacità di difesa nell’area del conflitto, alla partecipazione alle missioni Ue e all’uso delle basi americane

. Per queste ultime si parla di «rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico». Nelle premesse dell’offensiva statunitense e israeliana non c’è traccia: si parla di «rapida evoluzione dello scenario internazionale». Bocciata quella delle opposizioni, che chiedeva di «non autorizzare l’utilizzo delle basi» e «non fornire alcun tipo di supporto a una guerra che viola il diritto internazionale».

A metà giornata Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il parlamento, annuncia che Meloni verrà alle camere l’11 marzo. La sua presenza era prevista per la settimana successiva, il 18, per le obbligatorie comunicazioni prima del Consiglio europeo. L’appuntamento però non sarà sdoppiato, solo anticipato. Un punto che non va giù alle opposizioni, che vorrebbero che la premier si presenti due volte. «Per legge si viene prima del Consiglio europeo, non quando lo si decide. È inaccettabile che trattino il parlamento come casa loro», dice il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia.

Riccardo Ricciardi del M5S abbandona la capigruppo che stava calendarizzando l’appuntamento, dopo le provocazioni di Galeazzo Bignami di FdI che continuava a interrompere le opposizioni. «A tre giorni dal referendum, non vuole dibattiti» incalzano le opposizioni. Appuntamento tra una settimana, nuovo round con Meloni. E chissà a che punto sarà la guerra.

MICHELE GAMBIRASI

da il manifesto.it

foto: screenshot tv ed elaborazione propria

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